1. Passione e ragione

“Chi viva all’estero e ripensi all’Italia, molto spesso sperimenta come vi sia in questa nazione un qualcosa di aereo e di volubile, che sempre costringe l’anima ad appassionarsi o divenire astuta: per evitare che tutto voli via. Ma volentieri si esagera e dei due espedienti si abusa; ecco allora l’astuzia divenire compiaciuta, gratuita, e la passione involgarirsi. Per questo un uomo opposto, astutamente pratico, e però appassionato fino alla mistica come fu Adriano Olivetti dovrebbe essere ammirato più che mai.”

È l’incipit del fulminante asciutto ritratto di Adriano Olivetti in “Uomini del novecento” di Geminello Alvi.

Avevo portato con me il libro, avevo preparato la citazione che avrei completato con la lettura delle ultime righe del ritratto: “Morì in treno il 27 febbraio 1960, dopo essersi alzato all’improvviso dalla sua poltrona come qualcuno che debba, ad ogni costo, parlare.”

Avrei consegnato l’invito a riflettere di che cosa ci avrebbe potuto e voluto parlare lui.

Anno 2001, presentavo il convegno che avevo promosso e organizzato nell’Aula magna dell’Università di Firenze a conclusione delle celebrazioni per il centenario della sua nascita. Il declino della Olivetti era evidente, la sua fine era nell’aria.

L’artificio retorico di proporre il tema del suo lascito tradito era forte, un po’ loffio, ma ne immaginavo la carica appassionata e molto emotiva per l’uditorio, costituito prevalentemente da un parterre de rois di olivettiani storici che il potere di convocazione dell’ingegner Adriano aveva radunato a Firenze.

La carica emotiva fu in effetti pesantissima. Non per l’uditorio ma per chi parlava.

Non arrivai a concludere la citazione, entrai in uno stato di preoccupante, pesante confusione. Avevo evocato fantasmi della mia vita olivettiana, coinvolgenti, troppo pesanti per essere sopportati in una condizione di forte stress. “Era capitato anche a Freud”, mi spiegò poi Franco Novara, psicologo, maestro del pensiero olivettiano. Ma senza riuscire a tranquillizzarmi.

Resto un olivettiano appassionato, forse troppo. So quanto la passione giochi un ruolo deviante nell’esercizio della memoria. Per questo chiedo comprensione al lettore severo. Che sappia che quella passione non riesce a placarsi nel chiedere ragione della scomparsa della Olivetti, che resta il paradigma più evidente del tradimento di Adriano.

2. Ricordare (solo) non serve a niente

Adriano Olivetti è scomparso il 27 febbraio 1960. La società Olivetti gli sopravvive fino al 12 marzo 2003, quando il titolo Olivetti è eliminato dal listino della borsa italiana.

Dal 2001, centenario della nascita dell’ingegnere Adriano, il revival olivettiano non si arresta, anzi procede e si sviluppa a ritmo esponenziale. Libri, convegni, studi, tesi di laurea, programmi televisivi, saggi, film, realizzati e in cantiere, riedizione di suoi libri e discorsi, fino a un recente festival di cultura olivettiana.

Molto su Adriano, poco sulla Olivetti di Adriano, nulla sulla fine della Olivetti.

Adriano viene analizzato e celebrato come politico, sociologo, umanista, editore. Una sezione del presente libro meritoriamente celebra Adriano urbanista.

Per nulla si discute sulla sua impresa la Olivetti e soprattutto non si parla della sua scomparsa.

Eppure tutto il pensiero di Adriano, la sua costruzione politica e la visione sociale, il suo progetto continuo è per la fabbrica, come egli chiamava la sua impresa, fabbrica comunità concreta, nucleo vivo e vitale della sua visione, di humana civilitas, come recita il cartiglio intorno alla campana del Movimento Comunità.

Non è accettabile, oggi, parlare solo di Adriano, escludendo la Olivetti, nella quale si compie la sua professione di manager e di imprenditore illuminato e innovatore, dove s’invera il suo progetto di civiltà del lavoro, ricchezza morale e bellezza, di spirito creatore di destini, convocatore di spiriti liberi. Ma soprattutto non si può più tacere sulla scomparsa della Olivetti, sulle sue cause, ragioni e responsabilità. Se non si ha il coraggio di affrontare questo tema forse è meglio tacere. Ricordare non serve a niente. Meglio dimenticare Adriano.

