di Gianfranco Ferlito*

La sensibilità Olivetti nei confronti dell’importanza della education si è sviluppata fin dalla fondazione, con l’Ing. Camillo docente dei corsi serali per i dipendenti. La nascita nel 1935 del Centro Formazione Meccanici (CFM) è l’inizio di una serie di interventi strutturati e permanenti, volti alla preparazione di capi operai, impiegati tecnici, disegnatori.

Lo scopo di questi programmi d’insegnamento, in particolare dal secondo dopoguerra, era di fornire sia le conoscenze teorico-pratiche necessarie ai processi interni sia di allargare gli orizzonti limitati del “villaggio” di origine degli allievi, per farli diventare parte attiva di una società progredita. Celebri le lezioni di storia dell’arte, di letteratura, di economia o di storia del movimento operaio, inserite accanto (e con pari dignità) alle materie tecnico-scientifiche. Questo sforzo, molto rilevante, era giustificato dal difficile reperimento all’esterno delle competenze necessarie a un’azienda che voleva competere con il mondo, in un contesto carente, sotto questo profilo, sia a livello locale che nazionale.

Con il tempo, le strutture scolastiche esterne arrivarono a soddisfarne le esigenze e dal 1965 fu fatta una progressiva riprogrammazione dell’impegno della formazione interna: i corsi triennali del CFM furono sostituiti da corsi annuali per meccanici ed elettronici, destinati a giovani che avessero conseguito un diploma presso un Istituto Professionale. Furono inoltre avviati corsi per coprire le carenze di quadri intermedi, come conseguenza dell’introduzione delle nuove tecnologie. E’in questo periodo che prende avvio una delle più straordinarie vicende della storia industriale del nostro Paese e non solo: la conversione dalla meccanica all’elettronica di un’azienda che aveva la consapevolezza di godere di un forte vantaggio competitivo nell’eccellenza della sua tecnologia originale, grandi installazioni e migliaia di dipendenti distribuiti in numerosi stabilimenti. Che però da quel momento doveva quasi abbandonare, doveva rigenerarsi, ripartire dal foglio bianco.

Occorre ricordare cosa fosse stata l’Olivetti fino a quel momento: un’impresa internazionale integrata verticalmente in modo straordinario. Tutto ciò che era necessario e non era reperito facilmente all’esterno, veniva realizzato internamente. Oltre alle parti a disegno dei prodotti, erano costruiti viterie, utensili, stampi, attrezzature, macchine, persino i bancali di legno per le spedizioni dei prodotti. In azienda erano attive tutte le tecnologie necessarie: stampaggio, lavorazioni meccaniche, trattamenti termici, fonderia, pressofusione, sinterizzazione, verniciatura e, per ciascuna tecnologia, laboratori e tecnici erano alla ricerca della costante evoluzione. Entravano lamiere, barre d’acciaio, lingotti di alluminio, cartoni e plastiche e uscivano prodotti finiti di elevata complessità, perfettamente imballati e dotati d’istruzioni. Solo la definizione dello stile dei prodotti era esterna, compresa quella delle nuove macchine utensili a controllo numerico, essendone incaricati i migliori designer del momento. Nella nuova situazione, questa Fabbrica doveva, in un arco di tempo limitato, dimenticare il proprio passato di successi indiscussi, riconvertire la propria storia di competenza assoluta nella meccanica, cessare di essere autonoma nelle scelte e diventare tributaria in modo crescente dei produttori di componentistica, sia sul piano logistico che su quello dei vincoli prestazionali dei propri prodotti.

