Paolo Rebaudengo, Libreria Mondadori, Bologna, 17 maggio 2017.

Saibene è un intellettuale di multiforme ingegno, storico della cultura, lavora tra editoria, cinema e organizzazione cultura. E’ critico cinematografico e regista. Si interessò di Adriano sin dalla tesi di laurea dedicata alle attività culturali di Raffaele Mattioli e da allora aveva pensato ad A. come suo pendant complementare nell’Italia del 1945 da ricostruire.
Per Edizioni di Comunità ha curato le antologie di scritti di Adriano Olivetti, “Il mondo che nasce”, “Città dell’Uomo”.
Ha pubblicato nel 2016, sempre per le Edizioni di Comunità, “Sottsass Olivetti Synthesis-Sistema 45” , con Enrico Morteo, Milco Carboni e Marco Meneguzzo. (Nel 1972 la Olivetti mette in produzione negli stabilimenti Synthesis di Massa Carrara il sistema di arredi componibili Synthesis 45 progettato da Ettore Sottsass. Il progetto fotografa con precisione e intelligenza il passaggio cruciale da una matura modernità ad una ancora indefinita condizione post-moderna).

Ha curato nel 2016 il libro “Davide Pizzigoni. Il corpo del vuoto. Ed. Silvana. (Davide Pizzigoni si interroga da oltre quindici anni sulla natura del vuoto nell’arte. La sua è una ricerca appartata, solitaria, che raramente si confronta col pubblico. Nelle opere di Pizzigoni il vuoto può separare ma anche unire gli spazi, suggerire una dimensione metafisica, ma anche essere un forte richiamo alla realtà. Come lavorare sul vuoto? La mostra monografica a Villa Necchi di Milano ha provato a rispondere a questa domanda.
Con le installazioni site-specific nel giardino, con le opere di carta che dialogano con l’arredo storico della villa, con le sorprese disseminate lungo il percorso, l’artista instaura un dialogo proficuo che coinvolge chi attraversa gli spazi e ritorna nelle pagine del libro che state per aprire).
Nel 2013 ha curato per l’Editore Quodlibet “Una stanza all’Einaudi” di Luca Baranelli e Francesco Ciafoni. (nel n. 160 de “Lo straniero” – ottobre 2013 Gianni Sofri scrive una recensione del libro, così iniziando: “Mettiamo subito le carte in tavola. Qualche mese fa, chi scrive (per intenderci, chi recensisce) pubblicò da Zanichelli un piccolo libro di racconti ed esperienze redazionali (Del fare libri. Mezzo secolo da Zanichelli). Luca Baranelli lo recensì su queste pagine. Pochi giorni dopo, e cioè quasi contemporaneamente, uscì da Quodlibet un libro di Baranelli, scritto insieme a Francesco Ciafaloni, intitolato Una stanza all’Einaudi. Ora io lo recensisco. Però, per favore, che nessuno pensi che sia un voto di scambio”.
Sempre nel 2013 ha curato, con Meneguzzo e Morteo, un bel catalogo e la mostra al Museo del Novecento di Milano “Programmare l’arte. Olivetti e le neoavanguardie cinetiche”, una mostra che ha ripercorso l’arte programmata e cinetica degli anni Sessanta, le sue basi storiche e culturali, gli artisti del Gruppo T di Milano e del Gruppo N di Padova, con le loro sperimentazioni su un nuovo concetto di arte, riproponendo l’esposizione del 1962 nei negozi Olivetti di Milano e di Venezia, curata allora da Bruno Munari e corredata da un testo in catalogo a firma di Umberto Eco.

Erano gli anni dell’Elea 9000, il primo elaboratore elettronico progettato e realizzato da Olivetti, che vinse nel 1959 il Compasso d’oro per il design di Ettore Sottsass.
Un momento d’oro della cultura italiana in cui scienza e arte si univano creando prodotti industriali artistici che permettevano ad un pubblico popolare la fruizione di oggetti d’arte.

Saibene ha girato diversi documentari e nel 2015 il film La ragazza Carla, esiste un’anima della città?, con Carla Chiarelli.
Ha lavorato per RAI 3, RAISAT ART, TSI, Classica, come autore di una quindicina di documentari di divulgazione culturale. Firma come regista “La ragazza Carla” (2015) che verrà presentato al Milano Film Festival 2015.