3. Lo scandalo Olivetti

Adriano, scomodo attore del suo tempo, avversato politicamente, industrialmente, economicamente, ha costituito l’eccezione italiana, il grande scandalo imprenditoriale del secolo passato.

Fa ancora scandalo la celebrazione di Adriano oggi?

La sua visione politica viene citata, celebrata, analizzata con attenzione soprattutto dagli intellettuali, dagli storici, dagli accademici, ma sostanzialmente non accettata se non ignorata dai veri destinatari della sua carica dirompente e politicamente scorretta.

Anzi ci pare di avvertire un’ovattata e nemmeno preoccupata indifferenza sia dei politici ma soprattutto degli imprenditori. Ricordare Adriano così è tradimento per la sua carica eversiva e scandalosa.

Adriano contro i partiti? Le sue riserve sulla Costituzione? E la visione comunitaria? Fascinoso pensiero alto, sapiente costruzione di esattezza ingegneristica… Ma non un politico, uno scienziato del diritto pubblico, un opinionista non allineato che ne valuti la reale modernità e ne suggerisca sapiente innesto fecondo nella pratica politica, magari in un programma, in uno statuto, in un movimento. Anzi si avverte una seriosa laica accademica preoccupazione di riportare le provocazioni dei suoi scritti negli ambiti del politically correct. Adriano normalizzato, reso innocuo, nella sostanza tradito.

Adriano è gigante del suo tempo, solitario odisseo, polytropos dal multiforme ingegno. Avversato per questo e soprattutto per l’eresia realizzata nella sua impresa e nel suo territorio, avvertita e temuta per la sua pericolosità, a Torino come a Roma.

Adriano giganteggia ancora oggi per l’altezza della sua statura che cresce nella prospettiva temporale come le montagne alte crescono nello spazio a mano a mano che ce ne allontaniamo, alto nel confronto per la modesta statura di questi contemporanei cosiddetti capitani coraggiosi della barbarica classe imprenditoriale italiana. Essi ne continuano a temere il paragone impossibile sul piano dell’immagine, ma non certamente per la minaccia di possibile contaminazione delle sue idee sulle loro collaudate e redditizie pratiche finanziarie antindustriali di feroce distruzione di ricchezza reale.

Invece di salire sulle spalle del gigante per vedere più lontano come suggeriva Bernardo di Chartres e ripeté Newton, osannano, citano, commentano l’utopia visionaria, ma tranquilli che le sue idee restano innocue perché inapplicabili, oltre che difficili da leggere e da capire.

Adriano resta così un bell’argomento da citare sapientemente, saggiamente, prudentemente, utilmente, un po’ radicale, un tantino chic, ma nulla di più.

Adriano tradito.

4. Olivettiani tra utopia e disincanto

Nel trentennio che ho trascorso in Olivetti (1960 – 1989) non ricordo il fervore di studi, di riflessione, di riproposta, che si è sviluppato in questi ultimi anni sulla figura, sulle idee di Adriano Olivetti.

Abbiamo vissuto nella sua casa “che voi non avete visitato neppure in sogno”, come dice Khalil Gibran, senza citare, né studiarlo così tanto, l’ingegner Adriano.

Lo spirito, l’insegnamento, l’idea ispiratrice di Adriano non erano trasmessi attraverso corsi di olivettismo. Poche le sue citazioni. I suoi libri, insieme alle edizioni di Comunità, erano ben allineati dietro la nostra scrivania. Restavano lì, di difficile lettura e di scarsa consultazione.

La lezione olivettiana era trasmessa dagli atti, dai comportamenti di chi ci aveva preceduto, permeava l’organizzazione, era la legge non scritta e però applicata dalla magistratura esercitata dalla funzione del Personale, dalla formazione continua, dalla valorizzazione della persona, sempre al centro di ogni decisione aziendale, la nostra magna charta, che costituiva la base, la giustificazione, il riferimento della nostra responsabilità.

