Giulio Sapelli[1] nelle pagine di postfazione a Uomini lavoro all’Olivetti scrive che ‘non v’è stata entità storica industriale e culturale insieme, in Italia e nel mondo, in grado di produrre mitologia come Adriano e l’Olivetti.’

Nella presentazione del libro scritto con Davide Cadeddu, Adriano Olivetti: lo spirito nell’impresa Margine editore si legge

Adriano Olivetti (1901-1960) ereditò dal geniale padre la fabbrica di macchine per scrivere e calcolatrici che ne porta il nome. Fu un imprenditore di successo, il più rivoluzionario industriale della storia italiana, un raffinato intellettuale, un grande editore, uno sfortunato uomo politico. Con la sua impresa creò un vero e proprio mito, oggi tanto celebrato quanto tradito. Nell’utopia olivettiana si tenevano uniti individuo e comunità, materia e spirito, giustizia sociale e iniziativa imprenditoriale, concretezza e cultura, meccanica e creatività. Giulio Sapelli, uno dei maggiori economisti italiani, ripropone in tutta la sua «scandalosa» inattualità la lezione umana e civile di Olivetti. Nel volume anche un agile profilo biografico del grande imprenditore di Ivrea, curato da Davide Cadeddu, che consente al lettore di oggi di ripercorrere la vicenda di Olivetti dentro il contesto economico, politico e culturale dell’epoca.

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1-Com’era il mito di Adriano Olivetti nell’anno 1961?

La data si raccorda con il 120° anno dalla nascita (1901) e permette di utilizzare un documento c dal titolo ‘Relazione anni 1954-1963’ del CISV, la scuola di formazione sorta a Firenze contemporaneamente alla creazione della sede della Direzione Commerciale Olivetti Italia a Milano, Via Clerici 4, 1952-1954, inaugurata nel 1955.

In quel 1961 a Firenze furono formate 1.175 persone (dai 20-25 anni d’età) e fatte 225 riunioni di studio e di progetto sul tema formazione . Nell’intero periodo considerato , 1954-1963, i numeri sono stati 9.9076 persone formate e 2.863 riunioni e il costo fu di 1.489.378 milioni di lire.

Chi fu assunto in quel periodo, chi scrive è fra quelli, cominciava il suo primo lavoro nelle Filiali Olivetti sparse nel territorio italiano e scopriva subito che il nome dell’Azienda era notissimo e che di fatto forniva credenziali al venditore che chiedeva la cortesia di una conversazione con i clieti. Migliaia di visite ogni giorno nelle molte decine di filiali in tutta Italia per altri 20-25 anni: è un aspetto che va sottolineato. La continuità della relazione è stata molto apprezzata dai clienti.

    1. I fondamenti del mito di Adriano Olivetti

Nel 1958 fu pubblicato il libro dei primi 50 anni dell’Olivetti , copertina di Giovanni Pintori, cura del volume Riccardo Musatti, Libero Bigiaretti, Giorgio Soavi, testi di Libero Bigiaretti e Franco Fortini, foto di Leo Lionni, Ugo Mulas, Fulvio Roiter, ecc. Un gran bel libro.

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La prefazione di Adriano Olivetti ha per titolo ‘Appunti per la storia di una fabbrica’ che si conclude con queste parole

’ Il tentativo sociale della fabbrica di Ivrea, tentativo che non esito a dire ancora del tutto incompiuto, risponde dunque ad una semplice idea: creare un’impresa di tipo uovo al di là del socialismo e del capitalismo, giacchè i tempi avvertono con urgenza che nelle forme estreme in cui i due termini della questione sono posti, l’uno contro l’altro, non riescono a risolvere i problemi dell’uomo e della società moderna.

Noi sappiamo bene che nessuno sforzo sarà valido e durerà nel tempo se non saprà educare, elevare l’animo umano, e che tutto sarà inutile se il tesoro insostituibile della verità e della cultura, luce dell’intelletto e lume dell’intelligenza, non sarà dato ad ognuno con generosa abbondanza, con amorosa sollecitudine.