Irene Enriques è una donna molto schiva, credo non sia stato facile per Saibene coinvolgerla. E’ direttore generale della Zanichelli editore. Si è laureata in matematica, con una tesi di informatica, nel 1991. Dopo la laurea ha fatto praticantato nella software division della casa editrice Haughton and Mifflin, a Boston, poi ha iniziato a lavorare alla Zanichelli, prima in redazione poi nella direzione generale. Prima di lei il direttore generale è stato suo padre Federico e prima ancora il nonno Giovanni, che è stato anche direttore commerciale e poi direttore generale della Olivetti negli anni nei quali Adriano era in esilio in Svizzera, dal 1943 al 1945. Il bisnonno è Federigo il grande matematico. Nel 2013 la Hoepli, nella collana saggistica ha pubbicato una bella biografia di Giovanni Enriques, scritta da Sandro Gerbi col titolo “Dalla Olivetti alla Zanichelli”.

Matteo Marchesini, scrittore, il suo profilo è presente come voce dell’enciclopedia Treccani. E’ nato a Castelfranco Emilia nel 1979. A vent’anni ha gestito una piccola libreria e dal 1998 , per dodici anni ha collaborato a un annuario di poesia curato insieme a G. Manacorda e P. Febbraro. E’ stato autore di libri per ragazzi, ha pubblicato un libro di racconti intitolato Le donne spariscono in silenzio (2005), il ritratto-guida  Perdersi a Bologna (2006), le poesie di Marcia nuziale (2009), le satire di Bologna in corsivo. Una città fatta a pezzi (2010), i saggi letterari Soli e civili (2012) e Da Pascoli a Busi. Letterati e letteratura in Italia (2014). Del 2013 è il suo primo romanzo Atti mancati, candidato al Premio Strega; del 2017 la raccolta di tre romanzi brevi False coscienze, tre parabole degli anni Zero. Collabora con Radio Radicale, Il Foglio e Il Sole 24 Ore.

