Maria Laura Ercolani, urbinate, docente di letteratura italiana e di storia, è autrice di "Paolo Volponi. Le sfide del Novecento. L'industria prima della letteratura". Presentazione di Giuseppe Berta, Prefazione di Federico Butera. FrancoAngeli, MIlano, 2019

Celebrazioni per il centenario della nascita di Paolo Volponi svolte nella sede dell’Istituto comprensivo statale “Paolo Volponi” di Urbino il 26 febbraio 2024  

Maria Laura Ercolani

Il Lavoro liberato, la professionalità e il profitto

Ringraziamenti

Sono molto grata alla dirigente prof. Farinelli per avermi invitata a partecipare a questa serie di incontri dedicati a Paolo Volponi permettendomi di dare il mio contributo alle celebrazioni per il centenario della sua nascita. La ringrazio inoltre moltissimo per aver scelto il tema della etica del lavoro che è centrale nella vita del nostro concittadino e che, purtroppo, è poco conosciuto a Urbino.

Il titolo

Per questa mia conversazione ho scelto il titolo Il lavoro liberato: la professionalità e il profitto per entrare nel cuore della riflessione e dell’impegno di Paolo Volponi e anche nel cuore della mia ricerca personale sulla vita e sul pensiero di questo grande uomo ricerca che mi ha permesso di mettere in luce ed apprezzare l’eredità grande che ci ha lasciato. Questa eredità non deve restare inerte, ma deve diventare un insegnamento vivo, perché è attualissimo e può costituire oggi, in questa difficile situazione di crisi economica, sociale, culturale, di fiducia in noi stessi e nel futuro, un una guida.  In una delle ultime poesie Volponi ha scritto:

“Se qualcosa di me ancora vale

devono tale cosa prenderla gli altri,

impiegarla e trarne profitto presente e reale”

(Per questi versi, Poesie 1946-1994, Einaudi, 2001, p.380)

Ci ha lasciato poesie, romanzi e provvedimenti legislativi, dei bellissimi quadri esposti al Palazzo ducale, ma soprattutto, ci ha lasciato l’esempio di un modo nuovo di pensare il lavoro e di fare impresa. 

Il lavoro liberato e liberante

Nel titolo ho scritto Il lavoro liberato, ma avrei dovuto scrivere liberato e liberante o anche avrei potuto scrivere il buon lavoro o il lavoro felice; e qual è il buon lavoro? Quello che ci dà un buono stipendio per comprare tante cose, ma che quando torniamo a casa siamo nervosi …. o quello che facciamo con piacere che ci fa tornare a casa contenti…?

Ma se il lavoro è felice, ma non è fatto con professionalità (cioè con qualità costante )e non produce profitto, non è lavoro: è gioco, è hobby; forse arte. Questo pensiamo noi: che il lavoro è fatica e obbligo. E ciò che diverte è passatempo. Volponi invece ha dimostrato che è proprio attraverso il lavoro felice cioè fatto bene e con entusiasmo  che il profitto cresce.

Volponi dirigente industriale e poeta e scrittore.

Sono una insegnante di letteratura italiana e storia e sono qui a parlare di economia: sono fuori del mio campo? È vero, ma leggendo e rileggendo i romanzi mi sono resa conto che non ero in grado di capirli.

È Volponi che mi ha costretto a entrare nel mondo dell’economia; perché ha praticato e strettamente legato poesia, economia, sociologia, storia. Non possiamo comprendere la sua scrittura se non entriamo con lui nell’industria, se non ci caliamo con lui nella storia: nato nel 1924 Volponi ha vissuto il fascismo, la guerra, la ricostruzione, il boom degli anni ’60, gli anni di piombo fino all’avvento di Berlusconi. Volponi ha attraversato la fase centrale del Novecento, un secolo in cui, sotto la spinta dell’economia, la tecnologia e la società si sono trasformate velocemente coinvolgendo territori, comunità, consuetudini, linguaggi, cambiando le città, le campagne, travolgendo i valori umani e civili, il lavoro.

