Bolognino Editore, Ivrea, 2018, 223 pagg.

Quando un’autobiografia non è scritta da chi lo fa di mestiere, né da un “uomo di lettere”, essa viene letta con qualche pregiudizio. Ancor più se l’autore è “uomo di numeri”, numeri di ragioneria, contabilità, bilanci, come lo è Nico. Ma nel suo caso bastano le prime pagine per farsi catturare da una scrittura semplice e allo stesso complessa, che tiene insieme una lunga vicenda personale, della famiglia, della vita sociale di Casalgrasso in provincia di Cuneo, nel parco fluviale del Po e soprattutto di Ivrea, insieme alla storia della grande impresa eporediese, all’interno della quale si aprono scenari personali, relazionali, delle politiche industriali, dei prodotti e delle tecnologie, a Ivrea e nel mondo.

Un diario e un romanzo che si legge tutto d’un fiato.

Inizia nel 1936, con la nascita dell’autore in una “casetta sulla strada di Racconigi”, il padre contadino e la madre di famiglia di artigiani, entrambi di condizioni molto modeste ma con connotazioni sociali diverse, tanto da consigliarsi col parroco sulla opportunità di un matrimonio tra persone di “così diverso ambiente di provenienza” e dall’escludere che la fidanzata potesse adattarsi a vivere in cascina e infine, pochi anni dopo il matrimonio, nel 1941, a trasferirsi a Ivrea in cerca di fortuna abbandonando la vita contadina. Novanta chilometri di distanza negli anni trenta erano molti; lo spostamento richiese un giorno di viaggio su “un grosso autocarro verde sul quale erano state caricate tutte le masserizie “, l’intera famiglia, i genitori con Nico che aveva cinque anni e il fratellino di tre mesi, in cabina con l’autista.

Comincia così il racconto che copre mezzo secolo. A entrare in Olivetti fu prima il padre, su segnalazione ad Adriano del vescovo di Ivrea Mons. Rostagno, già parroco di Casalgrasso. Assunto come operaio nel “reparto falegnami”.

Nico entrò invece nel nuovo asilo Olivetti, da poco inaugurato, un mondo fatato per il piccolo. L’anno dopo nascerà il terzo maschietto e nel 1949 una femminuccia.

Non passarono molti anni prima che anche Nico entrasse in Olivetti, nel 1953, a soli 17 anni, terminata la Scuola Tecnica Commerciale, come “impiegato amministrativo d’ordine per lavori semplici” con una retribuzione di 33.000 lire al mese, un buono stipendio per quegli anni.

Per il diploma di ragioniere aveva passato l’esame di ammissione all’Istituto Tecnico Commerciale e avrebbe dovuto studiare altri due anni, ma alla numerosa famiglia un solo stipendio non bastava.

L’intelligenza, la buona volontà, l’ambiente “formativo” olivettiano e il completamento degli studi con il diploma di ragioniere grazie a una borsa di studio che gli fece avere Paolo Volponi, allora Capo dei Servizi Sociali, e con l’iscrizione alla facoltà di economia e commercio della Università di Torino e alla neonata Facoltà di Amministrazione Industriale, gli consentirono di fare carriera e conoscere le tante filiali italiane e le consociate in tutto il mondo.

Era entrato nel magico mondo Olivetti quando la Società era nel pieno sviluppo organizzativo, gestionale, dei processi produttivi e dei prodotti, cui si accompagnava lo sviluppo delle attività sociali e culturali, formative e sanitarie.

Visse in prima persona il passaggio della contabilità da un approccio artigianale, da “amanuense” a uno “scientifico”, vide nascere uno dei primi “Centri meccanografici” a schede perforate, dotato di macchine Olivetti Bull, joint venture voluta da Adriano nel 1949 con la Compagnie des Machines Bull.

La grande biblioteca centrale, le tante attività culturali, il passaggio a Ivrea di personaggi invitati dalla Olivetti per parlare con i lavoratori come Fellini, Pasolini, De Sica, Gassman, i concerti, il teatro, il cinema, le attività sportive, tenevano alto il livello culturale.