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L’Italia di Adriano Olivetti. Scrive Saibene: “Nell’autunno del 2007 Enrico Morteo mi coinvolse nell’organizzazione di una mostra che avrebbe celebrato a Torino, nella primavera successiva, i cento anni della Olivetti. Aderii con entusiasmo. Mi ero laureato, parecchi anni prima, sulle attività culturali di Raffaele Mattioli e da allora ho pensato ad Adriano Olivetti come a un suo complementare pendant nell’Italia che rinasceva nel 1945. Avevo raccolto nel tempo qualche appunto, avevo notato come il nome Olivetti incrociasse le vicende di molti uomini illustri dell’Italia repubblicana, ma non mi era mai stata data occasione di studiarne la storia. Cosa fosse divenuta nel frattempo la Olivetti lo ignoravo. Avevo letto sui giornali che dopo Carlo De Benedetti c’erano stati una serie di passaggi di proprietà e mi ero accorto che il nome Olivetti, fino ad allora parte della nostra vita quotidiana, si era via via offuscato fino quasi a scomparire al passaggio del secolo. Scoprii che era proprietà di Telecom, che il marchio era utilizzato per produrre telefax e registratori di cassa, e che a Ivrea esisteva ormai solo un archivio creato ex post dove erano stati radunati materiali e carte che provenivano dai vari uffici frettolosamente smantellati. Tra Roma e Ivrea la Fondazione Adriano Olivetti, con pochi mezzi, cercava di tener alto il vessillo di un’Italia migliore.
Mi concentrai nella mia ricerca sulle attività culturali (le riviste, le Edizioni di Comunità) e sui percorsi degli intellettuali che erano stati attratti nell’orbita di Adriano Olivetti: una lista lunghissima, impressionante. In una giornata d’inverno piena di luce andammo a trovare Renzo Zorzi nella sua casa sulla sponda veronese del Lago di Garda. Quasi novantenne, altissimo, un po’ curvo, austero nei modi ma con una punta di malizia veneta che spargeva nella conversazione, rievocò una vita trascorsa nelle attività culturali dell’azienda.
Mi sembrò un doge di terraferma. Era considerato il custode della memoria olivettiana e ci raccontò le sue verità. Ma altre verità emergevano dalla lettura del libro curato da due psicologi del lavoro olivettiani, Francesco Novara e Renato Rozzi (con la collaborazione di Roberta Garruccio): Uomini e lavoro all’Olivetti (2005), un volume che raccoglie le testimonianze di chi aveva lavorato in Olivetti dai tempi di Camillo fino a Carlo De Benedetti, che risultava da quelle pagine come l’affossatore di quella magnifica avventura. Con l’eccezione di una recensione di Corrado Stajano su «l’Unità», il libro, che resta importante, venne ignorato da tutti gli organi di stampa.
Per la mostra e per il relativo catalogo decidemmo di accantonare la categoria dell’ “utopia olivettiana”, un’etichetta che ci pareva servisse soprattutto a mettere in parentesi un’esperienza che non si sapeva alla fine come giudicare. La mitologia olivettiana, coltivata da una minoranza colta e a volte un po’ snob, ma avversata, per ragioni diverse, dal capitalismo italiano attraverso i suoi giornali, dagli intellettuali di formazione marxista, dal cattolicesimo ufficiale, si era pressoché estinta verso la fine del XX secolo.
Il nostro establishment non poteva digerire un industriale che per un certo periodo non aderì a Confindustria e che, incredibile a dirsi, giunse a proporre la cessione della proprietà dell’azienda ai dipendenti e a varie istituzioni pubbliche; i marxisti restarono spiazzati da una proposta di società comunitaria che mandava in soffitta la lotta di classe; le gerarchie cattoliche, in epoca preconciliare, non potevano apprezzare l’insistenza sui valori spirituali da parte di un laico convertito al cattolicesimo, figlio di un ebreo e di una valdese. Prova ne era che anche nei migliori libri di storia dell’Italia repubblicana usciti dopo la fine della prima Repubblica, lo spazio dedicato ad Adriano Olivetti e alla Olivetti era scarso. Scarseggiavano anche gli studi: una biografia pioneristica di Bruno Caizzi dedicata a Camillo e Adriano Olivetti (1962) e quella, ancora di riferimento, di Valerio Ochetto (1985, 2013) che riuscì ad ascoltare molti testimoni che avevano conosciuto Adriano anche prima della guerra, il lavoro filologico condotto da Davide Cadeddu e molti ricordi di valore diseguale di chi aveva lavorato nella mitica Olivetti di Adriano, era tutto ciò che si aveva a disposizione. Un po’ poco.
D’altra parte studiare la storia della Olivetti era ed è difficile. Significa infatti mettere insieme design, organizzazione industriale, architettura, strategia di comunicazione, prospettive politiche, ruolo degli intellettuali, valori etici, coscienza sociale, l’uso delle esperienze artistiche, ricerca tecnologica, grafica e il fine ultimo della comunità.   (ndr Aggiungerei: l’urbanistica, le proposte di riforma istituzionale. La formazione e lo sviluppo del personale e le politiche retributive e sociali, dai trasporti alle mense, alle borse di studio, alle colonie e alle scuole per l’infanzia, l’applicazione delle scienze sociali in fabbrica).
La mostra del 2008, che aveva per titolo “Una bella società”, smosse qualcosa: servì perlomeno a rinfocolare l’orgoglio di chi aveva lavorato in Olivetti (ed erano ancora moltissimi sparsi per tutta Italia) e a comprendere che c’era una memoria da custodire, ancor prima che da studiare. Per conto mio avrei voluto avvicinarmi di più alla figura di Adriano Olivetti, che ancora mi pareva inafferrabile.
L’occasione ci fu nel 2009, quando, per conto della Regione Piemonte, avremmo, sempre con Enrico Morteo, dovuto raccogliere i ricordi di chi aveva conosciuto Adriano Olivetti, un’esperienza che ci portò a incontrare una ventina di testimoni che avevano collaborato con l’Ing. Adriano, come era chiamato nel suo entourage. La varietà degli intervistati, il loro destino dopo che avevano lavorato in Olivetti dava, da un lato, il senso di una classe dirigente che si voleva nuova dopo il 1945, dall’altro, l’ampiezza del compasso degli interessi olivettiani: operatori sociali, giornalisti, dirigenti d’azienda, uomini di banca o di finanza, grandi avvocati, docenti universitari, scrittori.
Emergevano racconti appassionanti, non tanto da parte dei più noti (Franco Tatò, Guido Rossi, Gianluigi Gabetti, Nerio Nesi) per cui la Olivetti e Adriano fu un momento, spesso iniziale, di una vita condotta ai vertici, ma delle prime donne emancipate in ambienti fino a quel momento solo maschili (Magda da Passano, Lelia Vaccarino, Cornelia Lombardo, Marisa Bulgheroni), oppure di chi aveva cercato di portare lo spirito olivettiano anche in altre esperienze (Massimo Fichera, direttore della Rai2 della riforma).