Volponi ha vissuto consapevolmente il suo tempo, ha cercato di scoprire le dinamiche che lo muovevano, è entrato nei luoghi-chiave  della produzione e dei conflitti sociali; con la volontà di capire e la determinazione di lottare per una società migliore per tutti. Da sociologo, da dirigente industriale , da politico, da intellettuale, da narratore e poeta.

Egli era contemporaneamente l’uno e l’altro e l’altro: non possiamo separare lo scrittore dal dirigente industriale:

ha portato nell’industria la sua sensibilità di poeta, la sua umanità e la sua capacità immaginativa; viceversa nella scrittura ha portato quella realtà del lavoro industriale che dolorosamente vedeva, sperimentava, condivideva. Non scientificamente, non da tecnico, ma con una visione larga, d’insieme/panottica; sintesi di una analisi profonda delle dinamiche che muovono il divenire della storia.

Per questa straordinaria sintesi di conoscenza, di esperienza, di riflessione, di sensibilità e di capacità immaginativa Volponi è veramente un gigante del Novecento. È un esempio di umanità e di impegno civile, generoso, fino agli ultimi giorni della sua vita –l’ultimo comizio è del 14 agosto 1994-; un esempio di onestà intellettuale, di lavoro inteso come servizio alla gente, a ogni persona.

Il tema del lavoro.

Il tema del lavoro in Volponi è strettamente legato a quello dell’amore per la vita in tutte le sue manifestazioni. Fin da ragazzo fu affascinato dalla straordinaria varietà degli esseri viventi: piante, animali, uomini. Ciascuno diverso, nel corso di milioni di anni nessuno uguale all’altro. Nessuno perfetto, ma Ognuno con la sua specificità. Ognuno con la sua ragione di stare al mondo. Vedeva ciascun essere vivente impegnato a lottare contro la sofferenza; come Leopardi, poeta che molto amava,condivideva questa sofferenza spesso causata da individui simili, spesso dall’uomo. E la sofferenza a volte è inevitabile, ma spesso si può evitare: gli uomini possono combatterla e ridurla o eliminarla migliorando la qualità della vita per sé e per tutti. La storia, il progresso scientifico lo dimostrano. Ogni uomo ha il potere di modificare la realtà – in bene e purtroppo in male. – Ogni uomo può dare il suo contributo. Può farlo attraverso il lavoro. Meglio ancora se si organizza e collabora con altri uomini.

Il lavoro, dice Volponi, è l’attività precipua dell’uomo, permette la valorizzazione di ogni individuo. Il lavoro è prima di tutto fatica per soddisfare i bisogni primari; poi è stato strumento di alcuni  per realizzare progetti propri o collettivi; ma in una società evoluta   il lavoro deve essere una attività libera, formativa, di crescita individuale e sociale perché è attraverso il lavoro che si costruisconoi legami fra gli uomini. (possiamo parlare di un umanesimo fondato sul lavoro).

Il lavoro a Urbino

Questa idea del lavoro prende forma in Volponi nell’adolescenza e si arricchisce e si completa con le esperienze, gli incontri, gli studi, nel corso degli anni.

Suo padre era fornaciaio. La fornace era sotto casa; il lavoro lì era duro, ma il prodotto era di buona qualità: tutto dipendeva dalla esperienza e dalla abilità dei lavoranti: l’impasto dell’argilla, la temperatura dei forni, i tempi di cottura, di essiccazione ecc.

Ma della sua fornace Volponi non parla mai. Poco della scuola.  Ha raccontato più volte invece che preferiva girovagare intorno a Urbino per i campi, lungo i fossi; e amava perdersi per i vicoli allora fittamente abitati e pieni di botteghe e piccole officine.

Si fermava ad osservare il lavoro: notava la fatica e soprattutto l’impegno e la soddisfazione di mettere a punto un attrezzo efficace; l’orgoglio di fornire al cliente un prodotto buono e fatto bene. Il lavoro artigianale – più che quello contadino – talvolta quasi un’opera d’arte, che impegnava testa e mani, tecnica e immaginazione creativa, che era nodo di relazioni sociali lo affascinava, gli pareva l’ottimo lavoro per l’uomo.

