Giornalista professionista, collabora al mensile Vita. Ha lavorato a City (free press Rcs), alla redazione web di Nazione, Giorno e Resto del Carlino, a Firenzepost.it. Ha collaborato a Vanity Fair. Ha scritto La storia di Asti e La storia di Pisa per Typimedia editore.

Disincantato e appassionato: la paradossale saggezza dell’Uomo dei Tempi Bui.
Nel saggio filosofico, psicologico e antropologico di Giovanni Stanghellini,
Disincanto a passione. Per un’etica civile  Jaka Book 2025, un prontuario

per parole chiave offerto agli uomini e
alle donne di questa confusa alba del Terzo Millennio. Un’opera che
riecheggia in filigrana alcuni caratteri del riformismo visionario di Olivetti.

di Domenico Coviello

Non è difficile immaginare che Adriano Olivetti avrebbe apprezzato e inserito
nella sua biblioteca, a disposizione di operai e dirigenti, il saggio di Giovanni
Stanghellini Disincanto e passione – per un’etica civile nei tempi bui (Jaca
Book), da poco nelle librerie. Quello stesso Olivetti riformatore visionario, il
quale agiva nel presente per trasformarlo radicalmente seguendo “la Verità
che è il tutto: scienza, sapienza, carità”.
Bussole che orientavano il suo agire tenendolo ben a distanza da ogni abuso
del concetto di utopia. La quale, egli stesso affermava – come ha ricordato su
questo sito Alessandra Straniero nel suo saggio dedicato all’ ‘attualissima
inattualità di Adriano Olivetti’ – “è spesso la maniera più comoda per liquidare
quello che non si ha voglia, capacità o coraggio di fare. Un sogno sembra un
sogno fino a quando non si comincia a lavorarci. E allora può diventare
qualcosa di infinitamente più grande”.
È qui il primo punto di contatto che ci sembra di trovare col pensiero di
Giovanni Stanghellini, psichiatra, fondatore della Scuola di Psicoterapia
Fenomenologico-Dinamica di Firenze, docente di Psicologia all’Ateneo del
capoluogo toscano e dottore in Filosofia honoris causa.
Davanti alla realtà dei tempi bui
Il punto è quello dell’incontro-scontro con la cruda realtà, dove tuttavia il
sogno può incarnarsi tanto da “diventare qualcosa di infinitamente
più grande” sosteneva Olivetti. E dunque se la vita “è piena di contrasti e
ambiguità, allora la coscienza deve imparare a stare di fronte a essi” afferma
l’autore di Disincanto e passione. Ma come si può essere disincantati e
appassionati al tempo stesso? Disincanto e passione è una “formula
paradossale”, afferma Stanghellini, perché “il paradosso è un potente stimolo

alla coscienza per affrontare la complessità e la contraddittorietà della realtà”.
Una formula paradossale che è però “una necessità etica, cioè fondamento di
una vita buona”.
La base, perciò, di “un’etica civile nei tempi bui” di un presente precarizzato al
massimo, nella società neoliberista dell’”homo oeconomicus”: un “sistema
crudele che, in nome della flessibilità, esige che gli individui che lo abitano
accettino l’insicurezza e la precarietà come stile di vita”.
Negli odierni tempi bui, in cui “la maggior parte dei giovani si trova in una
modalità di sopravvivenza pre-apocalittica, come tutti noi in qualche misura”
lo spazio pubblico “si oscura e il mondo diventa così incerto che le persone
non chiedono più niente alla politica se non di prestare attenzione ai loro
bisogni vitali, ai loro interessi individuali e alla loro libertà privata”.
Il prontuario di un nuovo pensiero
Ecco allora che l’opera di Stanghellini si pone all’attenzione del lettore come
un agile, e al tempo stesso densissimo, prontuario per un nuovo modo di
pensare se stessi e il mondo. Un paio di lenti per meglio mettere a fuoco l’era
di macerie in cui siamo entrati, quella che potremmo definire della terza
guerra mondiale a pezzi (per riprendere la celebre definizione di papa
Francesco) al fine di viverla appieno senza lasciarsi andare alla disperazione,
al cinismo e all’indifferenza da un lato, né a false speranze, fughe in avanti o
riproposizioni di novecentesche palingenesi totalitarie dall’altro.
È in questa cornice che si colloca la tela che l’Autore compone servendosi di
due pennelli, solo apparentemente alternativi l’uno dall’altro: quello del
disincanto – che “non è apatia, né indifferenza, né pessimismo
dell’intelligenza” – e quello della passione – che “non è utopia, né speranza,
né eros dell’impossibile”. Bensì “è intelligenza del negativo, cioè la capacità di
riconoscere il negativo che è nella realtà” – il disincanto – ed è “motus animi
diretto verso la realtà” – la passione. Il paesaggio metaforicamente dipinto è
tale per cui possano emergerne le migliori virtù: “dal disincanto si distilla la
chiarezza – un passo indietro per vedere meglio, per mettere a fuoco la realtà
– e dalla passione emerge la cura – un passo avanti, verso il mondo, per
esserci, dedicarsi, coinvolgersi”. Anche nei tempi bui “la realtà conserva la
sua potenzialità dialettica in quanto il negativo, sotto lo sguardo caldo e
attento di una coscienza disincantata e appassionata, non si lascia
cristallizzare in uno stato di catastrofe irreversibile”. Ed è per questo che è
proprio in tempi bui “scriveva Hannah Arendt, che può svilupparsi un tipo