A casa di Lidia Olivetti, la figlia maggiore di Adriano, osservai una fotografia dei genitori appena sposati: Adriano e Paola mi parvero Francis Scott Fitzgerald e Zelda. Stessa epoca, gli anni Venti, luoghi diversi: da una parte Long Island, dall’altra il Lago di Viverone. Ma anche la coppia Paola-Adriano non mancava certo di glamour (le storie personali degli Olivetti, un complemento a Lessico famigliare, sono inaudite rispetto a una società ancora integralmente cattolica).

La figura di Adriano, gentile e autorevole, partecipe e distante, emergeva, nel racconto di tutti, attraverso piccoli aneddoti. Nessuno arrischiava un giudizio complessivo. Indelebile la prima impressione: il colloquio à bâtons rompus con cui Olivetti si faceva un’idea di chi aveva davanti. Insomma ero a rischio di creare una rinnovata mitologia olivettiana. Nel 2010 cadevano i cinquant’anni della morte di Adriano: sempre con Morteo preparammo sei puntate per Radio Tre dove ascoltammo questi e altri testimoni. Qualcosa finalmente stava succedendo.
Per conto mio andai alla ricerca di ulteriori pezzetti della vicenda olivettiana: Leonardo Sacco e l’esperienza di Matera; Giovina Jannello, che fu nella segreteria di Olivetti, prima di sposare Paolo Volponi; Anna Maria Levi, sorella di Primo, che si occupò della rivista del CEPAS «Centro Sociale», pioneristica per le esperienze degli assistenti sociali (una figura laica di mediazione fino ad allora inesistente nella società italiana) e finanziata (“troppo poco”, chiosava lei) da Olivetti; Muzio Mazzocchi Alemanni, che da uomo di lettere provò a ragionare sulle conseguenze linguistiche ed estetiche della rivoluzione informatica allora agli albori; Bruno Segre, che scelse di militare per il Movimento Comunità; oppure Francesco Gnecchi Ruscone, che ricorda l’Italia del sud e delle isole come un far west in cui le jeep messe a disposizione dagli aiuti americani (l’UNRRA-Casas) portavano i primi semi di modernità. Incontri con persone libere che offrivano racconti indimenticabili e che allargavano il quadro, confermando le capacità rabdomantiche di Olivetti nello scegliere i propri collaboratori, ma difficili da collegare in un insieme coerente.
Nel frattempo Beniamino de’ Liguori, figlio di Laura e nipote di Adriano Olivetti era riuscito a recuperare la disponibilità del marchio delle Edizioni di Comunità, appartenente in quel momento a Mondadori. Da allora con grande determinazione pensò di rimettere a disposizione gli scritti di Adriano Olivetti e di recuperare alcuni titoli del catalogo storico.

Mi chiese di dargli una mano. Aiutati dalla bibliografia analitica di Giovanni Maggia, uno strumento ancora oggi formidabile, passammo in rassegna tutti gli scritti di Adriano Olivetti e, per conto nostro, i suoi epistolari, incompleti ma ricchi di spunti di interesse, e che ancora attendono di essere studiati. Passai lunghe giornate a Ivrea, constatai come ancora esistessero (ed esistono) “due Ivree”: quella olivettiana al di qua della Dora e l’antico centro che ha sempre faticato a identificarsi come “la città di Olivetti”. Nel 2013 presentammo, proprio a Ivrea, una prima antologia di scritti olivettiani: Il mondo che nasce. È stata la data d’inizio di una nuova avventura.

Da allora il nome di Olivetti, la figura di Adriano, hanno ripreso a circolare, complice anche una brutta fiction televisiva, ma ora si può finalmente affermare che Adriano Olivetti è entrato nel pantheon dei “grandi italiani”. Resta aperta la domanda: chi è stato Adriano Olivetti: Un grande industriale? Un riformatore visionario? Un teorico sociale? La risposta è naturalmente un insieme di queste cose.

