Perito Industriale presso lo storico istituto "Alessandro Volta" di Napoli, ha proseguito con la frequenza in Ingegneria alla Federico II di Napoli. Assunto alla Olivetti, si è specializzato in organizzazione aziendale e analisi del costo del lavoro, ricoprendo ruoli di rilievo quale Responsabile dell’ufficio Tempi e Metodi e addetto alle Relazioni Pubbliche per la Olivetti Controllo Numerico nello stabilimento di Marcianise. Laureato in Scienze Politiche all’Università "Federico II" di Napoli. Commendatore della Repubblica e Maestro del Lavoro (Stella al merito), Spilla e medaglia d’oro Olivetti. Giornalista pubblicista e fotografo. Ha fondato e diretto il mensile nazionale Fotografia Comparata e il quindicinale Il Corso. Componente del comitato di indirizzo del dipartimento di economia della Università della Campania Luigi Vanvitelli, ricopre attualmente la carica di Presidente del Centro Studi e Alta Formazione Maestri del Lavoro d’Italia e dirige il Museo Dinamico della Tecnologia "Adriano Olivetti" di Caserta. Ha pubblicato: Introduzione alla Vita d’azienda (1973), Le multinazionali verso un codice di condotta (1979), 60 anni dell’unione industriale di Caserta (Confindustria), 40 anni del Settembre al borgo (Guida, 2010), Alvignano e il suo Arciprete, ( proloco Alvignano) La Caserta di Vincenzo Memma, Maestri del lavoro in camicia nera (Rubbettino), Fascismo Casertano, fatti e misfatti di una città in camicia nera

Carlo Ginzburg, l’eredità olivettiana e la scuola ridotta a un sermone
di Mauro Nemesio Rossi

 

     È stato un prezioso politico e civile, ha dato una fondamentale lezione di metodo. Carlo Ginzburg con la sua morte ci lascia orfani nel panorama intellettuale europeo. Qualche giorno addietro sul quotidiano La Stampa, aveva lanciato un allarme sullo stato dell’istruzione: «La storia a scuola è ridotta a un sermone».
Un grido di allarme contro un’istruzione dogmatica e provinciale, la sua idea lo ha guidato nella vita a scardinare le verità preconcette del potere.
Un rigore morale che è la storia della sua famiglia, nella origine della casa editrice Einaudi, nell’antifascismo torinese e nella figura profetica di Adriano Olivetti, legata al concetto utopistico concreto della città di Ivrea.

Ginzburg ha contestato radicalmente l’uso politico del concetto di “identità”, sia essa italiana o europea, applicato ai programmi scolastici. Per lui, l’identità non è un vero valore analitico: l’identità di una persona non è un blocco unico, chiuso e impermeabile, ma qualcosa di poroso e in continuo mutamento. La gente è un incrocio di appartenenze multiple, di scambi e di contaminazioni. Le impostazioni eurocentriche pretendono di stabilire un primato culturale da Mitteleuropa, una postura «provinciale», un tentativo di ignorare che la centralità del vecchio continente è ormai tramontata e, peggio ancora, un modo per rimuovere dalla coscienza collettiva le colpe storiche del colonialismo.

Al contrario, la scuola deve insegnare a formulare domande e trasmettere il metodo storico. Abituare i ragazzi a verificare le fonti, a distinguere un documento autentico da una manipolazione, deve essere la prassi. Significa guardare ai dettagli scartati, alle anomalie, ai margini della narrazione ufficiale per scoprire la verità nascosta. Oggi, in un’epoca in cui la disinformazione digitale è al suo vertice, questo metodo diventa la principale difesa del cittadino: imparare a studiare la storia significa imparare a difendersi dalle menzogne del presente.

