PALAZZO OLIVETTI FIRENZE
UN LIBRO IMPONENTE CELEBRA L’ULTIMA GRANDE ARCHITETTURA OLIVETTIANA
di G. C. Giovanni Maggio
Olivetti Firenze. Alberto Galardi. Silvano Zorzi | a cura di Giuseppe Galbiati, Franz Graf, Giulia Marino | Edizioni di Comunità | 306 pp. | 990 g | 40 euro | 27 x 22,5 cm Fotografie di Gianni Berengo Gardin, Gabriele Basilico, Pino Abbrescia e Roberto Conte
È in libreria, per le Edizioni di Comunità, Olivetti Firenze. Alberto Galardi. Silvano Zorzi, un volume dedicato alla sede Olivetti di Firenze in via Santa Caterina d’Alessandria, a cura di Giuseppe Galbiati, Franz Graf e Giulia Marino.
Il libro è una felice sorpresa già a guardarlo, prenderlo in mano, soppesarlo. Ha una sua specificità fisica, costruito com’è in carta e cartone pesanti. È un libro ponderoso, non solo per il peso rilevante, ma per la ricchezza dei temi che tratta e per l’originale architettura con cui è costruito. È una felice sorpresa, inoltre, perché riprende e rinnova le gloriose Edizioni di Comunità, purtroppo senza il simbolo della campana con il suo profetico cartiglio, Humana Civilitas.
L’opera rappresenta, per la completezza e la ricchezza dei materiali riportati, uno stimolo alla ricerca e allo studio: un vero e proprio case study sulla professione dell’architetto, non solo detentore di saperi tecnici, ma portatore di una visione ampia, olistica, di stile olivettiano. E rappresenta, per noi olivettiani e per i nostri recenti studi con l’Università di Firenze sull’“ingegnere umanista”, una provocazione a conoscere e studiare, questa volta, “l’architetto umanista”.
Il libro, infatti, non è solo un’importante testimonianza del costruire innovativo del XX secolo, ma racconta quello che è l’episodio fondamentale e, purtroppo, finale dell’architettura olivettiana. La progettazione e la costruzione ad hoc della prima e ultima filiale Olivetti costituiscono inoltre, per la loro breve e complessa storia, la testimonianza tangibile di un momento cruciale della storia commerciale della Olivetti.
In occasione della scomparsa di Alberto Galardi, su questo sito scrivemmo che ci lasciava l’ultimo grande architetto olivettiano. Galardi era infatti olivettiano di famiglia: aveva sposato una nipote di Adriano; aveva progettato, su sua indicazione, l’Istituto farmaceutico Marxer a Loranzè. Lo legavano dunque ad Adriano non solo una relazione familiare, ma un rapporto e un’intesa culturale, professionale e intellettuale.
“Conobbi quasi subito Adriano e trovammo presto una sintonia di idee. Spesso mi invitava nella sua casa di Ivrea, dove discutevamo di architettura e non solo. Oltre a essere un grande industriale, Olivetti era una figura eccezionale per la sua vasta cultura e per le sue relazioni nel mondo dell’urbanistica, della sociologia, dell’architettura, ambiti in cui godeva di grande fama internazionale. Il clima alla Olivetti era molto sereno; ciò non vuol dire che la direzione non fosse particolarmente esigente. Come progettisti avevamo ampie libertà espressive, ma il risultato doveva essere sempre all’altezza dello standard dell’azienda. Per Firenze, ad esempio, non fu mai imposto alcuno schema precostituito e fui io ad avanzare la proposta del grande plateau libre. Con Adriano, e anche dopo la sua morte, giunsero a Ivrea i migliori architetti italiani e del mondo: pensiamo a James Stirling e a Louis Kahn. La Olivetti era un luogo che offriva grandi opportunità, sul piano lavorativo ma anche umano. In quegli anni Ivrea era una città estremamente operosa, un luogo dove si lavorava senza sosta, giorno e notte. Lavorare per la Olivetti era paragonabile a lavorare per Lorenzo il Magnifico durante il Rinascimento: un’esperienza unica, con una committenza di grande valore”.