Osella era molto attento ai problemi sociali ed economici del Canavese e registra gli interventi della Olivetti per far fronte alla perdita di posti di lavoro in campagna con la scomparsa delle filande e dei cotonifici. Solo ad Aglié si erano persi mille posti di lavoro con la chiusura del cotonificio De Angeli Frua. Adriano acquistò lo stabilimento e lo fece ristrutturare dagli ingegneri della Olivetti per trasformarlo nella fabbrica per il montaggio della Lettera 22, assumendo tutti i disoccupati.

Nel 1955 ascolta per la prima volta Adriano che aveva fatto convocare i lavoratori per il saluto di fine anno. Nell’occasione era presente anche Galassi, il direttore commerciale che aveva realizzato la missione che gli aveva assegnato Adriano di aumentare le vendite sino ad assorbire tutta la produzione, evitando così i licenziamenti paventati.

Solo nel corso delle assemblee successive con Adriano avrebbe colto a fondo i suoi discorsi di carattere profetico, che apparivano programmi utopistici, come la casa per tutti i lavoratori, i servizi sociali, di istruzione e di trasporto collettivo che compensassero le carenze di quelli pubblici. Gli resta impresso “il suo sguardo buono che esprimeva stupore e una vena di tristezza”.

Nel 1956 viene introdotto in azienda il controllo di gestione: il ventenne Osella coglie questa occasione per farsi assegnare un compito in questo ambito. E’ una grande occasione: comincia a conoscere anche il mondo commerciale, piuttosto separato dalle attività industriali che si svolgevano a Ivrea. I soli concessionari erano oltre trecento e quasi nessuno aveva una vera contabilità e spesso non tenevano neppure separate le spese di casa da quelle della loro azienda.

Ebbe così modo di conoscere l’Italia e si appassionò alla soluzione dei tanti problemi che gli venivano posti. Si era messo in vista come giovane capace e intraprendente; ricevette direttamente dall’avv. Arrigo Olivetti l’incarico di seguire tutta la contabilità derivante dall’acquisizione del Castello di Montalto in stato di completo degrado e abbandono per restaurarlo e riportarlo agli splendori della sua origine medioevale.

Il suo osservatorio in amministrazione gli consentiva di vedere come l’azienda crescesse e si trasformasse. Aveva 21 anni quando nel 1957 fu completato il primo grande calcolatore della Olivetti, l’Elea 9001, prodotto dalla nuova Divisione Elettronica, collocata a Borgolombardo, spedito a Ivrea ove fu utilizzato nei successivi sei anni per il controllo dei magazzini.

Osella si dà da fare, non si sottrae a nessuna impresa, partecipa anche a un corso di formazione per fare da guida in azienda ai visitatori illustri, conoscendo così personaggi della politica e dello spettacolo. Nella sua mansione principale entra a far parte dell’Ispettorato Italia, per monitorare le situazioni finanziarie dei concessionari.

Con l’arrivo del sabato festivo i suoi programmi universitari potevano andare avanti più velocemente. Ma quel sabato festivo olivettiano non piacque a Confindustria: ne derivò il boicottaggio dei prodotti Olivetti da parte dei grandi clienti e delle Banche.

Si arriva alla acquisizione della storica e grande fabbrica di macchine per scrivere americana Underwood. Un’operazione di grande rilievo di cui Adriano non farà in tempo a vedere sviluppi e problemi poiché sarebbe deceduto nel febbraio del 1960, quando due soli mesi dopo avrebbe compiuto solo 59 anni. Venne sepolto, come aveva chiesto, nella nuda terra sulla quale si piantò una semplice croce di legno. La vita della Olivetti, dei lavoratori e dei dirigenti continuò ma non era più la stessa cosa.

Osella prosegue studi e carriera, che si svolgono entrambi a livello sempre più internazionale, con una interruzione nell’agosto del 1960 per il servizio militare come allievo ufficiale. Non passò molto tempo prima che arrivasse la notizia della morte anche del responsabile dell’elettronica, l’ing. Tchou, sotto la cui guida la Olivetti aveva realizzato il primo grande calcolatore elettronico italiano.