L’orizzonte degli eventi di questo buco nero incombente era poi definito da alcuni fattori critici irrinunciabili per l’azienda[1]:

  • Rimanere se stessa senza intaccare il proprio radicamento al territorio
  • Non operare licenziamenti ma agire unicamente sui prepensionamenti e sul blocco del turnover
  • Non cambiare le allocazioni produttive e riconvertire gli impianti mantenendo continuità produttiva

Di conseguenza

  • Abilitare il personale alle nuove tecnologie e processi attraverso un’imponente opera di formazione

E’ in quel periodo che l’azienda subisce profondi mutamenti e innovazioni della struttura organizzativa, che ne focalizzano meglio la missione e creano le condizioni per il suo ulteriore sviluppo. Ne cito alcuni: è costituita la ricerca e Sviluppo di Pier Giorgio Perotto, così pure il Gruppo Produzione che è affidato a Nicola Tuffarelli, Paolo Volponi assume la responsabilità della Direzione Relazioni Aziendali.

A quest’ultimo, con fama di scrittore, intellettuale e poeta, tocca il compito di promuovere, sviluppare e organizzare i programmi di formazione necessari a realizzare la “Fabbrica Elettronica”. Ancora una volta, pur se ormai lontana dal periodo adrianeo, l’Azienda dà una risposta non tradizionale nell’impostare la sua gigantesca virata. Così come a metà del ‘900 la scuola Olivetti aveva permesso di fare emergere attitudini e talenti che ne avevano supportato il cammino verso l’eccellenza, a metà degli anni ’60, in un contesto mutato, in una situazione finanziaria e societaria non certo fiorente, il volano culturale avviato molti anni prima è capace di fornire energia positiva e soluzioni formative non convenzionali in tutti i settori sia industriali che commerciali. La cultura è una semina che porta frutti molto a lungo nel tempo.

In quel momento non è sufficiente erogare nuove conoscenze, ma occorre sviluppare attitudini e modi di interpretare i ruoli che la nuova realtà impone. Ancora una volta, le strutture formative pubbliche e private si dimostrano impreparate e non sono in grado di rispondere alle richieste del mondo industriale e commerciale avanzato. Lo sforzo di riconversione che l’azienda profonde su operai e quadri del settore industriale, sul personale commerciale e dell’assistenza ai clienti è solo in parte descritto dai dati del periodo 1969 – 1979 “… solo in area produzione, una media di oltre 400 persone sia stata permanentemente in addestramento”[2].

“Nessun confronto è possibile con la realtà d’oggi, dove la formazione è scomparsa dalla maggior parte delle aziende e dove la riqualificazione interna è di fatto esclusa, preferendo dismettere attività produttive e spostare impianti manifatturieri, con relativi licenziamenti, pur di non affrontare riconversioni o riqualificazioni delle strutture e del personale.”[3]

In questo quadro di grandi mutamenti si avviano due iniziative di cui si è finora parlato troppo poco. Il mondo Commerciale attua a Firenze una profonda ridefinizione di CISV, Istituto per la formazione degli addetti all’attività commerciale, fondato a metà degli anni cinquanta, reindirizzandone fortemente le finalità per supportare la riconversione della forza commerciale: i venditori di prodotti d’ufficio dovevano trasformarsi in System Engineer. A Ivrea si avviano i corsi dell’Istituto Tecnologico Olivetti (ITO), nella quiete della Serra.

Quanto segue, affronta motivazioni ed esperienze connesse a quest’ultimo progetto.

Le ragioni che hanno portato alla sua attuazione furono così identificate da progettisti e futuri docenti dei corsi:

…“Per il tipo di formazione ricevuta, i Periti tendono a cogliere solo gli aspetti particolari dei problemi; non hanno capacità di autoaggiornamento; mancano della strumentazione fisico-matematica necessaria nei nuovi contesti produttivi, della progettazione e della ricerca applicata, con la conseguenza di ricondurre i problemi alle esperienze già maturate.”  

… “La preparazione degli Ingegneri risente del fatto che le discipline di base (es. matematica) sono più intese nel loro aspetto formale e di astrazione che in quello di strumentazione necessaria per affrontare i problemi tecnici. I corsi applicativi sono tesi più a congelare la situazione attuale della tecnica che a fornire una sistematica che consenta la ricezione degli sviluppi della tecnologia.

