direttore dei Centri Comunitari di San Giovanni in Fiore e di Napoli Secondigliano; in Olivetti si è occupato di gestione e di formazione del personale; dirigente della formazione quadri e dirigenti delle Cooperative di Consumatori aderenti alla Lega Nazionale delle Cooperative; direttore delpersonale e dell’organizzazione di CISA spa; Vice Direttore Generale di SITE spa; Direttore Generale di META spa e della Fondazione Aldini Valeriani.

“il termine utopia è la maniera più comoda per liquidare quello che non si ha voglia, capacità o coraggio di fare”. (A. Olivetti)

 

Comunità, Architettura, Urbanistica, Stile ai tempi di Adriano Olivetti (1933-1960) di Mario Piccini, INU Edizioni, Roma settembre 2021

Presentazione e discussione all’Università di Ferrara, Dipartimento di Architettura, Laboratorio di Urbanistica il 18 maggio 2022 e alla Fondazione Innovazione Urbana di Bologna, Sala Tassinari, Palazzo d’Accursio il 26 maggio 2022.

Il lavoro di Mario Piccinini costituisce una sintesi in 137 pagine del pensiero e delle realizzazioni di Adriano Olivetti urbanista e comunitario, con i connessi progetti architettonici e lo “stile” che è la “corporate image” somma il design dei prodotti, oggi  esposti nei più importanti musei di arte contemporanea nel mondo, l’immagine, la comunicazione, la pubblicità, i servizi sociali, le strutture architettoniche delle fabbriche, dei negozi, delle scuole, delle biblioteche e delle colonie estive, la visione, l’idioma, insomma la cultura aziendale.

I temi dell’industria olivettiana, come della vendita, dell’assistenza ai clienti, della formazione del personale, della cultura e dei servizi sociali sono oggetto di un lavoro collettaneo precedente, a cura di Mario Piccinini e anch’esso edito dall’INU edizioni intitolato “Il lascito di Adriano Olivetti”. Peraltro, sono ormai decine se non centinaia le pubblicazioni sulla storia e sui tanti profili che della Olivetti si prestano a studi e analisi.

Il primo capitolo è dedicato, sia pure in una sola pagina, a Camillo (1868-1943), il fondatore. Socialista riformista, amico di Filippo Turati, consigliere comunale a Ivrea e a Torino, ebreo sposato con una valdese, fondatore e direttore di testate regionali, sempre attento alle condizioni materiali e spirituali dei lavoratori, specie della sua azienda.

L’idea di Camillo era di costruire un’impresa di dimensione che consentisse all’imprenditore di scegliere e formare personalmente tutti i dipendenti, dai dirigenti al più giovane operaio e che tutti potessero conoscere tutti gli altri. Adriano al contrario realizzò una multinazionale o, come si preferiva dire a Ivrea, un’impresa internazionale. Le radici della Olivetti rimasero tuttavia quelle dell’albero piantato da Camillo.

Adriano non rinunciò infatti agli ideali socialisti e comunitari del padre né a selezionare di persona i dirigenti e a occuparsi in prima persona di tutto ciò che più gli stava a cuore: il benessere dei lavoratori e delle loro famiglie e della comunità nella quale era inserita la fabbrica. Di qui l’interesse per l’urbanistica, oltre alla organizzazione del lavoro, per l’architettura, oltre all’ingaggio di sociologi e psicologi del lavoro per ridurre la pena del lavoro nell’industria.

Piccinini accenna al prima viaggio di Camillo in America nel 1893 con Galileo Ferraris, scopritore del campo magnetico rotante e costruttore del primo esemplare di motore elettrico, col quale si era laureato due anni prima in ingegneria elettrotecnica al Politecnico di Torino.

Dopo la laurea aveva passato due anni a Londra per lavorare e imparare l’inglese, lingua che Galileo Ferraris non conosceva; anche per questo chiese a Camillo di accompagnarlo al primo congresso internazionale sull’elettricità che si sarebbe tenuto a Chicago, nell’ambito dell’esposizione universale di Chicago. Ferraris era stato invitato a tenervi un discorso.

Finito il congresso Ferraris rientrò in Italia ma il venticinquenne Camillo rimase negli USA per visitare ciò che più lo interessava: le fabbriche e la loro organizzazione che era  la più avanzata del mondo e le scuole.