Il lavoro in fabbrica

Quando entrò in Olivetti e conobbe il lavoro nelle officine, alle presse…ne rimase dolorosamente, drammaticamente colpito: ripetere tante volte al giorno, tutti i giorni, per anni le stesse elementari operazioni, nel rumore che isolava dagli altri gli parve cosa non degna di un uomo.

Eppure, in Olivetti, più che in qualsiasi altra azienda in Italia, la preoccupazione per la qualità del lavoro, dell’ambiente di lavoro e delle condizioni di vita del lavoratore era fortemente sentita. Ma questo era il lavoro nell’industria in quegli anni.

Gli Olivetti erano animati da un forte sentimento etico e sentirono fortemente la responsabilità dell’impresa nei confronti della comunità e del territorio. Camillo, che nel 1908 pose le basi della ditta non solo materiali , ma anche morali, stabilì che nessun dipendente fosse licenziato e pagasse  con la perdita del lavoro gli errori dei dirigenti; che i guasti prodotti dalla fabbrica nel territorio fossero sanati dalla fabbrica stessa e che il profitto dovesse essere investito nel territorio in iniziative culturali e sociali; che soprattutto  il personale fosse rispettato e valorizzato in quanto ricchezza vera  della azienda; la preparazione, l’attenzione  e la dedizione  di ciascun dipendente era fondamentale per la qualità del prodotto e per il profitto. Solo con la testa libera da preoccupazioni (per la salute propria e dei figli, per la casa, per il futuro ecc.) i dipendenti avrebbero potuto dare il meglio e garantirgli quel prodotto di eccellenza che avrebbe vinto ogni concorrenza sul mercato e gli avrebbe garantito altissimi profitti. Camillo era di fede socialista e aveva un grande rispetto per le persone, ma era chiaro che dai lavoratori si aspettava professionalità e profitto.

Gli Olivetti avevano profitti altissimi, e li volevano, ma non per costruire patrimoni privati, li reinvestivano in gran parte nel welfare e nel territorio. La fabbrica non era una realtà a parte, era integrata nella società e doveva servire alla crescita della società.

Adriano (figlio di Camillo che gli successe dal 1932) continuò sulla linea del padre e fece crescere l’Olivetti fino a renderla una azienda leader nel mondo con sedi consociate in tutto il mondo.

E Adriano chiamò Volponi a realizzare quelle condizioni di benessere per i lavoratori che consentissero loro di rendere al massimo.

E Volponi, che condivideva pienamente il rispetto per le persone e per l’ambiente, come dirigente dei Servizi sociali organizzò un sistema di welfare che divenne un modello di riferimento per le altre imprese e che a tutt’oggi è giudicato insuperato. Assistenza sanitaria di prim’ordine, casa, vacanze, scuole, asili ecc. Ma l’elemento eccezionale, distintivo, del welfare dell’Olivetti era la biblioteca, luogo di cultura e di dialogo.

La biblioteca

Non parliamo di cultura tecnica per avanzamenti di carriera, ma di cultura umanistica per l’arricchimento della persona, per acquisire una  migliore coscienza di sé, per potenziare lo spirito critico, per comprendere meglio i problemi e avere più conoscenze per risolverli. In biblioteca si tenevano conferenze su temi di attualità, si commentavano libri, film. Soprattutto si discuteva. ( era arrivata a ospitare 50.000 volumi).

Il dialogo era considerato fondamentale per la condivisione delle conoscenze, il confronto delle idee, la capacità di esprimerle; il dialogo presupponeva capacità di ascolto e rispetto dell’altro e delle sue idee. In biblioteca tutti avevano pari dignità, ingegneri e operai si confrontavano da pari a pari.

Volponi realizzò tutto questo. Fece, dunque, quello che voleva Adriano? Fu solo l’esecutore del progetto di Adriano?

No. Volponi andò oltre Adriano.