Così la testimonianza di Alberto Galardi sulla committenza illuminata di Adriano Olivetti e sul parterre de rois dei più grandi architetti alla corte del principe.
Galardi, per cultura, formazione e opere, resta l’ultimo architetto olivettiano: un architetto umanista.
Il palazzo Olivetti, protagonista del libro, rappresenta infatti, con la sua forza innovativa, un’opera che conclude il percorso delle grandi architetture olivettiane progettate in sintonia con la committenza illuminata di Adriano e di suo figlio Roberto, in armonia con le persone che quegli edifici avrebbero abitato e che, per la loro forma perfetta, avrebbero costituito un elemento di educazione alla bellezza. Il libro ci restituisce e rafforza, con dovizia di materiali iconografici, pagine di progetto, schizzi e fotografie dei più grandi fotografi italiani, olivettiani anch’essi, l’immagine della “miracolosa meraviglia” di una costruzione che, con la sua lecorbusiana clarté, è appesa al cielo, ben sostenuta da piedi potentemente piantati sulla terra. Si rovescia così la definizione di Ennio Flaiano, che vedeva l’artista come un uomo con i piedi fortemente poggiati sulle nuvole: una mente visionaria e idealista, capace di liberarsi nell’immaginazione e di credere nell’utopia, ma senza mai perdere la propria consistenza e lucidità intellettuale.
Giulio Carlo Argan, a proposito delle caratteristiche speciali e singolari dell’architettura olivettiana, scrive: “Un tratto fondamentale differenziò le architetture olivettiane del secondo dopoguerra dalle numerose altre architetture non olivettiane: se da un lato le sedi delle più potenti organizzazioni industriali e commerciali, delle banche, delle testate giornalistiche si imponevano talvolta con un carattere rappresentativo e monumentale assunto e ostentato, dall’altro lato le architetture olivettiane furono certamente rappresentative ma non monumentali”. C’è un tratto che ad Argan sfugge: il peso dell’etica della committenza di queste architetture. Infatti le architetture olivettiane hanno in più una loro specificità: sono state commissionate sulla base di un valore fondamentale dello statuto etico adrianeo, secondo il quale la persona è al centro dei principi e dei valori della Olivetti.
Già dagli anni Trenta, nella committenza della nuova fabbrica di Ivrea agli architetti Figini e Pollini, l’imprinting olivettiano fu quello di progettare e realizzare una fabbrica di acciaio e vetro perché l’operaio, strappato a un destino rurale e sottoposto alla dura fatica della fabbrica, potesse almeno seguire lo svolgersi delle stagioni e l’andamento del sole. Questo è ancor più vero negli anni Cinquanta, quando Adriano incarica l’ingegnere e architetto Luigi Cosenza di progettare una fabbrica armoniosamente aperta su uno dei più bei golfi d’Italia, affinché la bellezza allevi e compensi la fatica della fabbrica. L’architetto olivettiano condivide così la regola fondamentale della centralità della persona e, alle proprie competenze professionali e culturali, aggiunge un altro valore: quello dell’etica dell’architettura.
Galardi è un importante rappresentante di questo nuovo tipo di architetto e il libro lo certifica, raccontando come la sua opera sia frutto del rispetto per la committenza illuminata di Roberto Olivetti, della ricchezza culturale maturata nella frequentazione di Adriano Olivetti e di un nuovo metodo di ricerca pluridisciplinare, olistico. Vi concorrono il lavoro di altri importanti architetti, come Ettore Sottsass, chiamato a progettare una serie di nuovi mobili coerenti con il progetto di Firenze; famosi ingegneri calcolatori, come Silvano Zorzi; designer; importanti manager olivettiani, come Giulio Colagrande, direttore della filiale Olivetti di Firenze; e soprattutto una forte attenzione alle esigenze e ai desideri dei futuri abitatori della costruzione.