La cronologia aiuta a fare chiarezza sulle diverse fasi di una vita senza tregua: l’iniziale interesse politico, la scoperta dell’America e di una civiltà industriale che faceva da battistrada, la riorganizzazione dell’azienda familiare nel confronto quotidiano col padre Camillo negli anni del fascismo imperante, la pausa forzata tra 1944 e 1945 che gli consentì di scrivere L’ordine politico delle Comunità: un libro ambizioso, difficile, il cui fine ultimo era quello di raddrizzare il legno storto dell’umanità dopo la catastrofe di due guerre mondiali (qui davvero è un utopista, anche se l’intuizione della comunità come strumento di governo del territorio resta ancora da cogliere appieno), la difficoltà di affermare le sue idee in una Roma già partitocratica, il ritorno a Ivrea e la creazione di un’azienda globale ante litteram, tutto il lavoro metapolitico (culturale e sociale) degli anni Cinquanta che sfocia nell’esperienza politica diretta del Movimento Comunità, la ricerca legata alle prime esperienze dell’elettronica, l’acquisto della Underwood.

Per un uomo progettuale (pro-icere significa, nell’etimo, “gettare in avanti”) come Olivetti la morte ha lasciato molte situazioni aperte, in sospeso. C’è una sorta di accelerazione vitale nel corso degli anni Cinquanta, la paura di non farcela davanti a piani ambiziosissimi che solo in parte si stavano realizzando.
Alcune idee, e la possibilità di verificarle nella pratica quotidiana – sta qui la differenza di un uomo che fu insieme di pensiero e di azione – furono davvero lungimiranti: il lavoro come strumento d’identità dell’uomo (gli effetti sull’individuo dei processi messi in moto dalla rivoluzione industriale), la fabbrica come principio di organizzazione del territorio.
Ma era difficile: lo testimoniano i due grandi romanzi “olivettiani”: Donnarumma all’assalto (1959) di Ottiero Ottieri e Memoriale (1962) di Paolo Volponi, accomunati dal fatto di essere cronache di una sconfitta.
L’esperienza politica diretta è stata una scorciatoia per Olivetti, ma il suo pragmatismo lo spinse ad abbandonare il parlamento dopo poco meno di un anno.

Difficile pensare a Olivetti negli anni Sessanta, almeno quelli delle riforme del nostro centro-sinistra, più facile immaginarlo appassionarsi per le avventure spaziali e per le conseguenze dell’avvento della cultura di massa, in un mondo in cui l’uomo sembrò, per un momento, essere artefice del proprio destino”.

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Adriano sembrava caduto nell’oblio, ma negli ultimi dieci anni, si è guardato con sempre maggior interesse al suo pensiero, alle sue attività, alle sue iniziative, come a un modello a cui ispirarsi per un’industria oltre il profitto. Pur di fronte a una ormai sterminata bibliografia sulla Olivetti e su Adriano, con questo libro Saibene aggiunge conoscenze nuove e stimola ulteriori approfondimenti.
Raccoglie quattordici pezzi scritti in occasioni diverse, sempre con rigore e passione di storico e di ricercatore attento e scrupoloso, lavorando sugli scritti di A., sulla sua biblioteca, sulla sua personalità e formazione culturale e professionale, sui sui viaggi formativi negli USA (come fece Camillo), sui suoi rapporti con gli uomini di cultura che raccolse intorno a sé (poeti, letterati, architetti e designer che contribuirono a creare il mito, l’immagine e lo stile della O. anche attraverso la pubblicità e il design) e infine sul figlio Roberto, eroe mite della battaglia, persa, contro l’establishment interno (Visentini, una parte della famiglia) ed esterno (Cuccia, Valletta) per evitare la cessione dell’elettronica.

Le Edizioni di Comunità hanno il merito di aver saputo rispondere alla domanda oggi piuttosto vasta di approfondimento dei tanti profili di Adriano e della sua Olivetti, da quello industriale (che per A. è al centro), a quello architettonico, urbanistico, politico, sociale e a quello culturale, che li coinvolge tutti e che Saibene è riuscito bene a cogliere restituendoci l’uomo A. nella sua interezza , con le sue grandezze e timidezze, i suoi interessi sterminati, i suoi rapporti col padre, con la famiglia, con i lavoratori della fabbrica, con gli intellettuali che ingaggia e che rispetta sino al limite di limitarsi a spostare da Ivrea a Milano Franco Fortini che nelle settimane che seguono all’attentato a Togliatti, incita i lavoratori alla rivolta (mentre lo stesso Togliatti li invita a mantenere la calma), con i dirigenti dell’azienda, con i quali non sempre è tenero (forse Irene Enriques vorrà farcene un cenno).