Prima di tutto perché le condizioni storiche e sociali erano cambiate.

A contatto con i sociologi e gli psicologi del suo staff, con le assistenti sociali, i rappresentanti sindacali, ascoltando gli stessi operai che spesso riceveva nel suo ufficio, vide ben presto i segni di un fenomeno nuovo che sarebbe stato definito alienazione: assenteismo per demotivazione al lavoro, difetti di produzione per distrazione o addirittura cattiva volontà, conflittualità.

Cosa stava accadendo? Assicurati la salute e il futuro dei figli, la casa, le vacanze, non c’era più la pazienza di sopportare un lavoro ripetitivo e noioso. Di conseguenza, e nell’interesse delle industrie, si diffondeva il consumismo  che spingeva a cercare la felicità nelle cose e a cercare più soldi per comprarne di più. Volponi vedeva questo come un grave pericolo per la società poiché la ricerca del denaro e dei beni di consumo prendeva il sopravvento sui valori, sugli affetti, e la qualità del vivere civile e si impegnò in tutti i modi per contrastarlo. Capì che non bastava più cambiare le condizioni esterne al lavoro: bisognava cambiare il lavoro: il bello della vita doveva essere nel lavoro, anche nel lavoro, non fuori.

Un altro fatto importante era accaduto.

Nel febbraio del 1960, mentre a Ivrea impazzava il carnevale,  Adriano era morto improvvisamente. Era venuto meno il capo carismatico, che aveva sempre risolto tutti i problemi dell’azienda. Il suo prestigio e la sua oratoria avevano dato forza e entusiasmo a tutti. I suoi progetti restarono incompiuti. L’Olivetti in breve tempo andò in crisi. Adriano era insostituibile.

Era davvero insostituibile?   Non c’era altro modo?

Un dirigere diverso

Volponi, poeta e scrittore, sapeva vedere le cose in modo diverso , sapeva immaginare soluzioni innovative e da tempo aveva un grande pensiero, un sogno: rinnovare il lavoro, rinnovare la fabbrica, liberare le energie di tutti, coinvolgere tutti: tutti insieme dal basso, questo era il suo motto, come un lievito si poteva ridare vitalità alla azienda.

Nel ’66 viene nominato Direttore del personale e mette in atto il suo  progetto ambizioso e straordinario per  rilanciare l’Azienda. Era una grande sfida.

Dà il via a un grande piano di formazione di tutto il personale, tutto, a tutti i livelli. Assume tanti giovani “di mente e cuore aperti” (cosa vuol dire ?); ricarica le energie, risveglia le motivazioni, promuove la mobilità orizzontale e verticale (cosa vuol dire ), eccita l’orgoglio di appartenenza alla azienda, sollecita la sfida nella ricerca di soluzioni tecniche innovative, innova la cultura del marketing (cosa vuol dire?). Manda giovani collaboratori all’estero.

Mette le persone giuste al posto giusto permettendo a ciascuno di dare il meglio di sé, di far emergere le proprie qualità e di sentirsi protagonista. Niente ordini scritti né disposizioni date dall’alto: ognuno aveva energie, intelligenza, cultura; capacità di capire e risolvere i problemi nel modo giusto; aveva la collaborazione degli altri e dava collaborazione: ciascuno era manager.

Un capitale di intelligenza, esperienza, creatività, capacità organizzativa veniva liberato e valorizzato. Il vero capitale dell’Olivetti.

La relazione verticale tra il dirigente-che-pensa e il dipendente-che –esegue è sostituita da relazioni orizzontali fra tanti soggetti ciascuno pensante e responsabile del successo dell’azienda.

Quando Ottorino Beltrami divenne unico Amministratore delegato, dopo la rinuncia di Volponi, disse di aver trovato una Direzione del personale “che era un impero” diretto da Paolo Volponi. Ho chiesto a Giovanni Maggio, che lavorò in quegli anni come responsabile della formazione per i venditori, se Volponi aveva veramente il potere – intendo il potere di cambiare le cose, di intervenire nella organizzazione della azienda, mi ha risposto: “sì, aveva un reale potere”: mettendo le persone giuste al posto giusto otteneva che le cose andassero nella direzione migliore per l’azienda. l’Olivetti si riprese. L’Olivetti poteva essere grande senza il capo carismatico.

