consulente di direzione, giornalista pubblicista, docenza ventennale di Comunicazione d’impresa a Scienze Politiche Università di Firenze, manager alla Olivetti (1961-1989), dove ha diretto la selezione dei quadri, la scuola centrale della formazione commerciale, la Divisione prodotti per ufficio, la Pubblicità di Gruppo

Per Umberto Chapperon. Olivettiano.

 di G. C. Giovanni Maggio.

Umberto Chapperon si è spento a Milano la settimana scorsa.

Ho conosciuto Umberto a metà degli anni 60 del secolo scorso nell’ultima felice stagione della Olivetti di Adriano. Abbiamo lavorato insieme al Personale dove, alle dipendenze di Paolo Volponi, Umberto era responsabile delle Relazioni sindacali. La funzione fu da lui gestita in quel periodo, e mai più a quell’altezza, in maniera illuminata, avanzata, civile con un approccio umanistico e partecipativo unico, in netto contrasto con il clima conflittuale dell’industria italiana dell’epoca. A differenza dell’approccio duro degli altri imprenditori, in Olivetti prevaleva il dialogo, in una comunità aziendale dove il sindacato non era un nemico ma un interlocutore nel contesto di una condivisa responsabilità sociale. Umberto Chapperon fu l’attore esemplare di quel particolare aspetto della singolare cultura d’impresa della Olivetti di Adriano. Resta il suo esempio di come un intellettuale abbia saputo trattare con successo quella difficile materia con la forza della sua cultura, della sua intelligenza, del suo stile, del suo rigore professionale. Il tutto permeato da una antica torinese riservatezza, rotta, in felici momenti di convivialità, da sprazzi di ironia e di humour contagiosi che riscaldavano la malinconia eporediese.

Alla partenza di Paolo Volponi Umberto lasciò l’Olivetti per assumere l’incarico di responsabile del Personale della Rinascente.

Molti anni dopo ho avuto il privilegio di far parte insieme ad Umberto di un gruppo di venticinque “olivettiani fedeli” le cui testimonianze costituiscono la narrazione a più voci della parabola della Olivetti, dalla Golden Age adrianea sino al declino e all’olivetticidio, racconti raccolti nel libro Uomini e lavoro alla Olivetti a cura di Franco Novara, Renato Rozzi, Roberta Garruccio. La testimonianza Umberto fu registrata a Milano il 7 marzo 2003 e pubblicata alle pagine 165/179 di quel libro. Qui di seguito sono riportate, con mia arbitraria e discutibile titolazione, alcune sue citazioni a memoria del suo pensiero e delle sue riflessioni su quella epoca felice.

 

Olivetti e Montesquieu.

“La produzione aveva una struttura che, non so se consapevolmente o inconsapevolmente, era chiaramente una struttura illuministica, nel senso che ricalcava la divisione dei poteri dell’Esprit des lois di Montesquieu……… bilanciamento dei poteri….. Una delle cose più geniali che vigessero in Olivetti: il responsabile del personale di uno stabilimento non dipendeva dal direttore di quello stabilimento ma dalla direzione centrale del personale o meglio dipendeva funzionalmente dal direttore dello stabilimento, ma gerarchicamente dalla direzione relazioni aziendali. Questo fece sì che in Olivetti il responsabile del personale di uno stabilimento, con le spalle coperte per il fatto di non dipendere dal direttore di quello stesso stabilimento ma da un’autorità superiore, riuscì sempre a svolgere una funzione in qualche misura parallela a quella della linea gerarchica.

In altre parole, ciò consentiva un’attività di mediazione che nella maggior parte delle aziende che ho conosciuto non poteva sussistere. Questa è stata una delle caratteristiche chiave che consentirono alla Olivetti di non conoscere mai quelle asprezze nei rapporti con i dipendenti che invece caratterizzavano altre aziende in quegli anni”.

 

Ugo Galassi e lo scandaglio.

“Non bisogna però credere che la Olivetti fosse un’azienda morbidamente conciliante e poco aggressiva. L’azione del settore commerciale, per esempio, era improntata ad una aggressività verso il mercato molto maggiore, penso, di quella riscontrabile in tutte le altre aziende italiane di quegli anni. L’impostazione della politica commerciale si deve al dottor Ugo Galassi: la Olivetti è stata credo la prima grande azienda italiana che non si aspettava che i clienti andassero a comprare i prodotti ma li si rincorreva in maniera quasi ossessiva: si faceva il cosiddetto “scandaglio” : brillanti diplomati e laureati dovevano dedicarsi, come tappa della loro carriera, ad una area ben delimitata, un quartiere, un gruppo di condomini, contattando ogni persona che vi abitava per proporre l’acquisto della lettera 22”.