Oltre l’estetica e l’economia: l’etica dell’architettura. Nella maggior parte dei grandi edifici contemporanei commissionati da multinazionali, la qualità architettonica è chiamata a esprimere soprattutto la potenza economica dell’azienda, la capacità tecnologica, l’innovazione, la riconoscibilità del marchio e, in qualche caso, la sostenibilità ambientale. Anche quando gli edifici sono progettati dalle più celebri archistar, il benessere delle persone è generalmente interpretato come comfort, flessibilità, salute, qualità degli spazi di lavoro e della collaborazione tra le persone. È molto raro che il progetto dichiari apertamente un’altra finalità: quella dell’educazione morale e spirituale dell’uomo attraverso la bellezza.
È proprio qui che emerge l’originalità dell’esperienza olivettiana, perché Adriano Olivetti non riteneva che l’architettura dovesse semplicemente “servire” l’impresa: riteneva che dovesse formare la persona. La persona, infatti, lavora bene in un luogo che la rispetta ed è per questo chiamata a rispettare se stessa e gli altri. È una concezione profondamente umanistica, nella quale l’architettura diventa un linguaggio educativo: non semplice estetica, ma formazione e pedagogia.
Lo storico dell’architettura Kenneth Frampton ha insistito sul significato etico dell’architettura contro la sua riduzione a pura immagine spettacolare. L’architetto e teorico Juhani Pallasmaa ha scritto pagine importanti sull’esperienza sensibile dell’architettura, sostenendo che gli edifici educano silenziosamente la nostra percezione del mondo. Un altro filone di studi, denominato Organizational Aesthetics e sviluppato da studiosi come Antonio Strati, considera le organizzazioni come ambienti estetici nei quali la bellezza, i materiali, gli spazi e le percezioni contribuiscono alla formazione della cultura aziendale. Raramente queste ricerche arrivano al punto del pensiero di Adriano Olivetti, che non parlava soltanto di estetica organizzativa, ma di elevazione spirituale del lavoratore: non la bellezza come ornamento del potere economico, bensì come forma concreta di rispetto verso la persona e come strumento di crescita civile e spirituale. Forse è questo il lascito più originale di Adriano Olivetti e uno dei contributi che la sua esperienza può ancora offrire al dibattito contemporaneo sull’etica dell’impresa e dell’architettura, dove la qualità di un’opera non consiste soltanto in ciò che esprime, ma anche nella possibilità che tutti possano realmente fruirne appieno.
Ma, oltre che nella storia dell’architettura, il palazzo Olivetti di Firenze rappresenta un punto cospicuo della storia dell’organizzazione commerciale olivettiana, dove l’architettura Galardiana segna un punto alto nella considerazione delle funzioni della filiale Olivetti. Il palazzo di Firenze si pone infatti come un punto critico di cambiamento e di visione. È una torre d’osservazione sul futuro: anticipa i tempi che avrebbero dovuto cancellare l’immagine delle vecchie filiali, considerate fino ad allora come avamposti di un esercito di venditori selezionati e formati per conquistare e presidiare il mercato; propaggini marginali di un sistema aziendale nel quale la Fabbrica rappresenta, anche nel pensiero di Adriano, il vero centro culturale, strategico e decisionale, ma resta lontana dalle filiali, tanto da non poter condividere pienamente il proprio modello culturale e i propri valori fondativi.
Il palazzo Olivetti è il primo e, purtroppo, unico e ultimo evento architettonico dedicato a una filiale. Fino ad allora grandi architetti – Scarpa a Venezia; Banfi, Belgioioso, Peressutti e Rogers a Milano e sulla Quinta Strada di New York; Albini e Helg e poi Aulenti a Parigi; Gardella a Düsseldorf; Bottoni, Pucci e Nizzoli a Napoli (1938!) – si erano occupati della vendita, ma avevano progettato solo negozi: molto citati, famosi, di grande immagine, espressione alta dello stile Olivetti. Ma il negozio non è fatto per vendere: il negozio è spettacolo, show; non a caso si parla di showroom. La vendita in Olivetti la fanno i venditori e non la fanno in filiale, ma dai clienti, che è programmato vengano visitati ogni giorno; portano in dimostrazione la leggera Lettera 22 come la pesante Divisumma 24. In filiale i venditori passano poco tempo, probabilmente solo un decimo delle otto ore di lavoro previste.