Dopo il bel libro (La letteratura al tempo di Adriano Olivetti) di Giuseppe Lupo, che ha lavorato a lungo sulla letteratura industriale italiana e che ricostruisce la stagione della fabbrica-comunità di Ivrea, le Edizioni di Comunità, create da A., oggi propongono questo volume di A. Saibene che si legge tutto di un fiato e che anche per chi ha conosciuto direttamente o ha studiato le vicende di Adriano costituisce un prezioso vademecum necessario per portare alla luce vicende ed episodi significativi della sua vita e della sua attività, e soprattutto delle sue relazioni con gli uomini e le donne della cultura del suo tempo, non solo umanisti come si è portati a credere, ma scienziati come Enrico Fermi. Dietro l’apparente distacco dello storico, Saibene non riesce a nascondere l’ammirazione e lo stupore per la singolarità del personaggio, senza peraltro nascondere nulla per non scadere nell’apologetico.

Lo si coglie anche quando riporta un episodio curioso e divertente come quando nel 1980, per i 20 anni dalla scomparsa, si tenne a Ivrea un gran convegno per ricordare Adriano. Il vecchio Cesare Musatti, che era stato per un brevissimo tempo, nel 1942, psico-analista di Adriano, e successivamente anche capo del personale della Olivetti, dopo aver ascoltato diverse relazioni, sussurrò al suo vicino di sedia: “ma tutta questa brava gente non tiene conto che Adriano era matto”.

Il fil rouge che percorre il libro è dato dagli interessi culturali di A. e dai principi che lo guidano. Si riassumono nel discorso del giugno 1945 tenuto davanti a tutti i lavoratori riuniti dopo il suo rientro dall’esilio in Svizzera, che così conclude: “L’Italia è oggi nelle condizioni della Germania nel 1918: c’è stata una catastrofe, una guerra perduta, una svalutazione monetaria che non sembra avere fine, c’è una grave crisi economica, cosa faremo? Cosa faremo? Tutto si riassume in uno solo pensiero, in un solo insegnamento: saremo condotti dai valori spirituali. Questi sono valori eterni, seguendo questi i beni materiali sorgeranno da sé senza che noi li ricerchiamo”.

Ne parlerà in anni recenti Giancarlo Lunati, già dirigente Olivetti come direttore del personale, assunto da Adriano, che dice: “come credere che uno stesso uomo, tanto concreto nella sua principale attività, fosse un visionario nelle altre? … potrei dire che l’elemento unificante che guidava i suoi progetti e le sue decisioni era lo spirito religioso.”
Belli anche gli ultimi capitoli, “dopo la morte di Adriano” e “dalla parte di Roberto”.
Resta per tutti l’interrogativo: il lascito di Adriano, per tanti anni trascurato, può aiutare consentire oggi di educare le giovani generazioni a un capitalismo oltre il profitto?
Ne parleremo venerdì prossimo al salone del libro di Torino con Galileo Dallolio, Emilio Renzi, Giovanni Maggio, Gianfranco Ferlito ed Helena Verlucca della Henver Edizioni, in un convegno appunto intitolato “Olivetti: l’industria oltre il profitto”, e con Laura Curino che reciterà brani dello spettacolo “Camillo: alle radici di un sogno”.
E domani, al Salone di Torino, organizzato dall’Associazione Archivio Storico Olivetti e Hapax Editore. verrà presentato il volume Congegni sapienti. Stile Olivetti: il pensiero che realizza di Caterina Cristina Fiorentino, docente di design all’Università Vanvitelli di Napoli, che parteciperà come relatrice al seminario “design industriale e comunicazione pubblicitaria alla Olivetti 1908-1988” organizzato da Olivettiana.it con la Fondazione Olivetti e ospitato dalla Fondazione Cirulli a San Lazzaro il 31 maggio 2017.
Mostre, negozi, film, manifesti, prodotti e persone delle grande avventura olivettiana sono i protagonisti di “Congegni sapienti”. “Attraverso l’analisi del patrimonio archivistico e bibliografico dell’Associazione Archivio Storico Olivetti di Ivrea, il libro propone una interpretazione dello Stile Olivetti, palesandone la matrice di un pensiero unitario dal quale nascono quei Congegni sapienti che conducono il lettore dagli aspetti legati all’uso e alla funzione verso la scoperta dell’identità culturale della Olivetti”.

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