La Olivetti cresceva ancora, al ritorno dal servizio militare Osella vide che si stavano costruendo i nuovi stabilimenti di Scarmagno e il nuovo Palazzo Uffici disegnato dagli architetti Fiocchi, Nizzoli e Bernasconi, che avrebbe ospitato oltre 2.000 dipendenti. In tutto, solo in Italia, erano 26.000. Erano ancora gli esiti dei progetti decisi e avviati da Adriano.

Si avvicinavano però gli anni di crisi della Società, per fronteggiare la quale nel 1964 venne chiamato Bruno Visentini e un comitato in rappresentanza di Fiat, Pirelli, Mediobanca e IMI, denominato “gruppo di intervento”, che rapidamente si disfece dell’elettronica vendendola agli americani della General Electric, contro la volontà di Roberto Olivetti, che riesce solo a ottenere di tenere un piccolo gruppo di progettisti e il Centro di Pregnana milanese. Ma il danno era fatto e buttati al vento i tanti investimenti voluti da Adriano nella ricerca nel campo dell’elettronica.

Non bastò neppure che il grande progettista meccanico Natale Capellaro, padre della Divisumma, quando vide in funzione il prototipo della Programma 101, primo esemplare al mondo di personal computer, progettato dall’ing. Giorgio Perotto e dai suoi uomini (quelli che Roberto volle tenere con sé), dichiarasse “capisco che l’era della meccanica è finita”.

In questi anni Osella gira il mondo, vuoi per assistere il direttore commerciale nell’apertura di una nuova consociata, come quella norvegese o quella israeliana, vuoi per analizzare e possibilmente risolvere i problemi di altre consociate importanti come quella del Brasile. Siamo nel 1968 e i viaggi non erano facili come quelli di oggi. Osella racconta in modo colorito le sue disavventure e le sue vittorie, sul piano personale e professionale. Gusta sino in fondo il piacere di conoscere posti e persone nuove.

L’Olivetti cresceva ancora, nel 1969 i dipendenti erano diventati 68.000, di cui 32.000 in Italia. Gli stabilimenti, dopo l’apertura di quello di Marcianise, sono undici in Italia: tre a Ivrea, due a Scarmagno, uno ad Aglié, a Massa, a Torino, a Crema, a Pozzuoli e a Marcianise. Dieci all’estero: Barcellona, Buenos Aires, Glasgow, Harrisburg, Toronto, San Paolo, Città del Messico, Bogotà, Johannesburg e Santiago del Cile.

Nel 1971 l’ammiraglio ing. Ottorino Beltrami, dopo essere passato dalla Divisione elettronica e dalla Olivetti-G.E., viene cooptato in CdA e nominato A.D., anche se la direzione finanziaria rispondeva direttamente a Visentini che, in accordo con la famiglia Olivetti, evita un necessario aumento di capitale ricorrendo a costosi debiti bancari.

Osella, dopo una visita alla Underwood, mette in evidenza inefficienze e criticità, specie nell’area amministrativa, trascurata rispetto a quella industriale e commerciale. Qui inizia una nuova fase nella sua vita professionale, personale e familiare. Viene spedito negli USA, ove sarebbe rimasto, con tutta la famiglia, dal 1971 sino alla fine del 1975.

Questa esperienza gli valse la dirigenza, la posizione di Controller di tutto il Nord America, la collaborazione con la mitica Marisa Bellisario, direttrice della Pianificazione strategica (qualche anno dopo, con la nuova era di Carlo De Benedetti, ci fu lo scontro tra due visioni molto differenti e l’uscita della Bellisario dalla Olivetti) e, al ritorno a Ivrea, quella di Responsabile amministrativo della Divisione Europa, che raggruppava le Consociate francese, spagnola, tedesca, scandinava e britannica.

Nel 1978, quando arriva in CdA De Benedetti, imprenditore “col profilo finanziario”, la Olivetti occupava 61.000 dipendenti, in calo di 7.000 unità rispetto a nove anni prima. Viene realizzato un aumento di capitale e avviato un nuovo sviluppo di prodotti nel campo delle stampanti, fax, fotocopiatrici, registratori di cassa.

