Il colloquio di Assunzione con Ottiero Ottieri
Era l’anno in cui il velocista italiano Livio Berruti, dopo l’oro olimpico a Roma 1960, era al vertice della popolarità facendo sognare l’Italia, eguagliando più volte il record mondiale dei 200 metri piani.
La mia prima conversazione per entrare nella fabbrica Olivetti di Pozzuoli, come perito industriale neodiplomato all’Alessandro Volta di Napoli, la feci con una segretaria magra, dalla parlata brillante e piena di convenevoli e attenzioni. Aveva un difetto di pronuncia che era simpatico e civettuolo. Per descrivere la sua voce non bastava un otorinolaringoiatra, ma ci voleva un poeta. Le parole che le uscivano dalle labbra erano delicate e c’era un dettaglio che le rendeva uniche: quella sua “r” che non rotolava mai, restando sempre morbida e quasi accennata. Non era un difetto, ma un vezzo, che costringeva ad ascoltare con più attenzione. Ogni volta che pronunciava una parola con la “r”, era come se il suono venisse smorzato da un leggero sussurro, un suono intimo che rendeva la conversazione più una confidenza condivisa che un semplice scambio di frasi. Il suo modo di parlare delicato era una forza sottile e irresistibile, un’arma seducente che le conferiva un fascino intramontabile.
La sua bellezza non era quella delle attrici da copertina, ma una forma complessa. Aveva lineamenti decisi, quasi scolpiti, con labbra piene e uno sguardo intenso, capace di farti sentire al centro del mondo. I capelli, di un nero corvino, scendevano in onde morbide sulle spalle seminude, lasciando intravedere la pelle chiara. Il suo corpo, sinuoso e avvolto in un vestito a sacco, si muoveva con grazia: ogni gesto era morbido.
Mi portò nella saletta di rappresentanza, offrendomi da bere; non ricordo se fosse un’aranciata o una Coca-Cola.
Quando si sedette al bancone-bar della sala meeting, l’atmosfera cambiò. Non le importava delle bibite o del vino. Capii che la sua passione erano i liquori più forti, quelli scuri che si bevevano in silenzio. Teneva il bicchiere tra le dita lunghe e affusolate, e mentre il ghiaccio si scioglieva lentamente, le sue domande, quasi sussurrate, si mescolavano al rumore lontano delle macchine da calcolo usate negli uffici contigui. Vedendola seduta, credetti che sarebbe passato del tempo prima di essere ricevuto dal capo del personale. Immaginai per un istante che, ad ogni sorso, avrebbe fatto una pausa prima che la sua voce ripartisse, con la sua “r” inconfondibile, a tessere illusioni. Non beveva per dimenticare, ma per ricordare, per accendere il fuoco segreto della sua gioventù, quello che la rendeva irresistibile e irraggiungibile.
Con rispetto mi chiamava “signor Rossi”; per un ragazzo fresco di diploma stonava, ma dava un senso di rispetto, forse anche un po’ di imbarazzo. Quel signore era come indossare un vestito che non calzava ancora del tutto, ma che nel contesto era l’unico adeguato se sarei stato assunto in Olivetti. Poteva sembrare una semplice formalità, ma in realtà segnava un passaggio. Abituato a essere chiamato per nome o con l’informale tu a scuola e in famiglia, rappresentava un salto nel mondo degli adulti. Un riconoscimento del nuovo status. Non più uno studente, ma un lavoratore, una persona che, pur nella sua inesperienza, aveva un ruolo e delle responsabilità.
Al contrario di me, che bevevo analcolici, non appena il blocco di ghiaccio si sciolse e l’alto bicchiere fu riempito a metà, la mia accompagnatrice lo ingurgitò senza fare un’ombra di smorfia. Successivamente seppi che la ragazza approfittava degli ospiti per utilizzare il bar di direzione perché le piaceva bere.