Era la cultura d’impresa della Olivetti di Adriano, che diventava la nostra cultura, il nostro stile, dai corsi di prima formazione, alle responsabilità crescenti nelle diverse aree e ai diversi livelli dell’azienda e che caratterizzava e che continua a caratterizzare il nostro essere e sentirci olivettiani, irriducibili testimoni di quell’unica, irripetibile “comunità di spiriti liberi”.

Ci inorgoglisce il revival olivettiano che dà senso ulteriore e alto alla nostra biografia, al nostro lavoro in Olivetti, ma sostanzialmente restiamo un po’ delusi e mortificati perché l’esito è neutro, leggero, non desta scandalo. E ci chiediamo se non convenga dimenticare.

Dimenticare Adriano nel senso di non consentire la sua utilizzazione per esercizi di memoria, sterile, letteraria, di non farne un brand di pratiche luminose quanto impossibili, di non impiegarlo come la coperta di Linus per narrazioni di nostalgia dell’Olivetti d’antan, dei suoi valori, della sua cultura, del suo stile, di com’eravamo belli e bravi e intelligenti, diversi dagli altri, un pizzico di arroganza, la sprezzatura nel far bene le cose difficili senza farlo pesare, di come ci sentivamo brains and beauty, slogan ultimo della identità olivettiana.

Dimenticare la sua fotografia, occhi cerulei, indagatori, osservatori e giudici del lavoro quotidiano, delle nostre decisioni. Quella foto, che abbiamo mantenuto fino alla fine nella nostra stanza, era testimonianza della sua viva presenza, con quello sguardo indecifrabile, severo, di monito, giudizio, valutazione. Abbiamo tenuto quel ritratto esposto fino all’ultimo giorno dietro la scrivania. È stato l’ultimo simbolo ostentato contro la distruzione della nostra cultura adrianea, della nostra storia, contro il potere dei nuovi conquistadores, meteci amerikani, i divisionalizzatori, con le loro business unity, i lunghi curriculum internazionali, le stock option, i risultati a breve, la deideologizzazione, le OPA….

Da quella fotografia l’ingegner Adriano ci ammonirebbe ancora, con il potere di chiedere ragione dei suoi legati traditi ripetutamente. Tradimento fino alla distruzione progressiva, organizzata della sua Olivetti, in punta di diritto societario, di bilanci indecifrabili quanto ineccepibili, con dentro distruzione di talenti, di destini di uomini, di ricchezza sociale, culturale oltre che economica. Ma su questo scandalo, finale tragico quanto silenzioso, la commemorazione di Adriano si ferma , non si interroga e non interroga, non inquisisce, non apre un processo per crimini legati alla distruzione di quel reale immenso patrimonio di valori che mai potrà essere ricostruito, contro chi con la sua barbarica distruttiva gestione ha voluto trarne mero profitto finanziario

5. La cultura della Olivetti di Adriano, l’eccezione italiana

Per almeno due decenni dopo la morte di Adriano, e in alcune aree della società fino alla fine della stessa Olivetti, il sistema culturale ispirato dalla lezione di Adriano resiste e dura fintanto che esistono e resistono in posizione di potere gli olivettiani.

È molto forte infatti l’imprinting, il creator spiritus di Adriano che alcuni hanno chiamato il DNA della Olivetti e che gli studiosi della organizzazione chiameranno cultura d’impresa, cuore degli asset aziendale tanto rilevante da ritenere che le imprese vanno capite gestite governate come sistemi culturali (Pasquale Gagliardi, ISTUD).

Cultura come credenze, miti, valori condivisi, rituali, comportamenti, regole implicite, processi educativi, saghe organizzative.

È una saga organizzativa, per usare l’espressione di Burton Clark, difatti quella che sente e che respira chi viene assunto in Olivetti. Racconti di successi, di primati, imprese straordinarie, eventi che hanno segnato le emozioni di coloro che vi parteciparono e di quelli che sono chiamati a parteciparvi, un racconto nel quale il gruppo ha creduto e che diventa la coscienza collettiva di una impresa straordinaria.