 

Olivetti, bellezza, armonia, correttezza, civiltà.

“Un altro tratto che distingueva l’Olivetti dalle aziende di quegli anni era la coerenza della propria immagine. La Olivetti che produceva macchine per scrivere e da calcolo, si proponeva come missione di migliorare la comunicazione tra le persone e di agevolare scelte più razionali….tutta la pubblicità della Olivetti ha sempre gravitato su questi elementi: un’azienda che produce macchine per scrivere per calcolare, che migliorano la società in cui viviamo. Macchine che hanno anche una loro bellezza formale, costruita in stabilimenti architettonicamente altrettanto belli; un’azienda in cui il rapporto con le maestranze, le istituzioni e l’ambiente e il più possibile armonico, corretto e civile”.

 

Il personale e la cattura dei talenti.

“Pilastro del successo dell’Olivetti è stato certamente la sua politica di selezione. Quando io arrivai in Olivetti la selezione era probabilmente l’attività fondamentali della direzione del personale Io credo che la direzione del personale Olivetti in quegli anni dedicasse alla selezione l’80% del proprio tempo e questo sia perché all’inizio degli anni 60 l’Olivetti era un’azienda in grande espansione e quindi aveva bisogno di assumere molte persone sia perché si pensava che la selezione fosse il punto chiave del successo aziendale. Alla Olivetti la selezione non è mai stata fatta in base alle competenze professionali: le competenze professionali erano date per scontate sulla base dei risultati scolastici universitari e curricolari. Si stabilivano anche dei rapporti con i singoli docenti, li si incontrava, si mettevano in palio delle borse di studio che i professori potevano utilizzare, li si invitava Ivrea con i loro allievi…perché potessero capire che cosa era un’azienda. Quello che il selezionatore doveva cercare di perseguire era aggregare un nucleo di persone che avessero un minimo comune denominatore cioè persone che avessero letto le stesse cose, che avessero visto gli stessi film, che avessero un’analoga visione del mondo. In Olivetti veniva ricercata quella comunanza di orientamenti e di valori che credo si ritrovi nelle grandi scuole francesi o inglesi”.

 

Guardie e ombrelli.

“Un principio fondamentale dell’Olivetti era un profondo rispetto dell’uomo. Posso portare degli esempi anche terra terra. Un certo giorno l’ingegnere Adriano mise a fuoco che poteva capitare che al mattino un dipendente entrasse in fabbrica con il sole ma quando alla sera usciva piovesse a dirotto. Allora fece acquistare una quantità di ombrelli: se all’uscita pioveva, le guardie dello stabilimento distribuivano a ciascuno degli ombrelli. Questo fatto che delle guardie venissero impiegate a distribuire ombrelli, sì, mi è sempre sembrata una cosa straordinaria”.

 

Sapore di nafta nelle mense della Fiat.

“Sul sistema dei servizi sociali… mi viene in mente a questo proposito un incontro sull’organizzazione delle mense con il responsabile dei servizi sociali della Fiat. Era un signore alto, con un’aria autorevole. Gli chiedemmo: “voi per le mense quali politiche avete?” risposta: “il nostro obiettivo è eliminarle ma prima bisogna arrivare a farle utilizzare da pochi, perché è difficile eliminarle se ci mangiano tutti. Bisogna eliminarle quando ci mangiano in pochi. Per raggiungere questo obiettivo, peggioriamo ogni settimana il livello del servizio: siamo arrivati a portare la minestra dentro gli automezzi con cui portiamo la nafta; certo, prima naturalmente la laviamo eppure, lei lo sa che ci sono ancora due o tremila comunisti che mangiano questa minestra solo per farci rabbia?”

Tornammo a Ivrea pensierosi”.

 

Addio Olivetti.

“Tutto quello che le sto raccontando riguarda gli anni fino al 1972. Verso la fine del 1971 Paolo Volponi fino a quel momento era stato a capo del personale dopo essere stato responsabile dei servizi sociali dell’azienda. Il professor Visentini aveva promesso a Volponi la nomina ad amministratore delegato, ma poi ci ripensò: scelse Ottorino Beltrami e Volponi se ne andò.

Io a Volponi ero molto legato. Capii che un’esperienza irripetibile si era conclusa. Nel1972 uscii anch’io e andai alla Rinascente.”

“L’esperienza della Olivetti è stata molto importante nella mia vita. È stata fondamentale. Senza questa esperienza non so come sarei, ma sicuramente sarei diverso”.

 

Fiesole 28 gennaio 2026

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