Volponi inaugurò un dirigere diverso.  

Dimostrò che era possibile una azienda di tipo nuovo: “tutti gli uomini fanno l’azienda” aveva detto Saraccini al presidente Nasapeti ne Le mosche del capitale. Dimostrò che era possibile aumentare il profitto percorrendo una strada opposta a quella praticata da tutti in quegli anni ‘60/’70, cioè quella del massimo profitto subito riducendo i tempi di lavoro e gli stipendi.

Ma restava una sfida ancora più grande: liberare il lavoro nelle officine dove erano in funzione le catene di montaggio. Come restituire al lavoro manuale degli operai la dignità del lavoro artigianale

Bisognava cambiare tutto il sistema di lavorazione. Era possibile?

Volponi spedì due giovani collaboratori all’estero, per un anno, a visitare fabbriche d’avanguardia, a seguire corsi universitari, a studiare progetti di organizzazione del lavoro innovativi.  Uno si chiamava Federico Butera che al ritorno elaborò un progetto giusto per la Olivetti e avviò la sperimentazione di un nuovo sistema di lavoro detto a isole di montaggio in cui un team di addetti con diverse specializzazioni lavora in collaborazione intorno allo stesso pezzo.

Lavorare in fabbrica in modo nuovo e più umano era possibile. Una fabbrica diversa era possibile: in cui non c’è più un capo che pensa per tutti e gli altri eseguono, ma un capo che coordina e mette ciascuno in grado di dare il meglio.

Ma le idee di Volponi furono giudicate troppo innovative. Volponi ebbe un duro conflitto con il presidente e lasciò l’Olivetti.  L’esperimento delle isole fu interrotto. Volponi fu cancellato dalla storia dell’Olivetti e del suo lavoro in Olivetti nessuno parlò più. Si tornò alla fabbrica a struttura verticistica. Anche Butera lasciò l’Azienda. Aveva imparato a gestire il proprio lavoro e si mise in proprio portando avanti e diffondendo l’esperienza cominciata con Volponi. Anche altri lo fecero.

La formazione

Facciamo un passo indietro: come poteva essere sicuro Volponi che il sistema di migliaia di dipendenti, senza ordini scritti sarebbe stato coerente e correttamente orientato alla migliore politica aziendale? L’esempio più efficace è quello della squadra di calcio: in campo ogni giocatore decide con la sua testa. Bisogna essere molto attenti nella scelta dei giocatori, nella assegnazione dei ruoli e nella preparazione. Così si faceva in Olivetti

La strategia di assunzione del personale era fondamentale e prevedeva tre fasi importantissime:

1-selezione: non era facile entrare in Olivetti, la selezione era molto severa, in qualche modo bisognava essere eccellenti o comunque disponibili a dare il massimo (di mente e cuore aperti, avevamo detto). E non bastava.  A Butera, che per qualche tempo fu addetto alle assunzioni, Volponi disse: “Se li provi come una giacca”. Che cosa voleva dire?

2- formazione: era prima di tutto scuola nel vero senso della parola. Comprendeva cultura storico-letteraria antica e moderna; interiorizzazione dei valori dell’azienda; qualità personali di correttezza, signorilità, grande disponibilità a collaborare (v. elenco di Riccardo Lucarini); una formazione particolare era riservata ai venditori. Il concetto innovativo era che il cliente è un partner da coltivare, non un pollo da spennare.

3- collocazione della persona giusta al posto giusto.  Il principio era che solo lavorando secondo la propria inclinazione ciascun dipendente può lavorare bene e con soddisfazione. Questo presupponeva che l’ufficio del personale conoscesse molto bene la personalità di ciascuno e sapesse individuare le qualità giuste per un certo posto di lavoro. E questo era vero. Presupponeva anche che il dipendente andasse al posto assegnato con totale disponibilità a lavorare ovunque e con chiunque.