Sia ben chiaro tuttavia che per noi queste mete importanti non sostituiscono né il pane, né il vino, né il combustibile e non ci sottraggono quindi al dovere di lottare strenuamente alla ricerca di un livello salariale più alto, di una condizione economica che vada bene al di là del minimo di sussistenza vitale e consenta veramente una vera libertà. Questa duplice lotta nel campo materiale e nella sfera spirituale – per la fabbrica che amiamo- è l’impegno più alto e la ragione della mia vita, La luce della verità, usava dirmi mio padre, risplende soltanto negli atti, non nelle parole.
Adriano Olivetti, luglio 1958

2-Quanti erano i dipendenti Olivetti?

Nel 1961 erano 22.000 in Italia e 25.000 nelle 18 consociate estere, 116 le filiali. 102 agenti in 126 paesi, Stati Uniti e Canada costituiscono i maggiori mercati d’esportazione. I quell’anno furono assunte 3000 persone. Iniziava a Madras (India) la produzione di telescriventi, la OMO (Officina Meccanica Olivetti) terminava la costruzione di un transfer, per una fabbrica di trattori a Brno (Cecoslovacchia). (pag.620, Uomini e lavoro all’Olivetti)

Notizie di questo genere, anno dopo anno, attraverso pubblicazioni come Notizie Olivetti, incontri a Ivrea e a Milano dei direttori di filiale che generavano riunioni nelle filiali , informazioni sui giornali, partecipazione di manager olivettiani a convegni e giornate di studio, il lavoro di relazione di venditori portavano nei territori la novità di quest’azienda. Tutto questo, è bene sottolinearlo, avveniva in un clima di ostilità da parte dell’ambiente economico e politico che si attenuava o addirittura cambiava di segno, di fronte alla serietà e al dinamismo del lavoro di relazione (visite, vendite, formazione del personale del cliente, assistenza tecnica, show room, partecipazione alla vita culturale del territorio ecc.)

3- Considerazioni sul clima politico e sociale negli anni ‘50

Giuseppe Berta

‘Invece di assumere i valori quantitativi che testimoniavano della rapida espansione dell’azienda a metro del successo del proprio disegno in, Olivetti – i quegli anni del boom che sembravano sigillare nell’intensità del processo di crescita economica l’intera immagine dell’imprenditorialità italiana – non esitava a scegliere come criterio di giudizio in base a cui valutare i termini della sua iniziativa il principio della responsabilità sociale dell’impresa, la sua capacità di tradurre in progresso civile i risultati dello sviluppo industriale. Così egli esplicitava definitivamente le ragioni del suo rifiuto di riconoscersi nelle scelte sociali e politiche del ceto imprenditoriale di allora, per proporre il proprio progetto sociale, che solo rendeva adeguato a caratterizzare la strategia della Olivetti, come alternativa globale alla strategia del capitalismo italiano.’[2]

Tommaso Russo

“Concorsero a ciò l’ostilità pregiudiziale e ideologica di Claire Booth Luce e la miopia di Confindustria. L’associazione, infatti, ritenne preferibile la scorciatoia dei finanziamenti pubblici, la distribuzione dei dividendi anziché il loro reimpiego in ricerca, sviluppo, innovazione. Nonostante la politica di alti salari, Olivetti si trovò a fare i conti anche con l’opposizione della CISL, più che della CGIL.

Su pressioni della signora Booth Luce , Angelo Costa, allora capo di Confindustria, inviò una lettera a tutti gli associati in cui consigliava di non acquistare macchine da scrivere Olivetti. Un nome fra quanti ubbidirono: Montecatini.