Il tecnico Natale Capellaro, non un ingegnere, che inventa a casa la Divisumma 24, miniera d’oro per molti anni, il primato elettronico dell’Elea con l’impiego dei transistor al posto delle valvole, l’invenzione di un imponente sistema distributivo (Ugo Galassi) al posto dei licenziamenti di personale, le fabbriche di vetro e acciaio, lo stile della comunicazione, il design dei prodotti, gli intellettuali al Personale, i poeti alla Pubblicità, gli asili nido di grandi architetti, via Jervis, scenario rinascimentale con le fabbriche a specchio del centro di psicologia, la biblioteca, i servizi sanitari, la ricerca sociale, le consociate all’estero come casa Italia, la Lettera 22 al Moma, l’acquisto della Underwood….., la saga della Olivetti di Adriano vive oltre la sua morte. Quando arriviamo alla Olivetti entriamo a far parte della narrazione di quella impresa. La sentiamo come destinata a durare, born to last l’avrebbe definita Collins, che non sarebbe mai potuta finire, dove era bello e intelligente vivere e operare con l’atteggiamento dello scalpellino di Chartes consapevole di star costruendo una cattedrale.

È tanto forte la cultura d’impresa della Olivetti di Adriano che essa infatti non muore nel febbraio 1960, ma sopravvive nella sua latenza, radicata com’è nei comportamenti del management, nei processi di selezione, di formazione e di gestione del personale, nei sistemi di premi e di incentivi, nei valori tacitamente condivisi.

È questo sistema che costituisce per molti anni ancora la specificità della Olivetti, la sua caratteristica dominante, la sua competenza distintiva, che, oltre quella tecnologica e distributiva, ne determina il successo attraverso durevoli accumulati vantaggi competitivi.

L’eccezione Adriano diventa l’eccezione Olivetti, impresa non solo di capitali, di prodotti avanzati e di successo, di buoni numeri dei bilanci, ma che va oltre l’indice dei profitti, conduce i destini degli uomini verso ideali di bellezza, di rispetto della persona, di armonia dei luoghi del lavoro, dove il discorso dell’inaugurazione della fabbrica di Pozzuoli bella sul mare come un albergo di classe (“… può un’impresa avere dei fini che non siano solo nell’indice dei profitti”) non è paternalistico, ma profezia che invera il pascaliano esprit de finesse et de géometrie.

6. Il tradimento continuo della normalizzazione.

Il creator spiritus adrianeo riesce a resistere nella cultura della sua impresa nonostante le incursioni allogene esercitate contro la Olivetti dalla morte di Adriano fino agli anni del declino inarrestabile. Quello spirito resiste nonostante il processo di normalizzazione della eccezione olivettiana, dalla scomparsa di Adriano alla morte della sua creatura.

Il percorso della normalizzazione è lungo, dura quasi un quarantennio, molti gli studiosi e i testimoni che hanno raccontato. Pochi quelli che hanno analizzato con coraggio la parte finale del declino e della distruzione sistematica della Olivetti.

I punti cospicui di questo percorso possono essere individuati in tre momenti fondamentali in cui si esercita la violenza distruttiva della grande illusione olivettiana attraverso la mortificazione continua della cultura nativa della Olivetti e delle sue potenzialità. Esso inizia con il depotenziamento del nucleo competitivo della divisione elettronica, “svenduta” nel 1965 alla General Electric, continua con la solitaria battaglia di Roberto Olivetti nella sua difesa visionaria della missione informatica della Olivetti, contro la perversione dell’abbandono dell’elettronica che significa snaturamento dell’identità dell’azienda, una nobile battaglia perduta contro le resistenze del presidente Visentini, del “gruppo d’intervento” nonché contro la coalizione interna dominante della cultura della meccanica.

La strategia di normalizzazione imposta dal gruppo d’intervento non si arresta e si completa con la decisione di Visentini di chiamare, novembre 1971, l’ingegner Beltrami, ammiraglio, ex Olivetti General Electric alla carica di Amministratore delegato. Si sacrifica così, per il veto del gruppo che ormai commissaria l’impresa, la candidatura di Paolo Volponi, direttore del personale, puro intellettuale olivettiano. Volponi conosce l’azienda, l’aveva raccontata nei suoi romanzi Memoriale e La macchina mondiale. Chiuderà in seguito la narrazione con il racconto del tradimento di Nasàpeti (alias Visentini) in Le mosche del capitale, grande romanzo sull’Italia della finanza e del potere, testimonianza sulla fine del sogno olivettiano, libro profetico che si apre con questa dedica: “Per Adriano Olivetti, maestro dell’industria mondiale”. Figurarsi se poteva piacere a Cuccia.