Di Carlo, Leone, Natalia e Paola
     Carlo era il primogenito di Leone Ginzburg, intellettuale di origini russe, eroe della Resistenza e co-fondatore della casa editrice Einaudi (morto nel 1944 nel braccio tedesco del carcere di Regina Coeli dopo essere stato torturato), e Natalia Levi, una delle più grandi scrittrici del nostro secolo.
L’albero genealogico della famiglia Levi apre una linea diretta con la più grande utopia industriale d’Italia. Paola Levi, la sorella maggiore di Natalia (e quindi zia materna di Carlo), sposò infatti nel 1924 un giovane ingegnere di Ivrea: Adriano Olivetti. Attraverso i ricordi della madre Natalia nel capolavoro Lessico famigliare, lo zio Adriano entra nella vita della famiglia.

Natalia lo descriveva come un giovane timido, dai modi schivi, che parlava con una voce sottilissima e quasi impercettibile. Diceva cose che agli occhi del patriarca Giuseppe Levi (nonno di Carlo) apparivano spesso «confuse e oscure», perché Adriano non ragionava come i capitalisti del suo tempo: vedeva già la fabbrica come un motore di elevazione spirituale e sociale, un’idea che la mentalità positivista dell’epoca faceva fatica a comprendere.
Carlo cresce dentro questo ecosistema unico, dove le domeniche, le cene e le discussioni politiche vedono incrociarsi i Levi, i Ginzburg e gli Olivetti. Un ambiente in cui il rigore filologico e morale di papà Leone XIII si fondeva con lo slancio visionario e comunitario dello zio Adriano.

Carlo, camminava per le strade di Ivrea, respirando l’aria di quella comunità che stava nascendo attorno alla costruzione in mattoni rossi, vivendo sulla propria pelle la solidarietà concreta di quel modello.
Tornò a Ivrea non più come il nipote degli Olivetti, ma come uno degli storici più famosi del mondo. La città diventata patrimonio UNESCO, che ha cercato di mantenere viva se non l’eredità materiale quella immateriale di Adriano, lo ha visto protagonista di importanti momenti di studio. Ha partecipato a convegni, conferenze e seminari organizzati dalle istituzioni culturali eporediesi e dalla Fondazione Adriano Olivetti. In queste occasioni, non ha mai mancato di citare il valore storico di Ivrea, definendolo l’unico vero tentativo italiano di coniugare modernità industriale, democrazia partecipativa e altissima cultura.

Carlo e Adriano e le mistificazioni del ‘900
     Il metodo storico di Carlo Ginzburg e il progetto sociopolitico di Adriano Olivetti, pur muovendosi in campi diversi, la ricerca d’archivio l’uno, l’urbanistica e l’industria l’altro, hanno combattuto contro gli stessi grandi mistificazioni del Novecento: il centralismo soffocante, ideologismo estremo e l’omologazione culturale.
La storia di Ginzburg è stata la microstoria, l’idea che studiando una piccola comunità, un singolo villaggio o un individuo dimenticato si possano comprendere le strutture profonde di un’intera epoca meglio che leggendo i grandi trattati internazionali.

Questo concetto si specchia perfettamente nell’idea di Comunità teorizzata da Adriano Olivetti: lo Stato centralista e i grandi partiti di massa erano strutture disumanizzanti; la democrazia deve rinascere su base locale, nel territorio dove si vive, in uno spazio a misura d’uomo in cui la realtà industriale, la socialità la cultura e la terra fossero integrati.
La “Comunità” è la cellula da cui ricostruire la società; la “Microstoria” è la documentazione da cui ricostruire la verità storica. Entrambi guardano al piccolo non per isolarsi, ma per trovare l’universale.

Olivetti che Ginzburg hanno inoltre rifiutato l’idea che la cultura debba essere un privilegio di casta o uno strumento di controllo. Adriano riempiva la fabbrica di libri, portava i poeti a parlare agli operai, convinto che la bellezza fosse un diritto di tutti. Carlo ha speso la vita a dimostrare che le classi subalterne, i contadini e i tipografi del Cinquecento possedevano una cultura ricca, complessa e originale, ingiustamente etichettata come “folclore” dalle élite dominanti. Il recupero della voce dei vinti è l’ossessione che accomuna lo storico e l’industriale.