Lo schema teorico del federalismo olivettiano (Comunità e Stato regionale) non incrinava né l’Unità del Paese, né la solidarietà reale. Nel 1952-54 il gruppo aveva deciso “di trasferire al Sud il suo potenziale di incremento produttivo”. A causa di una ennesima crisi che aveva investito il Canavese, la politica di riassorbimento dei disoccupati negli stabilimenti di Ivrea non poteva avvenire come era accaduto in precedenti situazioni. Pur tuttavia, ricorda Olivetti agli operai di Pozzuoli, nessuno “ebbe a lamentarsi (…). Perché nella coscienza dei nostri operai del Canavese è vivo il senso di solidarietà con i fratelli della Campania, della Calabria, della Lucania”.[3]

4- Il paradigma Olivetti non è finito con la morte dell’ingegnere Adriano

L’argomento verrà discusso in una prossima occasione. Per ora si ritiene di grande rilievo la seguente citazione:

“Una domanda che viene frequentemente rivolta a chi si occupa di problematiche olivettiane è quale sia il rapporto tra Olivetti industriale, politico ed imprenditore di idee. A mio avviso si tratta di una domanda mal posta e soprattutto formulata a partire da un dato erroneamente acquisito e cioè che quando Adriano Olivetti scomparve improvvisamente, nel febbraio del 1960, la sua azienda si trovasse in un crinale altrettanto critico della sua impresa politica dopo le elezioni del 1958. Entrambe queste asserzioni sono viziate dal fatto che ben pochi studiosi hano focalizzato l’attenzione sul periodo immediatamente precedente e su quello successivo della sua repentina scomparsa, il 27 febbraio del 1960.

Sul piano della progettazione culturale e scientifica occorre ricordare che il 18 febbraio del 1960 Adriano aveva depositato presso il notaio Crocci lo statuto di ua fondazione “ per lo sviluppo sociale e scientifico’ che egli intendeva creare in memoria del padre Camillo e che avrebbe avuto il compito di rafforzare ulteriormente il coordinamento tra lo sviluppo del territorio, le dinamiche aziendali, le imprese culturali e le strategie di valorizzazione scientifico delle èlites della competenza come necessario correlato al potenziamento di questa matrice istituzionale.”[4]

5- La scomparsa di Adriano Olivetti: reazioni nei dipendenti di Ivrea e nel resto del Paese

5.1 A Ivrea la reazione della maggioranza dei dipendenti è stata di dolore e di rimpianto. Adriano morì improvvisamente nel febbraio del 1960. Quell’ambiente di lavoro era stato creato da un ingegnere umanista che aveva saputo organizzare in modo magistrale la produzione e le vendite , che aveva sottoscritto con i lavoratori l’istituzione del Consiglio di Gestione[5], impostato le relazioni sindacali al dialogo, creato servizi mensa, trasporti, asili, case per dipendenti, prestiti per l’acquisto casa, una formazione tecnica che conteneva ampie sezioni di materie umanistiche, congedo per maternità, equipe di sociologi, psicologi e assistenti sociali, settimana corta a parità di stipendio, tre giornate di permesso retribuito per ogni esame sostenuto all’Università, un Centro culturale di grandissima qualità, biblioteche di fabbrica.. Ma non si deve pensare che questo modo di lavorare non fosse contrastato.

Un giornale politico

Un periodico del 1953 ,Vie Nuove, nel rispondere ad un lettore che fa alcune domande, tra le quali’ E’ vero che gli operai sono trattati benissimo?’ Tra le risposte c’è un accenno al fatto che ‘l’Olivetti è una delle fabbriche più modernamente organizzate, il sistema di lavorazione è estremamente razionale, sul tipo americano… Ma è soprattutto il sistema di lavorazione, che fa sì che la Olivetti sia una delle fabbriche dove lo sfruttamento giunge alle punte più alte.. Basti dire che i tempi sono calcolati col sistema degli ‘allenatori’. Chi sono gli allenatori? Sono operai altamente allenati a compiere una determinata fase di lavorazione…Si aggiunga poi un’azione ideologica particolare della Direzione per mezzo del Movimento di Comunità, che è appunto diretto dal padrone dell’azienda, A. Olivetti. Si tratta di un movimento di ‘terza forza’ che sotto la demagogia del rinnovameto sociale, si sforza di impedire il loro congiungimento col grade movimento unitario del……..e li mantiene sotto l’influenza paternalistica della Direzione.