Pertanto, in relazione alle nuove funzioni richieste, … sembra più adatta l’utilizzazione di chi ha maturato una esperienza diretta sul lavoro”[4]. E, si potrebbe aggiungere,ha potuto misurare nell’esperienza quotidiana il divario che ci separava dalle nostre controparti estere.

Quale la risposta?

 “… l’accresciuto impegno della Olivetti sia in termini quantitativi che qualitativi e su aree sempre più vaste, impone la creazione di una struttura nuova, capace di formare quadri all’altezza di comprendere – con autonomo processo di aggiornamento – il senso dell’evoluzione tecnologica, per saperla tradurre in miglioramenti tecnici e organizzativi. Nasce l’Istituto Tecnologico Olivetti.”[5]

L’Istituto prevede tre tipi di corsi:

  • A tempo pieno di durata biennale
  • Annuali, con impegno del personale aziendale una sola volta la settimana
  • Seminari su argomenti specifici

L’Istituto Tecnologico si propone inoltre come elemento di collegamento dell’Olivetti con i più importanti centri di ricerca, favorendo la connessione fra i ricercatori aziendali e i docenti che svolgono la loro attività in ambienti di ricerca internazionali. Viene così predisposta l’accessibilità dell’Olivetti a canali di conoscenza di avanguardia.

Inoltre, in una dichiarazione che evidenzia come sia ancora forte la coscienza della connessione fra Fabbrica e Società Civile,

“… consente di mettere in comunicazione, attraverso i docenti che partecipano all’attività dell’Istituto, l’Università italiana con i centri di ricerca più avanzati. In tal modo si determina un processo destinato a migliorare le strutture universitarie e a rompere il loro isolamento che le rende insufficienti rispetto alle richieste della società italiana ed europea.

Gli allievi del corso biennale sono periti o impiegati aventi titolo di studio o preparazione equivalente. L’accesso ai corsi avviene per concorso tra i dipendenti con un’anzianità di almeno quattro anni. Accedono ai corsi circa venti allievi ogni anno, a seguito della selezione da parte di una commissione.

Le discipline del primo anno sono propedeutiche a quelle del secondo anno, con l’importante innovazione di considerare tali (ad esempio) Calcolo delle Probabilità, Chimica, Chimica Fisica, Chimica Organica, Economia, Elettronica, Meccanica Applicata. Ciò può contribuire a chiarire le differenze rispetto alla tradizione universitaria italiana.”[6]

 Il coordinatore del progetto e Direttore fu l’Ing. Descovich (che scomparve purtroppo prematuramente) e i corsi presero avvio nel 1966. Alla definizione del progetto partecipò l’Ing. Gandolfi, che assunse successivamente la direzione dei corsi. Partecipai alla selezione per il primo corso biennale e fui ammesso, ma dovetti attendere l’anno successivo per esaurire gli impegni lavorativi presso la Divisione Progetti dell’Olivetti Controllo Numerico (OCN). L’orario era di otto ore per cinque giorni la settimana. In media venivano svolte sei ore d’aula e due di studio ma in realtà, per poter seguire i corsi, mi fu necessario dedicarne almeno altre tre a casa, più i fine settimana, sempre molto intensi. Lo stipendio era quello percepito nell’incarico lavorativo precedente.

Il primo anno si tennero i corsi seguenti[7]

DOCENTE ISTITUTO CORSO
Giuseppe BIORCI Università di Genova Teoria delle Informazioni
Piero BROVETTO Università di Cagliari Fisica
Luciano DABONI Università di Trieste Calcolo delle probabilità
Gaetano Di Modica Università di Torino Chimica organica
Pascal DUPONT Università di Torino Complementi di matematica
Giovanni JARRE Politecnico di Torino Meccanica applicata
Siro LOMBARDINI Università di Torino Economia
Carlo Felice MANARA Università di Milano Matematica moderna
Francesco MAZZOLENI Università di Napoli Plasticità e rottura dei metalli
Angelo R. MEO Politecnico di Torino Teoria delle informazioni
Luigi PIGLIONE Politecnico di Torino Circuiti elettrici ed elettronici
Franco RICCA Università di Torino Chimica fisica
Guido SAINI Università di Torino Chimica
Paolo SPINEDI Università di Bologna Scienza dei metalli
Modesto ZEULI Università di Torino Matematica