Fino all’apparizione del nuovo straordinario edificio di Firenze, le filiali erano state costituite quasi esclusivamente da appartamenti più o meno grandi, lontani dallo “stile olivettiano”, adattati alla meglio con spazi arredati da strane postazioni di lavoro. Il posto di lavoro del venditore era costituito da una sorta di gabbiotto con saracinesche lignee, dove si accumulavano schede dei clienti, note di servizio, appunti di trattative, qualche brochure. Si trattava di una specie di mangiatoia alla quale i venditori si affacciavano la mattina, all’apertura della filiale, per trasmettere gli ordini già acquisiti, discutere la programmazione con il capogruppo, rifornirsi di modulistica, eventuali cataloghi, e poi lasciare rapidamente quei locali per avventurarsi nella città: scandagliare il mercato, cercare nuovi clienti, visitare quelli già acquisiti per testarne il grado di interesse, dimostrare i prodotti, presentare nuove offerte, proporre contratti di assistenza tecnica per l’avvio di nuove apparecchiature, concludere le trattative con l’agognata firma dell’ordine.
Questo realistico quadro di assoluta distanza dallo stile Olivetti era rimasto immutato dai tempi della campagna del 1953, con la costituzione della divisione commerciale dell’Olivetti, l’assunzione di centinaia di venditori, la creazione di decine di nuove filiali, l’attenta e veloce formazione presso la scuola di Firenze, il CISV – la prima corporate university italiana – e l’elevato turnover. Il tutto era molto pratico, concreto e veloce, affidato alla gestione di capivendita tradizionali, alcuni perfino di provenienza militare: lo stile Olivetti restava lontano e, in molti casi, inapplicato e sconosciuto. La nuova filiale Olivetti di Firenze aveva invece, con la sua imponenza, la forza per realizzare una rivoluzione nella rappresentazione dell’istituzione filiale e della sua rilevanza centrale nella struttura organizzativa dell’impresa, aprendo così una pagina nuova nella storia della struttura commerciale Olivetti, spesso considerata un sottosistema marginale della grande impresa e quasi trascurata nella narrazione dell’avventura olivettiana.
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La nuova filiale di Firenze in via Santa Caterina d’Alessandria, che sostituiva i decrepiti ambienti di via dei Servi, danneggiati dall’alluvione, fu inaugurata nel 1972. L’ambizioso edificio, concepito come un avveniristico open space con una struttura sospesa su pilastri, andava forse oltre, per l’ampiezza e l’apertura degli spazi, le necessità di una filiale di media dimensione come quella di Firenze, e parve sovradimensionato, tanto da poter essere eventualmente utilizzato in partnership con altre aziende. D’altra parte, la reazione della cultura fiorentina all’inserimento di un’architettura così marcatamente moderna nel tessuto urbano della città – con il progetto affidato a un architetto “argentino”, come nella vulgata approssimativa veniva presentato il professor Galardi – generò un vivace dibattito. La critica locale discusse a lungo sull’impatto di un’opera che sembrava “ignorare l’anima di Firenze”. Anche il disagio della forza di vendita nel passaggio dai vecchi uffici frazionati a un palazzo di grande respiro causò non pochi problemi di adattamento. La struttura ampia, sebbene concepita per ospitare i nuovi laboratori e il personale amministrativo, risultò inizialmente dispersiva per i venditori, disorientati nel transito da spazi ristretti alla fruizione di un’architettura monumentale e avanguardistica.