Testimonianza del capo del personale

La lettura del brano che segue, scritto da Mario Caglieris che fu capo del personale del Gruppo Olivetti, apre il tema della rimozione dalla memoria di persone eccezionali, che hanno pensato e agito in una dimensione di vertiginosa ampiezza, dichiarata incomprensibile da una parte della famiglia e in forma meno palese da chi aveva responsabilità manageriali

‘ Rientrata la moltitudine che aveva accompagnato il corteo funebre, composta la bara nel piccolo campo contrassegnato da una semplice croce di legno e ornato

con gli alberi di Villa Belliboschi, finite le commemorazioni ufficiali, cessati gli articoli sui giornali, sfumata infine la grande emozione, cominciò l’oblio.

Come se un tacito comando avesse attraversato i corridoi e le stanze dei vari Palazzi,

dalle sedi degli imprenditori a quelle dei sindacati, da quelle ministeriali e parlamentari a quelle delle amministrazioni locali e regionali: dimenticare!

Vietato intitolargli una strada una piazza una fontana un monumento: e neppure

una borsa di studio, una scuola, un centro di ricerca, un progetto un’iniziativa industriale. Parti e fazioni da sempre contrapposte trovarono in questo un accordo non dichiarato, ma duraturo:

dimenticare![6]

5.2 Nelle Filiali italianeun ambiente dove ho lavorato e che ho conosciuto a fondo nel lavoro di selezione e di gestione del personale – il ricordo di Adriano Olivetti continuò a vivere per lunghissimi anni, come se gran parte dei dipendenti si sentisse in dovere di continuare a parlarne nelle occasioni opportune. Oltretutto né il welfare aziendale né lo stile manageriale avevano subito trasformazioni, perché l’impianto morale, organizzativo e culturale della Olivetti era particolarmente solido. E’ ragionevole pensare che in forme e intensità diverse, le idee dell’ingegnere umanista abbiano contribuito a creare forti convinzioni sulla responsabilità sociale dell’impresa e sul modo di lavorare con le persone. Dopo l’uscita per anzianità o per dimissioni, molti dipendenti hanno continuato e continuano a studiare e a fare conoscere il pensiero e le realizzazioni dell’ingegnere umanista.

Galileo Dallolio

  1. Giulio Spelli, 1947, economista, storico dell’economia, docente universitario, con Davide Cadeddu ha scritto Adriano Olivetti , Davide Cadeddu, docente universitario all’Università statale di Milano ha scritto Humana civilitas. Profilo intellettuale di Adriano Olivetti, Comunità edizioni
  2. Giuseppe Berta, Le idee al potere ‘Continuo a vedere in Adriano Olivetti un artefice di quella stagione della storia del nostro paese in cui il miglioramento della vita civile parve a portata di mano’. Edizioni di Comunità 1980/2015
  3. Tommaso Russo, Adriano Olivetti a Matera https://olivettiana.it/adriano-olivetti-a-matera/
  4. Giuliana Gemelli, Il regno di Proteo. Ingegneria e scienze umane nel percorso di Adriano Olivetti, Bononia University Press2014 (p.157 ‘Modus operandi: la matrice olivettiana)
  5. Stefano Musso, La partecipazione nell’impresa responsabile. Storia del Consiglio di gestione Olivetti.Collana di Studi e Ricerche dell’Associazione Archivio Storico Olivetti, 2009
  6. Giuseppe Silmo Olivetti. Una storia breve, Hever ed.p.212 testimonianza di Mario Caglieris, già capo del personale del Gruppo Olivetti, in un articolo sul quotidianoLa sentinella del Canavese del 22 febbraio 1990

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