particolare di persona che scopre il valore della comunità” nel segno della
“fraternità che si fonda sulla compassione” e sulla “simpatia per l’umano”.
Organizzare il pessimismo dell’intelligenza
Mentre è utile ricordare l’importanza che Adriano Olivetti dava in tempi non
sospetti al valore della comunità umana e di lavoro (basti citare il partito
politico Movimento Comunità, oltreché le Edizioni di Comunità), è opportuno
sottolineare l’impronta neo-gramsciana che Giovanni Stanghellini imprime
alle conseguenze pratiche della sua formula etica per i tempi bui. Riferendosi
al “Trasumanar e organizzar” di Pier Paolo Pasolini, l’autore di Disincanto e
passione opta decisamente per l’abbandono del trasumanare “alle varie
specie di fanatismo politico, ideologico, mistico e religioso” e sceglie di
“organizzare il pessimismo dell’intelligenza” bilanciandolo con “l’ottimismo
della volontà”, perché “l’organizzazione del pessimismo (…) è l’unica
massima che può salvarci dalla morte” e – scriveva Antonio Gramsci, citato
da Stanghellini – “occorre invece violentemente attirare l’attenzione nel
presente così com’è, se si vuole trasformarlo. Pessimismo dell’intelligenza,
ottimismo della volontà”.
Da questo punto di vista lo psichiatra fiorentino potrà sentirsi in ottima
compagnia se solo ripercorrerà il discorso di fine anno 2025 del Presidente
della Repubblica, Sergio Mattarella. Quindici minuti appena, in cui il Capo
dello Stato ha chiarito che l’Italia non è alla deriva perché ha già dimostrato di
saper reagire con successo a crisi rovinose come quella post-bellica e quella
del terrorismo. Ed è per questo che oggi “riflettere su ciò che insieme
abbiamo conquistato – ha scandito Mattarella – è la premessa per poter
guardare al futuro con fiducia. La consapevolezza di questa storia può
conferirci forza per affrontare con serenità le sfide e le insidie del nostro
tempo”. “Siate esigenti, coraggiosi – è stato poi il disincantato, appassionato
e quasi gramsciano appello del Presidente ai giovani -. Scegliete il vostro
futuro. Sentitevi responsabili come la generazione che, ottanta anni fa,
costruì l’Italia moderna”.
Ma oggi abbiamo bisogno di profezia
Le figure dell’utopia, della speranza, della povertà, del disincanto, della
passione e dell’eros sono passate in rassegna una per una, a mo’ di parole
chiave, nel prontuario stanghelliniano, dove vengono severamente vagliate,
sfrondate, limate, ripensate, modellate. Al fine di comporre il quadro
concettuale più equilibrato possibile, dal punto di vista razionale ed emotivo,