L’edificio, in realtà, anticipava la transizione dell’azienda verso l’elettronica e i sistemi informatici complessi. Nella sua visione strategica il palazzo non era sovradimensionato per errore, ma rispecchiava appieno la visione futuristica dell’Olivetti caratterizzata dalla nuova era dell’elettronica. L’azienda stava compiendo il grande balzo verso sistemi elettronici avanzati di informatica distribuita e tornava a essere capace di concorrere con il colosso IBM. Centinaia di vecchi venditori di macchine da scrivere e di macchine contabili, con un enorme sforzo di formazione, furono trasformati presso la scuola di Firenze – che ebbi il privilegio di dirigere – in system engineer, analisti di sistemi, consulenti di organizzazione e di direzione d’impresa.
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Nel 1976 fui incaricato di dirigere l’Area Centro-Occidentale Olivetti, che in un primo momento avrebbe dovuto essere allocata a Milano insieme alle altre direzioni di area. Lasciavo la direzione della scuola di formazione commerciale, il CISV, sulla via Bolognese a Firenze, a pochi chilometri dalla nuova filiale, e mi sarei dovuto trasferire a Milano. Fui fortunato: proposi di installare l’Area a Firenze, proprio grazie alla disponibilità di spazi sovrabbondanti nell’edificio di via Santa Caterina, e la mia richiesta fu accolta. Il nuovo edificio dimostrò così di essere capace di ospitare un cospicuo gruppo di specialisti di marketing, software e analisi di sistema, di cui era composta la struttura della nuova area commerciale. L’open space, l’ampio piano terra, gli spazi flessibili e aperti servirono a creare un ambiente di lavoro moderno e dinamico, perfettamente in linea con le nuove esigenze commerciali dell’epoca. Il nuovo edificio, nella sua ampiezza e nella sua armoniosa complessità, si rivelò adatto a ospitare organizzazioni nuove, delle quali, all’epoca del progetto, si era immaginato lo spirito nella proiezione auspicata dalla visione di Roberto Olivetti.
Per raccontala con Hemingway, “breve la vita felice” del palazzo Olivetti a Firenze. Dopo pochi anni, in una severa e drammatica operazione di dismissioni decisa dal nuovo padrone, fu venduto insieme ad altri gioielli della Corona: il palazzo di New York, quelli di via Clerici a Milano e di Francoforte, tutti ceduti a istituzioni bancarie o a fondi di investimento finanziario. Era scaduta da tempo la lezione di Camillo Olivetti, che aveva raccomandato al figlio Adriano di “non fare mai denaro con il denaro”.
La filiale di Firenze scomparve nella sua unicità e i suoi membri dispersi furono ospitati nelle ville di Acton, dove aveva funzionato fino al 1970 la scuola centrale commerciale Olivetti, la prima corporate university italiana, anch’essa scomparsa nel giro di pochi anni.
Era iniziata la grande disgregazione del sistema delle filiali. Il disastroso progetto di divisionalizzazione comportò quella che fu chiamata “operazione spezzatino”: una dissennata moltiplicazione delle filiali. Era l’inizio del declino della grande Olivetti, della cui passata grandezza il palazzo Olivetti di Firenze era stato, e resta, l’ultima testimonianza.
Fiesole, 25 agosto 2026
Nota sull’autore. G. C. Giovanni Maggio, laureato in Giurisprudenza all’Università di Roma, ha sviluppato la propria esperienza manageriale in Olivetti dal 1960 al 1989, dove ha diretto la selezione dei quadri e dei dirigenti e ha assolto funzioni dirigenziali nell’organizzazione commerciale Italia, sino alla direzione del CISV a Firenze (scuola della formazione commerciale) e della Divisione Prodotti per Ufficio Italia. È stato a capo della pubblicità del Gruppo Olivetti e della comunicazione e relazioni esterne di Olivetti Italia. In seguito è stato consulente di direzione aziendale e senior partner nella società Fintesa, attiva nelle ricerche di marketing e nelle indagini di opinione. È stato docente di Cultura e comunicazione d’impresa presso la Facoltà di Scienze Politiche “Cesare Alfieri” dell’Università di Firenze. Cofondatore di Olivettiana Ars, ne è presidente onorario.