Una scuola che propina sermoni identitari produce conformisti, e approssimazione come un’industria che mira solo al profitto e distrugge il territorio. La proposta di trasformare la classe in un laboratorio di ricerca, di dubbio e di filologia è l’obiettivo essenziale. Un’istanza profondamente olivettiana, che mette la libertà di pensiero al centro delle istituzioni democratiche.

Del metodo di Ginzburg: il mugnaio eretico Menocchio
     Per capire il metodo di Ginzburg bisogna rileggere le pagine del suo capolavoro, Il formaggio e i vermi. Nel secondo capitolo, intitolato “Il paese”, Ginzburg ricostruisce il tessuto sociale di Montereale, il borgo del Friuli dove viveva il celebre mugnaio eretico Menocchio, analizzando le crepe e i silenzi dei documenti dell’Inquisizione del 1584.

Dagli atti dell’istruttoria emerge un quadro chiaroscurale. Davanti al vicario generale, i compaesani di Menocchio cercano di proteggersi: nessuno vuole ammettere di aver ascoltato con approvazione i discorsi di un sospetto eretico. Alcuni, come Domenico Melchiori o Giuliano Stefanut, riferiscono reazioni sdegnate dell’epoca (“He, Menocchio, de gratia, per l’amor de Dio non ti lassar uscir queste parole!”). Il prete Andrea Bionima gli aveva lanciato persino una velata minaccia: “Tace, Domenego… perché un giorno ti potresti pentire”.

Scavando nei verbali, scopre che la comunità conosceva ed tollerava le idee di Menocchio da venti, trenta o quarant’anni. Un testimone, Daniele Fasseta, dichiara di conoscerlo “da pizol in suso” (da quando era piccolo) perché cresciuti sotto la stessa pieve. Per decenni nessuno lo aveva denunciato. Menocchio non era un emarginato: era stato podestà del paese, amministratore della parrocchia, praticava con molti ed era “amico de tutti”.

La denuncia anonima che dà il via al processo è frutto di un vecchio contrasto personale con il pievano locale, don Odorico Vorai, istigato da don Ottavio Montereale, esponente dei signori del luogo. L’ostilità del clero è logica: a furia di discutere nelle osterie, Menocchio si contrapponeva all’autorità della Chiesa, gridando “Che papi, prelati, che preti!” in segno di aperto disprezzo per le gerarchie.

Attraverso i frammenti dei testimoni, Ginzburg fa riemergere la poetica del mugnaio, che mescolava letture della Bibbia in volgare a istanze popolari radicali:
«L’aere è Dio… la terra è nostra madre»
«Tutto quello che si vede è Iddio, et nui semo dei»
L’idea sarcastica sulla bestemmia
Ognuno fai il suo mestier, chi arrar, chi grapar, et io fazzo il mi mestier di biastemar»)

Il dubbio radicale sulla verginità di Maria, ritenendo Gesù piuttosto il figlio di “qualche homo da bene”.

     Quando Menocchio intuisce il pericolo, si confida con gli amici, che gli consigliano di non parlare troppo e di dichiararsi colpevole per salvarsi. Ma ormai l’ingranaggio è avviato: il 4 febbraio 1584, l’inquisitore fra Felice da Montefalco lo fa arrestare e condurre “con le manete” nelle carceri di Concordia.
La capacità di leggere i documenti giudiziari a pelo d’acqua, non per avallare la verità dei giudici, ma per far parlare il testimone represso, restituendo spessore umano e dignità culturale a un mugnaio del Cinquecento.

In conclusione Ivrea e Torino, gli Olivetti e i Ginzburg hanno costituito élite dello spirito e dell’azione che ha illuminato i momenti più bui del secolo scorso. Spetta ora agli insegnanti, studenti e cittadini raccogliere quel testimone: spegnere i sermoni della propaganda e riaccendere la luce rigorosa e difficile della ricerca della verità.

 

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