Laura Olivetti è scomparsa lo scorso 19 dicembre 2015, all’età di 64 anni. I giornali ne hanno parlato poco: solo il Corriere della Sera le ha dedicato un breve articolo, sia pure firmato. Persino La Stampa di Torino non ha fatto che riprendere il comunicato stampa della Fondazione Olivetti: la Sentinella del Canavese l’aveva fatto il giorno prima. Le esequie si sono svolte a Ivrea, gli onori in Municipio. Il Comune ha deciso di dedicarle la Sala Consiliare.

www.olivettiana.it ha scelto di non ripetere comunicati ma di ricordare la figlia ultimogenita di Adriano Olivetti, la Presidente della Fondazione Olivetti e per dirla tutta la Presidente di tutti noi olivettiani, con una serie di brevi testimonianze di alcuni dei suoi fondatori.

 

Galileo Dallolio, già della Direzione Personale Commerciale di Olivetti Italia.

Ho conosciuto personalmente Laura Olivetti al Convegno su Adriano Olivetti a Bologna l’11 aprile 2001, il primo per i cent’anni dalla nascita. Fu quella l’occasione in cui molti di noi videro per la prima volta la figlia di Adriano: una bella signora dal lieve accento romano, che al termine disse che sapeva che le persone che avevano lavorato alla Olivetti erano professionisti validi ma che non le credeva così ricche di umanità, entusiasmo, desiderio di conoscere. Un saluto e un giudizio brevi, semplici nella forma, che tutti ci conquistò. Ed eravamo in oltre cento per un Convegno che si presentava certo come omaggio ai cent’anni della nascita di Adriano, ma che aveva per arduo tema “Formazione e cultura come valori strategici per l’impresa”. C’erano professori universitari, membri dell’AIF (Associazione italiana formatori), studenti. Ci fu soprattutto una appendice che la dice lunga su Laura. Al termine, volle parlare direttamente con noi che avevamo passato una vita nelle Filiali, nella parte delle attività commerciali della Società: una parte, una storia rimaste ancora oggi in penombra. Chiese non schemi ma storie vissute, vicende di persone, esperienze anche dopo l’uscita dalla Società.

Era presente infatti un folto gruppo di già dipendenti della filiale Olivetti di Bologna: venditori, tecnici, impiegati (uno di loro aveva partecipato a Ivrea al funerale del padre nel 1960). Io stesso, assunto in quella Filiale nel 1960, raccontai come la formazione fosse sempre presente nella vita di lavoro. Non solo quella necessaria per l’aggiornamento, ma anche quella che nasceva dal vivere, nella “comunità” della Filiale costituita da un centinaio di persone, esperienze non dissimili da quelle dei colleghi delle fabbriche.

Per dieci anni la Scuola di formazione di Firenze (CISV) aveva contribuito in maniera incisiva al successo aziendale. Il suo modello fu esportato nelle principali consociate Olivetti; un’intera generazione di giovani (si stima 10mila) fu in quegli anni formata a uno stile di comportamento che divenne inconfondibile e che rappresentò un marchio di garanzia per i clienti della società. Perché tutte le condizioni esistenti nella Scuola (l’ambiente, l’organizzazione dei corsi, le materie d’insegnamento, il costante rapporto fra allievi e docenti interni, provenienti da esperienze aziendali) favorirono quello che si potrebbe definire uno stile di apprendimento e di comportamento: forte senso di appropriazione dei valori e degli obiettivi aziendali, intima convinzione di far parte di un’organizzazione di successo con una indiscussa leadership internazionale, infine grande prestigio culturale del nome Olivetti, che inorgogliva chi ne faceva parte. Un mondo insomma che, nella varietà della geografia del paese, conservò tratti simili e inconfondibili fino alla metà degli anni Settanta. Quando scomparve, quelle esperienze si trasformarono in “ricordi attivi’, che produssero frutti nelle attività svolte in seguito e in altre Società, da tanti colleghi e amici. Laura aveva ascoltato con un’attenzione autentica.

