Paolo Rebaudengo

Fra questi amici ce n’era uno, che si chiamava Adriano Olivetti; e io ricordo la prima volta che entrò in casa nostra, vestito da soldato, perché faceva, a quel tempo, il servizio militare…Adriano aveva allora la barba, una barba incolta e ricciuta, di un colore fulvo; aveva lunghi capelli biondo-fulvi, che s’arricciolavano sulla nuca…e non ho mai visto una persona, in panni grigio-verdi e con la pistola alla cintola, più goffa e meno marziale di lui. Aveva un’aria molto malinconica, forse perché non gli piaceva fare il soldato; era timido e silenzioso; ma quando parlava, parlava allora a lungo e a voce bassissima, e diceva cose confuse ed oscure, fissando il vuoto coi piccoli occhi celesti, che erano insieme freddi e sognanti. (Natalia Ginzburg, Lessico famigliare)

La fabbrica chiede molto ai suoi dipendenti, e quindi ha il dovere di restituire molto. (Adriano Olivetti)

Premessa

Comunità concreta è il titolo del volume di Emilio Renzi, filosofo, ultimo copywriter in Olivetti (dopo il poeta Giovanni Giudici), docente di Semiotica alla Facoltà del Design del Politecnico di Milano, alla Olivetti per tanti anni nella Direzione Relazioni Culturali. In meno di 150 pagine ha tracciato le opere e il pensiero di Adriano Olivetti. L’ultimo capitolo riflette sul «legato» di Adriano Olivetti. Così riassunto: centralità del lavoro, centralità della cultura, creazione di un nesso tra innovazione tecnologica e cultura classica, valorizzazione dell’interdisciplinarità, centralità della comunità che oggi manca perché manca la sicurezza in un mondo stabile. Il lavoro inteso come crescita ed emancipazione e il valore della persona come ideale condiviso: si può riaprire il discorso in avanti, verso una «comunità concreta” (Renzi, 2008).Comunità concreta” potrebbe dunque essere la unica e sola parola chiave, che le racchiude tutte. Ho preferito prenderne sette, come richiede la magia dei numeri: dopo l’1 e il 3 viene il 7: impresa integrale, comunità, persona, cultura, design, architettura, urbanistica.

1. Impresa integrale

La Olivetti non era una impresa filantropica e non aveva, come oggi hanno grandi e anche alcune medie imprese, una fondazione per la gestione di attività culturali e sociali. Nella Olivetti tutto era ricondotto nel bilancio dell’impresa, nel presupposto che il suo fine non fosse solo il profitto e che comunque anche il profitto traesse beneficio dal benessere dei dipendenti e del territorio nel quale opera l’impresa. Il sociologo Franco Ferrarotti, definito il “Maometto di Olivetti” dal settimanale del PCI Il Contemporaneo, seguì per diversi anni a fianco di Adriano le sue attività sociali e politiche e lo sviluppo della Olivetti, a partire dagli anni del secondo dopoguerra. “La fabbrica cresceva. Ivrea veniva, a poco a poco, trasformandosi da sonnacchiosa città di provincia in centro industriale. Ma il tutto procedeva a misura d’uomo. La grande sfida che mi affascinava era tutta in questo interrogativo: è possibile industrializzare senza disumanizzare? Ivrea, da questo punto di vista, fu un laboratorio di grande importanza” (Ferrarotti 2016).

Olivetti impresa integrale è la definizione data da Federico Butera, che considera l’”impresa integrale” Olivetti un “modello” o meglio un concetto utile per le imprese italiane. Impresa integrale o “impresa eccellente socialmente capace” è un’impresa che persegue in modo integrato e contestuale elevati risultati economici e sociali di cui beneficiano i dipendenti e le loro famiglie, i fornitori, la comunità e il territorio nel quale l’impresa opera (ambiente fisico, economico e sociale) e i clienti. Questo concetto consente di andare oltre l’idea della impresa responsabile o dell’impresa illuminata. (Butera, 2004).