Per meglio chiarire la differenza con i corsi universitari tradizionali, le materie delle discipline propedeutiche suindicate prevedevano tematiche assolutamente inusuali per quegli anni, come Fisica Atomica, Meccanica Quantistica, Teoria Cinetica dei Gas, Meccanica Statistica e altre ancora. Tutte queste materie erano trattate in modo che giudico non convenzionale, con una forte interazione docente–allievi, resa possibile dal numero ridotto di questi ultimi e dalle caratteristiche dei docenti. In parallelo si svolgeva il corso intensivo di lingua inglese, perché larga parte delle lezioni del secondo anno sarebbe poi stata tenuta da docenti stranieri. Nel corso del biennio furono svolte frequenti verifiche per ogni singola disciplina e, alla fine del primo anno, una valutazione complessiva che poteva anche portare al rientro al lavoro.

Nel secondo anno si realizzò la chiarezza del quadro nel quale si muovevano gli allievi: si concretarono tutte le connessioni e le azioni di reciproco supporto che le materie del primo anno avevano quasi segretamente costruito. Ognuna delle discipline trovava “il giusto incastro”, a volte in modo quasi imprevedibile, fornendo la strumentazione utile a comprendere, integrare e consentire la valutazione critica di quanto i docenti-ricercatori ci venivano esponendo. Si svolsero ventotto corsi e seminari e trovò piena giustificazione l’affannosa corsa del primo anno alla familiarizzazione con l’inglese.  

DOCENTE ISTITUTO CORSO
Amitabha BHATTACHARYYA Jadavpur University, Calcutta – Pennsylvania State University Studi avanzati su taglio dei metalli e nuove tecnologie
Anthos BRAY Istituto Dinamometrico Italiano del CNR, Torino Metrologia generale e misure meccaniche
Riccardo BRESCIA Olivetti SpA, Ivrea Macchine utensili a controllo numerico
Aurelio BURDESE Politecnico di Torino Trattamenti termici e impiego dei materiali metallici
J.J.CAUBET Istituto Ricerche Idrodinamiche e Meccaniche, St. Etienne Attrito e usura dei metalli
Edoardo CEVA Olivetti SpA, Ivrea Economia aziendale
Michel CHATAIN Universitè de Paris – ENSAM Materie plastiche
Gianfranco CHIAROTTI Università degli Studi di Roma Fisica dello stato solido
Edward COLEMAN California University Qualità, affidabilità, efficienza dei sistemi
Claudio DALMASSO Olivetti SpA, Ivrea Nuove tecnologie elettroniche
Ferdinando DANUSSO Politecnico di Milano Materiali organici
Salah E. ELMAGHRABY Yale University Progettazione di sistemi di produzione
Arrigo FRISIANI Università di Genova Sistemi di elaborazione e trasmissione delle informazioni
Kurt HAIN Centro ricerche Agricole di Braunschweig Sintesi dei meccanismi
Henry HAUSNER Politecnico di Brooklyn Metallurgia delle polveri
F. KOENIGSBERGER Manchester University Progettazione delle macchine utensili
Alfred KUHLENKAMP Istituto per la regolazione e la meccanica fine, Braunschweig Progettazione e costruzione nella meccanica di precisione
Attilio LAUSETTI Politecnico di Torino Comportamento dei materiali alle sollecitazioni
Francesco MAZZOLENI Università di Napoli Lavorazione della lamiera
Gian Federico MICHELETTI Politecnico di Torino Taglio dei metalli
Venanzio MICHELETTI Olivetti SpA, Ivrea Elementi costruttivi di meccanica fine
Luigi PIGLIONE Politecnico di Torino Regolazione dei sistemi e controlli automatici
H.J. RENKER Società G. Fischer, Sciaffusa Progettazione delle macchine utensili
Luigi SANTAMARIA Università di Milano Ricerca operativa
Giorgio SZEGO Università di Milano Teoria dei sistemi e delle decisioni
S.A. TOBIAS Birmingham University Vibrazioni delle macchine
B. VAN TURKOVITCH Illinois University Teoria dei difetti cristallini e lavorazioni
Luigi VAJANI Università di Padova statistica