Nei successivi convegni che organizzammo a Bologna ci fu sempre vicina, se non con la presenza, con l’appoggio presso gli interlocutori che volevamo avere come oratori. Così fu per il Convegno “Oltre la tecnica. Le idee di Adriano Olivetti”, nel novembre dello stesso 2001. Scrisse nel 2004 la prefazione al volume di vari autori ‘Storia e storie delle Risorse umane in Olivetti’, a cura di Michele La Rosa, Paolo A. Rebaudengo, Chiara Ricciardelli, dalla cui tesi di laurea derivava.

Condivise con viva simpatia la nascita, proprio a Bologna, del network www.olivettiana.it

 

 

Mario Piccinini, già presidente di INU/Emilia-Romagna

Ho conosciuto personalmente Laura Olivetti alcuni anni fa a un Convegno a Bologna dedicato ad Adriano Olivetti. Anche nel contatto successivo per la cura della seconda edizione del volume INU (Istituto Nazionale di Urbanistica) “Adriano Olivetti: il lascito, Urbanistica, Architettura, Design e Industria”, ebbi confermata l’impressione del primo incontro: una persona gentile e attenta, con una grande capacità di ascolto e di disponibilità a collaborare. Accettò di scrivere la prefazione al volume, lo scritto arrivò quasi subito.

La cosa mi fece molto piacere, perché in questo modo si stabiliva (se non si ristabiliva) un rapporto fra l’INU, di cui Adriano Olivetti era stato il presidente dal 1950, dopo la sua rifondazione su basi democratiche e repubblicane, al 1960 anno della morte, e la Fondazione Adriano Olivetti da lei presieduta. E anche per lo specifico contributo non formale alla introduzione del volume: Laura volle scrivere una riflessione sul rapporto fondamentale tra Adriano Olivetti, l’architettura e l’urbanistica.

Il volume contiene, non casualmente, un testo di Patrizia Bonifazio su Ivrea nel processo di candidatura a sito dell’Unesco. Una candidatura sostenuta anche dall’INU. Per essa Laura personalmente ha speso negli ultimi anni e sino in fondo ogni energia.

In chiusura voglio ricordare le capacità organizzative di Laura Olivetti  che ha saputo tenere vivi quegli anni ’50 e ’60, nei quali maturava l’INU dei maestri. Il suo lascito consiste soprattutto in un rigoroso costume metodologico.

 

 

Mauro Casadio Farolfi, presidente di Città dell’Uomo, Imola

Il mio primo incontro con Laura Olivetti fu per me una conferma e una sorpresa. Era il 2003 ed ero andato a Roma alla Fondazione Olivetti per comunicarle la volontà di costituire a Imola l’Associazione Città dell’Uomo. Laura con entusiasmo empatico diede la sua disponibilità a collaborare su alcune iniziative e mi regalò una decina di copie del libro “Città dell’Uomo”, pubblicato dalle Edizioni Comunità. Ne venne fuori una bella discussione: all’inizio sull’attualità di quell’esperienza poliedrica avviata dal padre Adriano. E poi venne la sorpresa: aveva una buona conoscenza di Auroville. Auroville è la comunità utopica sorta nel 1968 nel Tamil Nadu, nel profondo sud dell’India, che io frequento sin dal 1979. Laura manifestò l’interesse ad approfondire quell’esperienza.

In seguito l’ho incontrata all’Arsenale di Venezia per la mostra sull’architettura italiana che inizia proprio con le realizzazioni di Adriano in quel settore. Infine, due anni fa a Bologna per l’intervista e le riprese inserite nel docufilm “Olivetti: una trama ideale d’impresa”. Anche allora, al termine dell’intervista vi fu un breve cenno su Auroville; e io proposi di andare insieme in India per la presentazione del filmato a Mumbay e Chennai (avevo già ottenuto l’assenso dall’Ambasciata italiana e ovviamente nella comunità aurovilliana).