Torniamo al discorso sulla eredità di Volponi.

A questo punto il nostro discorso non è più storico e celebrativo, ma è attuale e rivolto al futuro. Non è più un discorso economico, ma è un discorso culturale e anche  politico perché la fabbrica per  Olivetti e Volponi era anche un modello di società. Ci porta a riflettere prima di tutto sull’importanza che ha per ciascuno di noi conoscere la nostra inclinazione, valorizzare le nostre capacità, scoprire quale contributo possiamo dare al mondo; ci mostra quanto è importante collaborare con gli altri e confrontarsi con gli altri, lavorare tutti insieme per la società in cui tutti siamo inseriti, essere convinti che il successo di uno è cosa buona per tutti.

Abbiamo parlato del lavoro industriale, ma possiamo estendere il discorso a tutti gli ambienti di lavoro. Ovunque è importante lavorare bene, amando il proprio lavoro e creando un buon rapporto con gli altri.

Non è utopia. In Olivetti è stato messo a punto un metodo ben preciso.

Un’altra riflessione.

Ma deve compiersi in fabbrica questo processo di conoscenza di sé? Non è meglio capire prima che cosa sappiamo fare meglio degli altri, qual è il lavoro  adatto per noi? E quando comincia la scoperta di sé? Quando comincia il dialogo, la collaborazione?

Deve cominciare da piccoli, in famiglia; giocando. E poi a scuola.

E’ importante che la scuola che sappia mettersi in posizione di ascolto e renda i ragazzi protagonisti; che valorizzi l’individualità; che attraverso la cultura e le esperienze porti ogni alunno alla conoscenza di sé; alla formazione del pensiero critico e al dialogo, alla capacità di collaborare e scambiare conoscenze per il raggiungimento di un obiettivo comune; che  renda ciascuno libero e felicemente inserito nella società. Sono loro, i ragazzi, che debbono scoprire chi sono; non dobbiamo indicare loro  la strada, noi dobbiamo creare le condizioni, dare le opportunità, permettere di fare esperienze affinché procedano da soli.

Conclusione

In conclusione, io credo che questa sia la grande eredità di Volponi che dobbiamo fare nostra per “impiegarla e trarne profitto presente e reale”.

E dunque in concreto cosa dobbiamo fare?

1- aiutare ciascuno a scoprire sé stesso, a raggiungere l’autonomia del pensiero critico attraverso una cultura ispirata ai grandi valori umani e civili, meditata, discussa;

2- promuovere un nuovo sentimento del lavoro e assicurare un lavoro libero e liberante a tutti, che dia a ciascuno la misura delle sue capacità e il senso e il valore della sua vita nella società.

Comments

  1. Ci sono riflessioni in questo articolo che avrebbero potuto permettere alla OSN [Olivetti Systems & Networks] e al suo progetto OSA [Open System Architecture] di contribuire ad andare “oltre Adriano”.
    Ad esempio questa:
    La relazione verticale tra il dirigente-che-pensa e il dipendente-che –esegue è sostituita da relazioni orizzontali fra tanti soggetti ciascuno pensante e responsabile del successo dell’azienda.

    L’informatica e il tentativo dei Programmi Quadro della Commissione Europea, a partire dagli anni 80, di indirizzare l’evoluzione delle reti di computer verso l’adozione del modello architetturale OSI [Open System Interconnection] dovevano far capire che quella sostituzione, di relazione verticale con relazioni orizzontali, diventava necessaria su scala globale [prima di tutto Europea – come strategia di prevenzione dell’estinzione del BISON, cioè di Bull ICI Siemens Olivetti Nixdorf].

    Purtroppo non fu possibile, nonostante l’eccellente esempio europeo offerto dal CERN, in tema di gestione dell’evoluzione dell’architettura dei propri sistemi informatici.

    Posso testimoniare che, in OSN, quella possibilità sarebbe diventata percepibile se ci fosse stata una gestione delle risorse umana come quella della direzione di Volponi.

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