Fu stupefacente la partecipazione di docenti delle più svariate provenienze, selezionati unicamente in base all’eccellenza delle loro ricerche e delle loro conoscenze. Indicativo il numero di “olivettiani”, che dà un segno di quanto avanzate fossero le competenze in molti settori della nostra azienda.

Il secondo anno fu una scoperta continua e fornì uno imprinting profondo l’avere contatto diretto con personaggi veramente speciali. Van Turkovitch ci introdusse ai materiali compositi e alla fibra di carbonio con molti anni d’anticipo rispetto a quando poi si presentò sul mercato. Coleman, che aveva diretto gli studi di affidabilità delle navicelle spaziali USA, ci mostrò come fosse possibile adattarli anche ai nostri prodotti. Santamaria ci aprì le porte della Ricerca Operativa e della programmazione lineare, e così via tutti gli altri ci motivarono ed entusiasmarono perché ci trasferirono le loro conoscenze con la serena semplicità di chi ne possiede davvero la sostanza.

Lì era inesistente l’atteggiamento burocratico-formale, a quei tempi frequente nei nostri istituti universitari. I docenti e coordinatori dei corsi erano attenti a creare le condizioni migliori per aiutare la nostra crescita. Il contatto diretto e informale permetteva di acquisire dimestichezza con la mentalità e l’approccio ai problemi dei paesi industrialmente più evoluti: meno fumosità, più sintesi, più attenzione allo scopo, cose alle quali eravamo richiamati in continuazione dai docenti. Comprendemmo l’importanza di essere costantemente aggiornati: l’emeroteca e la biblioteca dell’Istituto ci avviarono all’impiego corretto della curiosità e alla voglia di approfondire. Ci familiarizzammo con la programmazione in Fortran dei grandi calcolatori e anche della Programma 101, che stupiva i docenti, aprendoci a quella che si sarebbe poi chiamata informatica. Ma la cosa per me più rilevante fu realizzare che avevo acquisito metodo per affrontare la complessità. Che da quel momento diventava indispensabile il lavoro di squadra di specialisti aperti al confronto.

A conclusione del biennio ognuno fu libero di scegliere un argomento per la stesura della propria tesi.

A dimostrazione di quanto questa formazione avesse inciso, io, disegnatore meccanico, scelsi di affrontare il tema della tecnologia dei componenti elettronici emergenti in quel periodo (particolarmente promettente per la realizzazione della nuova generazione di circuiti integrati) e delle relative implicazioni nelle strategie industriali. Dopo l’esplorazione dei contenuti fisici e tecnologici di questi nuovi dispositivi, affrontai le possibili scelte che si ponevano a un grande utilizzatore di componenti, quale sarebbe diventata la Olivetti: impadronirsi della tecnologia e destinare grandi risorse per fare “in casa” ciò che sarebbe servito, o diventare acquirenti di questi dispositivi e quindi in una certa misura dipendenti dalle scelte di altri?

Fu un lavoro impegnativo, che svolsi con l’importante aiuto di alcuni responsabili della ricerca Olivetti. Voglio citare in particolare l’Ing. Rivara e Faggian, ma il clima e la cultura del periodo rendevano agevole trovare persone di assoluto livello disponibili a dedicare il proprio tempo, anche oltre l’orario, per aiutare chi avesse necessità di risolvere un problema.

Quando ognuno di noi ebbe gli incontri per il reinserimento, fu indirizzato alle aree di attività ritenute più vicine alle attitudini e agli interessi maturati. Il mio primo colloquio fu con l’Ing. Giorgio Perotto, Direttore della Ricerca e Sviluppo, che aveva una copia della mia tesi davanti a sé. A conclusione mi propose ed io accettai con vero piacere, di entrare a far parte del gruppo da poco riorganizzato, che si occupava di pianificazione delle attività di ricerca e sviluppo.