Ora e purtroppo la scomparsa di Laura impedisce di percorrere quel passo insieme per promuovere in terra indiana la visione concreta di Adriano Olivetti, apprezzata sin dagli anni ’50, e di approfondire la conoscenza dell’esperienza comunitaria aurovilliana per alcuni aspetti cosi vicina agli ideali olivettiani.  

 

 

Michele Fasano, autore e regista del Docufilm “In me non c’è che futuro… Ritratto di Adriano Olivetti”

Ho incontrato Laura Olivetti per la prima volta nel 2009, in occasione del lavoro di realizzazione del mio docufilm “«In me non c’è che futuro…» Ritratto di Adriano Olivetti”. Da allora le occasioni di scambio sono state molte, anche per la successiva collaborazione alle varie edizioni dei “Focus: Adriano Olivetti”. ancora fino a pochissimo tempo fa, poco prima della sua scomparsa.

Conservo di lei il più bel ricordo e il senso di una complicità silenziosa che mi ha sempre rassicurato nelle nostre collaborazioni. So che serbava della storia del padre un pensiero forte e impossibile da esprimere pienamente oggi, i tempi volgono purtroppo da altre parti. Credo che la mia voglia di strappare i veli che occultano alcune torbide verità della nostra storia nazionale le piacesse, anche se poteva farmelo intuire solo con lo sguardo, dietro il quale traspariva un sorriso lieto, ma malinconico. Resta questa l’immagine che conservo di lei, con tutti i significati che essa porta in filigrana.

 

 

Giovanni Maggio, già nelle Direzioni Formazione e Comunicazione di Olivetti Italia

Anno 2001, anniversario della nascita di Adriano Olivetti. Convegni, giornate di studio, libri, tesi di laurea, conferenze, commemorazioni, una lunga celebrazione.
Con lʼamico Giovanni Bechelloni decidiamo che ci sono ancora spazio e tempo perché anche noi dellʼUniversità di Firenze organizzassimo un convegno su Adriano Olivetti nel contesto del nostro insegnamento, Area della comunicazione di Scienze Politiche, la gloriosa Cesare Alfieri.

Firenze è legata ad Adriano, la casa sulla via Fiesolana, la scuola di formazione manageriale commerciale della Olivetti sulla via Bolognese, la laurea ad honorem proprio in Scienze Politiche conferitagli nel 1960. Firenze ha lʼobbligo di ricordare e di celebrare Adriano, spieghiamo al Rettore. Otteniamo il suo patrocinio e lʼaula magna. Prepariamo il programma e la lista, importante, alta, degli olivettiani, quelli che hanno lavorato alla Olivetti e quelli di cultura e di pensiero olivettiani.

In anteprima andiamo a Roma a presentare il progetto a Laura Olivetti, per ottenere la sua partecipazione e il patrocinio della Fondazione da lei presieduta. La sua attenzione appassionata, colta, intelligente, ai temi del convegno, la comunicazione come elemento costituente della cultura dʼimpresa della Olivetti, mi impressionò profondamente. Mi diede la misura della statura intellettuale e morale della Presidente della Fondazione dedicata a suo padre. Era lì, mi convinsi, non a titolo familistico ma con piena legittimazione per capacità, valore, esperienza e passione.

Mi restò nella mente una forte impressione, e il profilo della sua immagine ancora adesso vive nella mia mente. Nel ricordo riemerge la qualità estetica della sua presenza, un insieme di eleganza non solo nella forma, ma interiore, fatta di pensieri alti, di libri importanti, letti e non citati. Si percepiva la sua vitale, sentita responsabilità nell’enorme impegno di lavoro per la Fondazione che presiedeva nella chiara missione di onorare la memoria del suo grande padre per riproporne il pensiero e le opere in termini di civile e politica attualità.