Con Beltrami il processo di normalizzazione continua. Grazie al planning di Marisa Bellisario, già Elea, cultura General Electric, si mettono in ordine i conti, l’offerta dei prodotti si arricchisce, si elaborano nuovi progetti, di cui beneficerà chi arriva dopo.

Cambia fortemente il clima aziendale. Sul ponte di comando è il titolo della biografia di Ottorino Beltrami navi, sommergibili, aziende internazionali, cultura manageriale americana e rappresenta bene il nuovo stile di leadership. La politica del personale si indurisce: rigidi i metodi di informazione interna, inconcepibili nella Olivetti di spiriti liberi.

Ma la normalizzazione decisa e decisiva per le sorti della Olivetti avviene negli anni Ottanta.

7. Il tradimento fino al declino e alla distruzione

“…non può rattristare il fatto che la Olivetti è stata di fatto distrutta. Ma la cosa più raccapricciante è che questo è stato fatto con metodo, come se si fosse data esecuzione a un piano ben congegnato per la distruzione dei valori sui quali la Olivetti è stata fondata”. È Elserino Piol che lo afferma in un quaderno della Fondazione Olivetti dedicato a Roberto Olivetti del 2003 e riprende il concetto nel suo libro Il sogno di un’impresa”.

Elserino Piol non va oltre, non s’interroga, non indaga, non ci racconta “la distruzione dei valori”. Eppure è stato un personaggio centrale, di riferimento nella storia della Olivetti, dall’intrapresa dell’elettronica fino alla distruzione finale.

Molte le ragioni che causano la dissoluzione della Olivetti. Studi organici, approfonditi, storicamente ineccepibili sulle ragioni che causano la dissoluzione della Olivetti non sono stati ancora fatti. Il tema è difficile e pericoloso per le responsabilità da individuare e da denunciare nel “processo” o inchiesta o indagine o come la si vorrà chiamare. Ma che prima o poi si dovrà pur fare.

La ragione fondamentale del declino inarrestabile dell’Olivetti è l’inadeguatezza del suo sistema industriale rispetto al tumultuoso cambiamento dei nuovi processi produttivi e distributivi richiesti dalla nuova Information Technology. I mancati investimenti necessari per l’innovazione dell’offerta e l’illusione della formula innovation without research si fanno sentire dopo l’iniziale periodo di sfruttamento del catalogo e dei progetti trovati nel cassetto della Bellisario. Si aggiungano, in breve, la soppressione del Gruppo R&S nel 1982, la diluizione della Società per Divisioni e, peggio, per società verticali (1988). Rammento che il Gruppo R&S era stato affidato all’ing. Perotto, l’inventore della P101, e che Perotto fu “riallocato” da Carlo De Benedetti al suo arrivo al comando della società.

Viene esercitata progressivamente ma con decisione la torsione più drammatica della missione della Olivetti, che da impresa industriale è fatta diventare società finanziaria. La fabbrica, sinonimo adrianeo della Olivetti, è un impiccio. Si svuota quando i prodotti vengono acquistati fuori. E diventerà perfettamente inutile quando il prodotto finale vincente sarà una concessione governativa per la telefonia mobile. Il personale è un peso e un problema? Il problema è posto a carico del Paese.

La distruzione arriva inarrestabile con il progetto di ristrutturazione-divisionalizzazione dell’azienda per la sua vendita a pezzetti. Le conseguenza sono drammatiche: incremento dei costi, duplicazioni e disordine nella organizzazione commerciale. Le strategie dell’in-prenditore che vuole realizzare il massimo profitto con il minore investimento consistono in viete politiche di buy, not make, soprattutto nel comparto del software. Completano il quadro il fallimento delle politiche di alleanza (AT&T), il disamore progressivo del padrone, che poi spiegherà agli studenti della Bocconi di essersi distratto per… bulimia. Tutto si chiude con la spregiudicata operazione eminentemente finanziaria della creazione della Omnitel e parallelamente la perdita della Olivetti. Che vuol dire: fatto salvo il prezioso carico della concessione ottenuta nelle ultime ore del governo Ciampi e contemporaneo affondamento della nave. Seimila miliardi di lire perduti, incalza Massimo Mucchetti nella sua intervista sul “Corriere della Sera” il 13 novembre 2004.