Avevo appena iniziato ad ambientarmi, che fui convocato dall’Ing. Tuffarelli, Direttore del Gruppo Produzione. Ebbi modo di parlare piuttosto poco, perché il suo approccio fu molto sintetico e diretto. Mi disse di aver letto la mia tesi e di averla trovata in linea con uno dei problemi della trasformazione aziendale in corso. Olivetti doveva cambiare la mentalità del “tutto in casa” e, diventando utilizzatori di elementi generati da altri, condizionanti la funzionalità dei prodotti e la sicurezza dei flussi di alimentazione delle linee produttive, occorreva creare i presupposti per non essere esposti a crisi non padroneggiabili. A questo fine, accanto alla nuova Direzione acquisti, era stata costituita la Direzione Qualità di Produzione, affidata all’Ing. Tarchini. Questa aveva al proprio interno una struttura, responsabile l’Ing. Avenati Bassi, per controllare i flussi di materiali elettronici destinati a tutte le produzioni. Inoltre, questa avrebbe dovuto costituire un gruppo di competenze con il compito di supportare le produzioni nei problemi d’impiego dei componenti e svolgere un’azione valida di controparte tecnica nei confronti dei fornitori. Io avrei dovuto allestire e seguire questo settore. Quando accennai timidamente al fatto che ormai ero “accasato” in R&S, disse che avrebbe risolto lui il mio problema parlandone con l’Ing. Perotto. Fu così che in meno di una settimana salutai con imbarazzo i miei nuovi colleghi e mi trovai catapultato in SGS, ad Agrate Brianza, allora già completamente assorbita da Fairchild ma ancora con rapporti di collaborazione con Olivetti, dove rimasi circa un anno a impratichirmi delle tecnologie e delle problematiche dei componenti a stato solido.

Qui potrebbe finire il mio collegamento con l’Istituto Tecnologico Olivetti, ma proseguì con la partecipazione a numerosi corsi di management che si svolsero negli anni successivi, sempre improntati allo stesso spirito. Ciò che verificai nel mio caso e in quelli dei miei colleghi di corso, fu che ognuno seppe fornire un indirizzo originale e innovativo alle attività di cui eravamo stati incaricati e fu confortante verificare che il piano su cui ci muovevamo era lo stesso di quello dei nostri equivalenti americani o giapponesi. A volte anche migliore.


[1] Giuseppe Silmo: Olivetti una storia breve – 2017

[2] Giuseppe Silmo cita Giovanni De Witt – Olivetti una storia breve – 2017

[3] Come sopra

[4] Istituto Tecnologico Olivetti: I problemi dell’insegnamento nel corso biennale per periti – Burolo maggio 1967

[5] Come sopra

[6] Istituto Tecnologico Olivetti: I problemi dell’insegnamento nel corso biennale per periti – Burolo maggio 1967

[7] Istituto Tecnologico Olivetti – Programmi dei corsi 1967


Note sull’autore

Gianfranco Ferlito, nato a Torni nel 1942. Entra in Olivetti al CFM nel 1956. Dopo questi triennio passa alla OMO per poi proseguire gli studi: bienni del Corso di Perfezionamento Olivetti; biennio presso l’Istituto Tecnologico di Burolo, che completa nel 1969. Dopo un anno alla SGS di Agrate, nel 1970 è a Scarmagno, come responsabile ( fino al 1978) delle attività tecniche riguardanti la componentistica elettronica, in particolare dell’unità di controllo dei Laboratori di Scarmagno e successivamente di tutta l’unità. Dirigente dal 1984, nel 1988 passa alla nuova divisione Olivetti Systems & Networks come Direttore Operativo della Qualità; l’anno successiovo viene assegnato alla pianificazione della produzione della stessa divisione. Lascia l’Olivetti nel 1990.

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