Ci rivedemmo al convegno, lʼaula magna piena allʼ inverosimile, applaudimmo il suo alto e appassionato intervento, non solo celebrazione del padre, ma la riproposta del suo pensiero, la sua attualità. E per gli studenti spalle di gigante su cui salire…

La sera, al cocktail di saluto presso la New York University, ci ritrovammo in quella villa Ulivi che per un quarantennio, insieme alle altre tre ville di Lord Acton, era stata la sede del campus di quella che era stata lʼUniversità commerciale della Olivetti, il vecchio CISV che per sei anni avevo diretto. Laura Olivetti volle sapere di quella scuola, della sua funzione centrale nella storia, misconosciuta, del settore commerciale della Olivetti, della sua invenzione nel quadro della missione di sviluppo della organizzazione di vendita affidata da Adriano a Galassi per evitare licenziamenti per sovrapproduzione.

Era curiosa, interessata, desiderosa di parlare, sapere, conoscere, fino al declino della Olivetti, declino che si profilava, già in quellʼanno, inesorabile. Parlammo poi, curiosamente, di Giacomo Noventa, un grande poeta in dialetto veneziano, lʼunico poeta ospitato nelle edizioni di Comunità. Ricordavo, male, qualche verso,..”nei to’ grandi – oci de ebrea”… E Noventa frequentava casa Olivetti? E lei lo aveva conosciuto? Adriano gli era amico? … La poesia e Adriano, un tema curioso, inesplorato. Da riprendere, ci dicemmo salutandoci.

Si era fatto tardi e Laura prese la parola. Furono parole di conclusione del convegno e andarono oltre la retorica del saluto. Parole di ringraziamento, di comprensione dello sforzo organizzativo e della qualità dei contributi. Con la sua dolcezza e il garbo di grande signora, concluse che negli altri numerosi convegni a cui aveva partecipato non aveva registrato la forte passione che lʼaveva toccata in quella giornata.

Sembrò a tutti molto sincera e un po’ commossa.

 

 

Emilio Renzi, già della Direzione Relazioni Culturali della Olivetti

Presi il coraggio a quattro mani e le scrissi. La casa editrice Guida aveva deciso di presentare il mio “Comunità concreta. Le opere e il pensiero” alla Fiera Più Libri Più Liberi 2008, a Roma. A Laura Olivetti ero stato presentato al Convegno bolognese di Galileo Dallolio e a quello fiorentino di Giovanni Maggio. Non aveva certo trasmesso un timore reverenziale, ma insomma era pur sempre per me la figlia di Adriano Olivetti. Mi ero sbagliato in pieno: rispose subito, con piacere e semplicità.

Arrivò all’EUR guidando la sua automobile, sedette al suo posto, aspettò il suo turno. parlò poco anche perché come succede spesso in quelle occasioni avevamo sforato i tempi. Sorvolò sui complimenti, le premeva sottolineare quanto la “concretezza” di Adriano fosse intrisa di spiritualità.

Andammo a bere qualcosa al bar della Fiera con gli altri presentatori: Giovanni Maggio, Rosario Amodeo. C’erano anche Mario Volpi e Galileo Dallolio. Mi impegnai in un lunga battaglia con l’improbabile barista, quando tornai al tavolo vidi che Laura chiacchierava con Giovanna Venturino, la mia compagna cui dovevo il conforto psicologico nei tourniquets della stesura del libro. Si sorridevano, ridevano insieme: come fanno spesso le donne quando sono fra donne.
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Più tardi chiesi a Giovanna, di che stavate parlando. Dei nostri figli, mi rispose; della difficoltà e bellezza di avere figli maschi. Sono in ritardo, disse poco dopo alzandosi e salutando; oggi è il mio compleanno, i miei mi stanno aspettando a pranzo, si arrabbieranno. Galileo scattò una foto, un primo piano di lei, me e la copertina del libro.

Ho ricercato la foto nella memoria del pc, qualche giorno fa. La farò stampare bene, voglio conservarla tra quelle care della mia vita

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