Tutte queste ragioni non bastano a spiegare completamente e organicamente la fine della Olivetti. Il processo di distruzione dell’Olivetti passa, come si è accennato, attraverso quel “piano ben congegnato per la distruzione dei valori sui quali la Olivetti è stata fondata” (Piol), ossia attraverso la “soluzione finale” della modificazione culturale e cioè della deideologizzazione dei valori olivettiani ancora resistenti nell’impresa.

Si tratta di una operazione di azzeramento del patrimonio di valori e di idee portanti accumulato negli anni, incursione demolitrice del sistema culturale che è stata la forza della impresa olivettiana e ne ha definito l’eccellenza e la competenza distintiva creatrice dei vantaggi competitivi che sono durati fino alla estinzione dell’azienda, un vincente modello culturale, oltre che industriale. Il cuore della Olivetti, il suo centro propulsivo, era in quel sistema. Averlo geneticamente aggredito nel tentativo maldestro di modificarlo ha prodotto un mostro, un “Ogm” di disgraziatissima vita, la cui estinzione non poteva non essere prevista e programmata.

8. La Olivetti, impresa come cultura

Negli anni Ottanta lo studio culturale delle organizzazioni ebbe uno straordinario sviluppo.

A metà di quel decennio fu organizzato da Pasquale Gagliardi, direttore dell’ISTUD e olivettiano ad honorem, un importante convegno sul tema delle imprese come culture. Ricordo con vivezza quel convegno per il riferimento puntuale al clima aziendale che in quel periodo iniziavamo a soffrire. Alcune relazioni sembravano rappresentare il riferimento scientifico e la chiave diagnostica per capire quello che stava succedendo in quegli anni alla cultura della Olivetti, alla sua violenta scientifica distruzione per l’instaurarsi nella gestione dell’impresa di valori conflittuali e antagonistici con quelli storici.

La cultura, era l’assunto del convegno, non è solo una dimensione fondamentale per capire il comportamento delle imprese ma è anche fattore cruciale nella gestione, chiave dell’eccellenza e vincolo tenace a ogni trasformazione. La cultura e il simbolismo organizzativo sono dimensioni centrali nella vita delle organizzazioni e rappresentano il sistema coerente di assunti e di valori fondamentali che distinguono un gruppo e ne orientano le scelte.

Era il caso della Olivetti, dove i valori organizzativi rappresentavano, come abbiamo detto, l’idealizzazione di esperienze collettive di successo e la base della propria irrinunciabile identità culturale.

Apparve chiaro allora come fossero scarse le probabilità che le strategie esclusivamente finanziarie immaginate dal nuovo padrone Carlo De Benedetti, entrato nel 1978 su suggerimento e scelta di Bruno Visentini come azionista di riferimento fossero accettate e realizzate. I nuovi valori risultavano chiaramente antagonistici rispetto a quelli olivettiani, anzi l’opposto. Accettare e condividere valori antagonistici rispetto a quelli tradizionali avrebbe implicato un intollerabile atto di abiura per individui che avevano costruito sui valori adrianei la propria identità personale e professionale. Piuttosto essi avrebbero abbandonato la partita e cercato in altri contesti la possibilità di continuare a essere se stessi.

Cosa succede in realtà al management della Olivetti in quel periodo? Contro gli olivettiani resistenti-dissidenti vengono assunti manager obbedienti, di scuola americana, lunghi curriculum certificano sapienza tecnologica e niente più. I meteci non hanno strumenti per la progettazione di un sistema culturale alternativo. E però sentono l’air du temps, e suggeriscono all’in-prenditore distratto e bulimico (ha la testa altrove, Buitoni, Ambrosiano, Société Générale de Belgique, Mondadori), soluzioni finali con la spezzettatura dell’impresa, per la vendita agevolata, come fanno gli “ingegneri del cartongesso” per gli immobili storici da frazionare e da vendere.