Dalle vetrate si scorgeva tutto il golfo di Pozzuoli, che spaziava dal Rione Terra, allora fittamente abitato, fino a Capo Miseno. In basso, il tetto delle pensiline copriva il posteggio auto. Due baldi giovani operai si prodigavano a farlo rimanere verde sotto la calura del sole. Uno innaffiava, l’altro rasava con un tagliaerba diesel in perfetto sincronismo. Era l’unica attività che svolgevano, quella di curare il verde della fabbrica. Per non rimanere inattivi, il primo aiutava la natura a far crescere l’erba più in fretta in modo da dare lavoro al secondo. Venivano guardati con una certa invidia dagli operai delle linee di montaggio e d’officina per la vita che passavano senza stress, lontani dal cottimo, tra cielo e mare, alla vista di un golfo tra i più belli del mondo.
Dopo circa un quarto d’ora d’attesa, passato sul divano a sfogliare qualche rivista col rumore saltuario del ronzio meccanico della Divisumma 24 che proveniva da una stanza vicina, fui ricevuto dal capo del personale.
«Si accomodi», disse, senza staccare gli occhi dagli appunti che mi riguardavano.
In quel momento, l’ansia si trasformò in una sorta di vuoto allo stomaco. Temevo le sue domande, temevo che mi chiedesse del mio passato, della mia famiglia, o che mi vedesse solo come l’ennesimo ragazzo del Sud che cercava disperatamente un posto di lavoro, privo di quella lucidità industriale che lui stesso descriveva nei suoi libri.
«Viene dall’Istituto Volta di Napoli, unica scuola tecnica di tutta la Campania. Ma mi dica: perché vuole lavorare proprio qui, in un luogo per cui molti aspirano e lottano?»
Le parole mi si strozzarono in gola per un secondo. Pensai ai banchi del Volta, alle notti passate a studiare gli schemi elettrici, al desiderio di riscatto e di progresso. Dell’Olivetti sapevo quasi nulla, se non, come mi aveva detto mio padre, che era un’azienda sicura e che pagava bene. Non fui brillante nella risposta, accennai solo al fatto che sapevo che costruivano macchine per scrivere.
Risposi con voce ferma, anche se le gambe tremavano ancora: «Perché qui si costruiscono macchine da scrivere, e so che potreste avere bisogno di periti elettrotecnici bravi».
Il mio interlocutore era uno scrittore e sociologo, si chiamava Ottiero Lucioli Ottieri della Ciaja, assunto qualche anno prima da Adriano Olivetti nella qualità di selezionatore del personale. Faceva parte di un gruppo di intellettuali che dovevano lavorare a stretto contatto con il mondo della fabbrica. Il suo ruolo pur limitandosi a un compito burocratico, gli serviva per le sue opere letterarie. La più celebre, il romanzo Donnarumma all’assalto. Ottieri indagò le dinamiche psicologiche e sociali degli operai, le loro speranze, i timori e l’adattamento alla nuova realtà industriale, offrendo uno spaccato unico e profondo non solo del boom economico italiano, ma anche delle condizioni dell’uomo in fabbrica, del ritmo del lavoro, che era stato così difficile da apprendere e che ora ti entrava nel sangue, come un vizio, come una musica.
Parlammo degli hobby, dello sport e delle condizioni di famiglia; nessun cenno alla politica. Gli risposi raccontando delle origini nobiliari dei miei antenati, ma che del benessere passato non era rimasto molto e che mio padre viveva con lo stipendio di un impiegato postale, ed era amico del vescovo di Pozzuoli. Mi fissò in silenzio per alcuni istanti, poi sul suo volto comparve l’abbozzo di un sorriso.
«Dovrà fare la visita medica».
Non conoscevo il significato di quella frase. A spiegarmelo fu proprio la segretaria magra, dalla parlata brillante e piena di convenevoli e attenzioni. Mentre mi riaccompagnava all’uscita mi chiese com’era andata, le risposi della visita medica e di rimbalzo mi disse: «Allora è stato assunto».
In effetti era un caso anomalo, perché dopo il colloquio informativo ci doveva essere quello tecnico con un ingegnere e sarebbe stato quest’ultimo a farmi passare per l’infermeria, che era la visita medica per entrare in azienda. Ma forse il capo del personale, pur non essendo un tecnico, da quel colloquio aveva intuito la formazione scolastica suggeritagli da quelle carte che aveva davanti: la segnalazione della scuola era eccellente.
La parola “assunto” fu liberatoria; fu come togliersi di dosso il peso di un’incertezza. Il mio destino era segnato, e ancora oggi, a distanza di tanti anni, conservo nel cuore quel giorno.