Nel processo di riorganizzazione viene coinvolto anche Osella il cui incarico viene a cessare e lasciato “in attesa” per poi essere nominato responsabile dell’amministrazione e del controllo di gestione della nuova Direzione Commerciale, sotto la quale confluivano tutte le Divisioni, a esclusione di quella statunitense. Riprese così a viaggiare, in Estremo Oriente, in Australia, in Giappone.

Con De Benedetti le riorganizzazioni non si contano, ma sembra che la Olivetti ritrovi la strada dello sviluppo, con un fatturato in salita (arriva sino a 3.000 miliardi di lire nei primi anni ’80), peraltro con utili modestissimi (100 milioni di lire), mentre si operano tagli lineari del personale.

Nel 1988 Carlo De Benedetti è Presidente e AD, affiancato dal fratello Franco e da Vittorio Cassoni, nuovi AD, con Elserino Piol direttore per le Strategie. Anche Cassoni opera una riorganizzazione radicale, dividendo la Olivetti in tre: Olivetti Office, Olivetti Systems & Networks e Olivetti Information Services. Questa operazione, forse razionale sulla carta, si dimostrò dannosa, con manager che si facevano concorrenza l’un l’altro e infine con Cassoni che si ammalò gravemente, mentre De Benedetti era occupato in altre vicende, diverse da quelle della Olivetti ma che non portarono bene neppure a quest’ultima.

A Osella venne offerto un nuovo incarico, quello di Responsabile dell’Internal Auditing e, in attesa che il posto si liberasse, un periodo “sabbatico” di studi alla Harvard Business School di Boston.

Rientrato in Italia scopre che era stata venduta la OCN Olivetti Controllo Numerico: cessa in tal modo l’attività nata dalla OMO Officine Meccaniche Olivetti creata da Camillo nel 1926 per progettare le macchine utensili. Già negli anni ’50 Adriano aveva suggerito di utilizzare l’esperienza del Laboratorio di Ricerche Elettroniche, entrando così nel settore delle macchine a controllo numerico. La OCN aveva accumulato preziose competenze che si sarebbero potute sviluppare sino a poter entrare nella robotica di sui si parla molto in questi ultimissimi anni.

Nel 1989 Osella compie 35 anni di servizio e riceve la medaglia d’oro dalle mani di Carlo De Benedetti, salvo scoprire, poco tempo dopo, che nei piani della riduzione ulteriore di personale era contenuto, tra gli esuberi, anche il suo nome.

Aveva solo 54 anni, ma avendo iniziato giovanissimo aveva maturato i requisiti utilizzati per decidere chi dovesse essere “lasciato a casa”. Lo sconforto fu tale che avrebbe accettato qualsiasi incarico, anche senza stipendio.

L’Ingegnere pare abbia avuto un fremito di umanità se lo fece chiamare per dirgli che aveva pensato a lui per dargli la responsabilità di una società del gruppo, la Eurofly Service spa, con il compito di risanarla e rilanciarla o, più facilmente, di liquidarla.

La società aveva una cinquantina di dipendenti, tra piloti, tecnici e amministrativi, sei aeromobili e conti in profondo rosso. Tra gli aerei anche due DC9 da 100 passeggeri, tipologia ben lontana da quella degli executive gestiti tipicamente dalla Eurofly e acquistati solo per godere di benefici fiscali; generavano però perdite consistenti.

Osella riesce a ottenere il brevetto di pilota (a proprie spese) dopo aver notato che in quella Società vengono rispettati solo i piloti. Resta ancora tredici anni al lavoro. Da quella posizione segue con mestizia le vicende che portano rapidamente alla scomparsa della Olivetti, attraverso un turbinio di passaggi di amministratori delegati e proprietari, che descrive in modo oggettivo, senza più la vivacità di scrittura che aveva accompagnato il suo diario di ragazzo proveniente da un villaggio di campagna, che si era fatto strada nella più bella industria del mondo.

Cinquant’anni di lavoro terminati con l’arrivo di Tronchetti Provera in Telecom Italia e Tim e di conseguenza in Eurofly Service, ove Osella era stato inviato tredici anni prima per liquidarla. Come sua ultima impresa, l’avrebbe rilanciata.

Paolo Rebaudengo

Bologna, 26 settembre 2018

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