Peraltro lui ha obiettivi da raider internazionale, “per lui l’Olivetti era un investimento da cui trarre profitto a breve e non un’impresa per la quale aveva il dovere di costruire un avvenire, e pertanto apparve propenso a vendere le parti in cui l’aveva spezzata” . Altro che born to last

Il contrasto tra i valori tradizionali antagonistici dei nuovi non-valori determina una torsione dolorosa, insostenibile al dirigente olivettiano. Da neutrale portatore di eccellenza di cultura socio-tecnica che risponde con attenzione agli stakeholder, il manager viene richiesto di essere partigiano degli shareholder. Privilegiava la ricchezza di valori non solo monetari, etici, ambientalistici, la risorsa persona al centro delle attenzioni gestionali; ora è chiamato alla produzione esclusiva di ricchezza finanziaria, ossia di valore per gli azionisti. Anzi il dirigente, attraverso il sistema delle stock option, diventa egli stesso azionista. Finora aveva trovato motivazioni implicite dal lavoro e incentivi dal successo professionale con cui sentiva di contribuire ai successi e ai risultati aziendali.

I valori della responsabilità, libertà, rispetto, qualità della relazione, indipendenza, intelligenza sociale, sicurezza nelle competenze e condivisione degli interessi aziendali vengono abbandonati. Prevale il diniego della responsabilità sociale: la responsabilità è quella limitata al ruolo, ne discende sudditanza al capo, fino alla cortigianeria dei nuovi yesman. Sono evidenti i limiti e i miti dei know how settoriali, technicalities da manuali divulgativi veteroharvardiani, la visione finanziaria a breve, la nuova cultura dell’apparire e dell’immagine rispetto alla forza identitaria olivettiana.

È la fine della cultura di Adriano. Su quella cultura d’altra parte il nuovo padrone si esprime così: “Poi magari gli dici che l’azienda esprime una cultura, ma queste sono normalmente delle palle che vengono raccontate per dare un contenuto sostitutivo all’assenza dei messaggi fondamentali”.

La fine della Olivetti non tarderà. Sul ponte della Dora bandiera nera.

9. “Processo per olivetticidio”: una commissione per la verità

L’argomento dell’ “olivetticidio” è serio e importante da capire e da analizzare non solo per gli olivettiani, ma per tutti gli studiosi della storia delle imprese, della società italiana e per i politici, i sindacalisti, gli imprenditori, gli uomini della comunicazione, i profeti dell’impresa etica, i grandi sacerdoti dell’impresa responsabile, conviviale, dei valori, del rispetto della persona…..

La sofferenza terminale della Olivetti e la sua morte annunciata e programmata vanno studiate e capite come paradigma esemplare perché non possa essere più consentito che si distrugga impunemente tanta ricchezza materiale e immateriale, di storia, di stile, di valori, di capacità professionali manageriali tecniche, di successi, d’immagine…, patrimonio incommensurabile per la comunità, per il paese.

Sull’olivetticidio vale l’efficace definizione contenuta nel libro di Emilio Renzi: “iniziative che portano la Olivetti fuori da se stessa… la mission di trasforma in una serie di mission subalterne a mission allogene, allotrie, patogene”.

Ma soprattutto il già citato libro di Novara e Rozzi, Uomini e lavoro alla Olivetti, che inizia con il j’accuse di Franco Novara. “The day after… Vasti spazi deserti, negli stabilimenti e nei palazzi. La celebre parete di vetro di una fabbrica è coperta da ponteggi: si staccano pezzi. Sigillato l’esagono della mensa, sgombro il Centro Studi. Polvere, chiazze, ruggine. Tombe vuote di un lavoro scomparso. A un mondo del lavoro in una società lacerata e disorientata succube delle vicende aleatorie di un economia finanziarizzata, si rivolge il coro di queste testimonianze. Esse ricordano il valore permanente delle ragione di quel successo d’impresa: la responsabilità e capacità di costante innovazione e anticipazione, realistica e audace, razionale e immaginativa, votata all’eccellenza dei prodotti, alla qualità della vita lavorativa, all’elevazione della vita sociale”. È da questa dura essenziale requisitoria-manifesto che bisogna ripartire.