Gli ultimi sei mesi li passò come assistente di elettrotecnica alla Stanford University, fondata nel 1885 per iniziativa di Leland Stanford, avvocato newyorkese, senatore ed ex Governatore della California, e della moglie Jane Lathrop Stanford, e inaugurata il 1° ottobre 1891.

Camillo vi era arrivato nel novembre 1893, cinque mesi dopo la morte di Leland Stanford. Alla guida ora vi era la moglie Jane. L’incarico fu per lui anche un’importante occasione di sperimentare in laboratorio le potenzialità e le applicazioni dell’uso dell’elettricità.

La decisione degli Stanford di costruire questa università era derivata dalla perdita del piccolo unico figlio, Leland Jr., nel 1884, per febbre tifoidea, nel corso di un soggiorno a Firenze.

I genitori pensarono di donare, in memoria del figlioletto, a tutti i giovani della California, per la loro educazione, il proprio patrimonio, 33 km. quadrati nella Penisola di San Francisco, per farne un moderno campus universitario. Era l’ideale anche per l’espansione graduale. Tuttora l’Università è intitolata a Leland Stanford Junior.

Fu sancito lo scopo della promozione del welfare pubblico attraverso attività in favore dell’umanità, la dissoluzione delle barriere tra i popoli, tra le discipline e tra le idee.

Lo statuto prevede il non settarismo, l’apertura ai giovani di ogni condizione, l’insegnamento delle arti liberali (umanistiche e scientifiche), la tecnologia e l’ingegneria, per formare “utili e colti” laureati. Per il verde fu chiamato Frederick Law Olmsted, progettista di grandi parchi urbani, come il Central Park di New York (1857).

Camillo tronò poi due altre volte negli USA. Tutto ciò che lo colpiva  veniva descritto non già in un diario ma in lettere che inviava ai familiari e che verranno pubblicate dalle Edizioni di Comunità col titolo di Lettere americane nel 1968. 

Molto interessante la prefazione di Michele Talia, Presidente dell’Istituto Nazionale di Urbanistica, al libro di Piccinini, che inizia con la domanda che spesso ci poniamo: “esistono tuttora le condizioni per riproporre la carica visionaria delle proposte di Adriano Olivetti e la lucida forza delle sue analisi?”

E segue invitando a non pretendere di trovare troppo facilmente la risposta se non dopo aver ripercorso le tappe “di una vita troppo breve; eppure, particolarmente densa di esperienze e di prove tangibili del talento e della creatività di cui ha dato prova.  

L’attenta ricostruzione di questo cammino – che l’utile volume di Piccinini ci aiuta ad effettuare – dovrebbe preludere a una incisiva esplorazione dei fattori che possono consentirci di praticare più concretamente alcune componenti della sua visione”.

Aggiungendo che si tratta di applicare quanto affermava lo stesso Adriano: “il termine utopia è la maniera più comoda per liquidare quello che non si ha voglia, capacità o coraggio di fare”.

Scrive Talia, citando Carlo Olmo, “il passaggio più complesso della visione urbanistica di Adriano è costituito dal voler affrontare in forme innovative l’intreccio tra saperi tecnici, saperi relazionali e rapporti inter-scalari.

Oggi la maggior attenzione agli spazi pubblici per gli incontri sociali e la difesa delle identità locali possono aiutare a riprendere il progetto comunitario olivettiano promuovendo processi partecipativi (quelli veri, non di facciata), funzionali all’esercizio della cittadinanza.

Anche la pianificazione, superando il primato della dimensione amministrativa, può essere rilanciata.

Grazie all’interdisciplinarità e alla forte valenza politico-sociale dell’urbanistica, essa può giocare un ruolo fondamentale nella riduzione delle disuguaglianze tra centri e periferie, tra i diversi territori, tra le classi sociali, tra gli italiani e gli immigrati, tra uomini e donne e anche ad affrontare i temi ambientali, climatici e della sostenibilità.

Richiamandosi insomma a un’urbanistica comunitaria che, come diceva Adriano, è una disciplina che può dare la felicità.

Paolo Rebaudengo

 

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