Gent.mo dott. Fabio Tamburini

Direttore de Il Sole 24 Ore

Oggetto: richiesta di pubblicazione

Gentile direttore,

subito prima dei titoli di coda del film Agente Lemmy Caution: missione Alphaville di Jean-Luc Godard, 1965, film nel quale il grande calcolatore elettronico Alpha 60 governa tutte le menti degli abitanti di Alphaville, Olivetti è indicata come secondo produttore al mondo di grandi calcolatori, subito dopo IBM. La strada l’aveva tracciata Adriano, lungimirante anche grazie ai consigli di Enrico Fermi. Del resto quale altro imprenditore dialogava negli anni ’50 con grandi scienziati e collaborava con Università come quella di Pisa su programmi incentrati su temi che guardavano così avanti?

Roberto Olivetti, alla prematura morte del padre Adriano, nel 1961, era l’erede migliore per portarne avanti i programmi, essendosi già occupato dei temi della ricerca in campo elettronico.

L’apertura degli archivi di Mediobanca degli anni 1946-1966 di cui scrive Paolo Bricco nella prima pagina del Domenicale del Sole 24 Ore del 17 novembre scorso viene presentata come occasione per chiarire natura e causa della crisi della Olivetti post-adrianea e dell’uscita del nostro Paese dall’elettronica.

Tuttavia, come sanno gli storici, gli autori dei verbali aziendali hanno sempre fretta, sono poco attenti ai dettagli che ad essi paiono di scarsa importanza poiché indossano gli occhiali forniti dal loro datore di lavoro.

Non siamo affatto certi che “queste carte compongono un mosaico nitido e articolato” come afferma Bricco. Roberto Olivetti viene rappresentato come persona “atterrita di fronte alle condizioni dell’azienda” e addirittura “figura triste”, “che non riesce a rappresentare la situazione in maniera difendibile”; sembra volersi dimostrare che egli stesso fosse favorevole alla vendita dell’elettronica. In contraddizione con altra parte del verbale del 31 gennaio 1964, nella quale si riportano non più impressioni ma sue affermazioni: “Roberto dichiara che il problema della Olivetti è soltanto finanziario e non tecnico” e ancora: “la Società è assai vicina alla realizzazione di un calcolatore elettronico da tavolo che senza esperienza fatta sui grandi calcolatori non avrebbe mai potuto progettare”. Bricco dà molta importanza a piccoli interventi dell’anonimo verbalizzatore. Un semplice condizionale annotato a mano accanto a quanto scritto a macchina, un “sarebbe” di pugno appunto del verbalizzante accanto alla dichiarazione di Roberto (la società “è” vicina) fa scrivere a Bricco: “in questo condizionale c’è tutto un mondo: la debolezza esausta della Olivetti e lo scetticismo di Enrico Cuccia che credeva poco agli imprenditori italiani e che pensava alla chimica e non alla elettronica come punta avanzata della frontiera tecnologica”.

A noi sembra che quell’aggiunta riveli piuttosto la dubbia validità ai fini storici di quel “verbale” e tutti i pregiudizi dei cosiddetti “salvatori” che avevano già deciso la svendita dell’elettronica Olivetti (“un neo da estirpare” dichiarò Valletta).

Tanto è vero che nel 1965 venne presentato a New York dalla Olivetti il P101, il primo Personal Computer del mondo, venduto in 44.000 esemplari, in gran parte negli USA, tra i clienti la NASA che ne comprò dieci per utilizzarli nel programma Apollo 11.

Impossibile nello spazio di una lettera, gentilmente concessoci, approfondire gli altri temi trattati nell’articolo citato, in particolare il tema del ruolo dell’acquisizione dell’Underwood. Senza mettere in discussione l’importanza e l’utilità dell’apertura degli archivi di Mediobanca, crediamo insomma sia illusoria l’idea che quelle carte costituiscano il “tassello mancante” alla soluzione di tutti gli interrogativi della complessa vicenda Olivetti. Una ricerca condotta attraverso le “carte” sugli stessi argomenti ma con esiti del tutto diversi da quelli presentati in sede Mediobanca è leggibile sul volume di F. Squazzoni, G. Gemelli, Informatica ed elettronica negli anni Sessanta. Il ruolo di Roberto Olivetti attraverso l’Archivio storico della Società Olivetti, Fondazione Adriano Olivetti, Roma 2005.

Un cordiale saluto

Alessandro Chili, Galileo Dallolio, Giovanni Maggio, Mario Piccinini, Paolo Rebaudengo, Emilio Renzi, Roberto Rizzoli, soci fondatori della Associazione

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