Alla morte di Franco Novara molti di noi che avevano creduto e vissuto nella Olivetti di Adriano, quelli dell’ordine cavalleresco per intendersi, e che si erano riconosciuti nel libro e nel valore della sua ispirazione, si erano impegnati a studiare, a scrivere, a convocare idee, testimonianze, ricerche nel suo nome e per la sua memoria. Ci era sembrato giusto non dimenticare, anzi lavorare per dare continuità alla sua accusa e al suo grido forte e doloroso sulla morte della Olivetti, fil rouge del suo libro e della narrazione dei testimoni. Il tempo passa e cancella anche la memoria più fervida e appassionata.

Oltre alle benemerite pubblicazioni dei discorsi di Adriano, la sua continua commemorazione, la citazione delle sue idee, credo che bisognerebbe, prima che sia troppo tardi, cercare di dare corpo e dati e storia alla vicenda dell’olivetticidio, ricercando e documentando le sue cause, chiedendosi sopratutto quale ruolo abbia giocato la determinazione del capitalista a succhiare ogni linfa vitale, usque ad mortem, all’impresa.

L’olivetticidio, abbiamo visto, inizia da lontano, dall’infrazione di una regola base della impresa built to last cioè costruita per durare, quella della necessità dell’innovazione continua e che si realizza poi “scientificamente” con la pretesa di potere far vivere con successo un’impresa d’informatica senza ingenti investimenti per la ricerca e lo sviluppo.

Molti testimoni del libro di Novara citano e testimoniano con dati e argomenti questa situazione. Altro ancora si dovrebbe ottenere da ulteriori testimonianze e ricerche nei documenti dell’archivio Olivetti, dei sindacati, della Curia, tanto da dare vita ad un progetto che andrebbe proposto agli storici dell’industria, ai sindacati, all’imprenditoria illuminata, all’Università, ai politici: studiare analizzare capire scrivere la storia di questa “morte programmata”, “mala-eutanasia”…della Olivetti, fino a rappresentare un vero e proprio “processo per olivetticidio”.

Processo contro ignoti, naturalmente, almeno all’inizio. Davanti ad un tribunale esemplare per cultura indipendenza moralità: una “commissione per la verità”. Con un chiaro pesante capo d’accusa: “avere con determinazione e per trarne ingiusto profitto, gestito scientemente la cancellazione della Olivetti”.

Credo che un’analisi-processo di questo tipo, senza pregiudizi né timori, e con molto coraggio, possa servire almeno a spiegare all’opinione pubblica che “così non si fa”. Che si tratta di delitti non codificati da nessun codice, ma comunque delitti gravi e impuniti che gridano vendetta e che non devono comunque essere ripetuti.

Nessuno ha ancora realmente raccontato questa storia esemplare, vero e proprio e importante “caso di studio”: come il dominio del profitto per il profitto, l’assenza di fede, di valori, di cultura, di umanità, conducano scientificamente un’azienda, anche la più bella, alla morte.

Qualcuno mi ha raccontato che, al tempo delle quiete rassegnate inutili (e forse ignave) manifestazioni eporediesi per la continua chiusura degli stabilimenti, sul ponte della Dora un graffitaro aveva efficacemente gridato con la vernice proprio: “Processo per olivetticidio!”.

Sarà vero, o è leggenda, o si tratta di un sogno.

Si dovrebbe farlo ora finalmente, questo processo. Prima che sia troppo tardi.


G. C. Giovanni Maggio

G. C. Giovanni Maggio ha sviluppato la sua esperienza manageriale in Olivetti, dal 1960 al 1989. Ha diretto la selezione dei quadri e dei dirigenti, ha assolto funzioni dirigenziali nella organizzazione commerciale Italia sino alle responsabilità del CISV (scuola venditori) in Firenze e della Divisione prodotti per ufficio Italia. È stato a capo della pubblicità del gruppo Olivetti e della comunicazione e relazioni esterne di Olivetti Italia. In seguito, consulente aziendale e docente di Cultura e comunicazione d’impresa presso la Facoltà di Scienze Politiche Cesare Alfieri dell’Università di Firenze.

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