per un nuovo pensiero sul mondo del XXI secolo. Un pensiero che in ultima,
sublime, analisi si affida alla potenza della poesia: lo strumento che “soddisfa
le esigenze contraddittorie che la coscienza sperimenta nei tempi bui”, poiché
la poesia, affermava il Premio Nobel per la Letteratura 1995 Seamus Heaney,
citato da Stanghellini, è “un’arte sincera e devota alle cose così come sono”.
Un’opera, dunque – Disincanto e passione – che in 100 pagine si manifesta
al lettore come un faro per orientarlo nel mare in tempesta della nostra
complicata epoca.
Ci sembra tuttavia di poter aggiungere una riflessione. Stanghellini, infatti,
esegue una critica ammaliante e coraggiosamente radicale, ma in parte
discutibile, del concetto di speranza. Un concetto di recente mai così esaltato
come nell’anno appena trascorso, quello del Giubileo, indetto con la Bolla
papale Spes non confundit. La speranza invece, presa di petto dallo
psichiatra e filosofo fiorentino nel suo libro, è per lui “virtù fragile” che “può
essere traumatica, più traumatica di una ragionevole disperazione”. E che
deve trovare “un bilanciamento (…) nella carità, cioè nei valori della
fratellanza e della comunità”.
Di carità e comunità è stato certamente maestro Adriano Olivetti. Eppure un
illustre concittadino di Stanghellini, il cosiddetto sindaco santo di Firenze,
Giorgio La Pira, divenne una sorta di Cavaliere della Speranza a tutti i costi,
se così si può dire: fece sua come un mantra, nell’era della Guerra Fredda,
l’affermazione paolina della spes contra spem: la speranza contro ogni
speranza. “Egli [Abramo] ebbe fede sperando contro ogni speranza e così
divenne padre di molti popoli, come gli era stato detto: Così sarà la tua
discendenza”. (Lettera ai Romani, 4,18). Quello di La Pira fu un lavoro
operoso contro il terrore nucleare e per la pace fra i popoli, basato sulla fede
negli imperscrutabili disegni di Dio che mantiene le promesse fatte agli
uomini, ma al tempo stesso fu caratterizzato dal modo in cui Erich Fromm
descrisse la speranza: “È come una tigre accovacciata che salta solo quando
è il momento (…) Sperare significa essere pronti in ogni istante a ciò che non
è ancora nato (…); coloro che sperano ardentemente vedono e amano ogni
segno di una nuova vita e sono pronti in ogni momento ad aiutare la nascita
di ciò che è pronto a venire al mondo” (in ‘La rivoluzione della speranza’).
Moderno alfiere della speranza che trova nel “venire-al-mondo”, nel “nascere”
la sua “formula fondamentale” si è fatto in questi anni il filosofo sudcoreano, e
tedesco di adozione, Byung-Chul Han, pure citato da Stanghellini in
Disincanto e passione, che nel suo libro Contro la società dell’angoscia (ma

la traduzione del titolo originale è ‘Lo spirito della speranza’), sostenendo che
“il regime neoliberale è un regime dell’angoscia” arriva ad affermare che
“vivere significa sperare”. Viviamo peraltro da settant’anni nella pasoliniana
civiltà dei consumi, dove “i consumatori non sperano nulla – sottolinea
Byung-Chul Han -. Hanno solo desideri o bisogni. Non hanno bisogno di
nessun futuro”. Al contrario “chi spera non consuma” ed è per questo che “la
speranza non appartiene al vocabolario capitalista”.
Mai come oggi, dunque, occorre riscoprire il valore della speranza contro ogni
speranza. In questi tempi dell’Antropocene, in cui le parole pace e
nonviolenza sono strumentalizzate e vilipese, e dove secondo diversi
scienziati e teologi, il genere umano rischia l’estinzione per sua stessa mano,
mentre “la Madre Terra (…) continuerebbe comunque il suo viaggio intorno al
Sole ma senza di noi” (Leonardo Boff).
Di certo è da maneggiare con cura, la speranza, come saggiamente
ammonisce Giovanni Stanghellini, ma al tempo stesso è da proclamare sui
tetti.
Da profetare, nel senso etimologico del termine di “parlare davanti”, a costo di
essere “voce di uno che grida nel deserto”. Come Danilo Dolci, Aldo Capitini,
don Milani, Giorgio La Pira, Ernesto Balducci, o lo stesso Adriano Olivetti. Se
il cambiamento della realtà viene dall’organizzare il pessimismo
dell’intelligenza bilanciandolo con l’ottimismo della volontà, non è detto che
non giunga anche dall’auspicio carico di speranza di Thomas Merton:
diventare nella propria vita come quei piccoli ruscelli di montagna, che non si
vedono ma si riconoscono. Perché là dove passano, tutt’intorno l’erba è più
verde, e i fiori più rigogliosi.

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