Nello scritto di Antonio Cocozza, La metamorfosi economica e sociale e la fine dei “grandi racconti”, in questo volume, si può leggere come l’Impresa integrale, che trova le sue basi fondative nell’industria di Camillo e Adriano, si contrapponga alla “impresa irresponsabile”, cioè quella che, pur rispettosa degli obblighi di legge, ritenga di non dover rispondere delle conseguenze del suo operato sul piano economico, sociale ed ambientale. La storia della Olivetti costituisce tuttora un esempio utile, portatore di insegnamenti significativi per le imprese italiane? O è stata solo il risultato della irripetibile personalità di un grande imprenditore, dopo il quale essa è irreparabilmente e ineluttabilmente entrata lungo un discontinuo sentiero di declino sino alla scomparsa? Salvo rinascere, sia pur nelle vesti di piccola impresa del mondo delle ICT, controllata da Telecom Italia, come è la Olivetti di oggi.

Il rinnovato e crescente interesse per la Olivetti, che continua ad esercitare un fascino ininterrotto, non solo da parte di economisti, studiosi, politici, ma anche da imprese, dimostra che possa ancora essere, se non un modello, una fonte di forte ispirazione per industrie che operano in un contesto competitivo nazionale o internazionale.

Anche per realtà di piccola dimensione, come dimostra il Mollificio Astigiano di Belveglio (Asti) nelle colline del Monferrato, che dedica una parte consistente degli utili per la cultura dei dipendenti e della comunità di Belveglio, per viaggi di istruzione e molte altre iniziative ispirate al modello Olivetti, o imprese di media dimensione come la Loccioni di Angeli di Rosora (Ancona) attiva anche in Germania, Cina, Giappone, India. Nel proprio sito web si presenta così: Impresa bene comune, Aperta, familiare, vitale. Una scuola di competenze per studenti e professori, clienti e fornitori, che genera ricchezza reinvestendo i suoi utili nel territorio. Impresa, non azienda, perché ogni progetto è un’avventura che integra idee, persone e tecnologie. È l’impresa che semina bellezza. Lavoriamo per il benessere della persona e del pianeta. Lo facciamo ricercando, misurando e costruendo reti per il lavoro, per la conoscenza, per l’ambiente. E sul proprio personale dichiara: nell’impresa basata sulla conoscenza non esistono dipendenti ma collaboratori, intraprenditori, persone con la capacità di sviluppare impresa dentro l’impresa. L’organizzazione è orizzontale e i rapporti non si basano sulla gerarchia, bensì sulla fiducia. Ognuno può crescere per merito e passione attraverso il sapere (studio), il saper fare (competenza), il far fare (delega) e il far sapere (comunicazione). Scuola e impresa convergono, sono integrate nel territorio. L’impresa è scuola di lavoro, progetta percorsi di sviluppo delle competenze e realizzazione dei sogni.

Merita anche segnalare che Loccioni ha fatto stampare e diffondere diversi scritti di Adriano, compresi i suoi discorsi ai lavoratori. Anche diverse imprese di grandi dimensioni, come Ferrari, Ferrero, Brembo, Zambon, Cucinelli hanno un orientamento, consapevolmente o no, olivettiano. Delle diverse fasi di vita della Olivetti, quella della fondazione (1908) a opera di Camillo e quella del grande sviluppo internazionale, di Adriano, sono legate alla irripetibile vicenda di questi due personaggi.

Molto interessante anche, o forse più ancora, quella del ventennio (1960-1978), dalla morte di Adriano alla “normalizzazione” dell’azienda a opera di Carlo De Benedetti. Interesse su come, in assenza dei Sacri Padri, l’azienda abbia saputo mantenere vive idee e ideali di Camillo e Adriano, pur in un contesto assai più difficile, connotato da ostacoli e ostilità, interne ed esterne. Federico Butera colloca la fine di questa fase già nel 1972, quando arriva un ammiraglio sul ponte di comando, ma conviene che sino al 1978 la Olivetti mantenga il suo DNA, lasciando un’eredità fondamentale per una emergente generazione di imprese dell’”Italian Way of Doing Industry” protese in operazioni aperte alla competizione internazionale.” (Butera e De Michelis, 2010).

Quale era questa filosofia aziendale? Essa, scrive Butera, era visibile fisicamente sui due lati di via Jervis a Ivrea: a sinistra il massimo della razionalità organizzativa del tempo. Innanzitutto, gli stabilimenti di produzione, le officine e i montaggi, dove erano stati introdotti e perfezionati i più moderni metodi di fabbricazione e montaggio della produzione meccanica mondiale, con innovazioni importanti rispetto al taylorismo sperimentato nelle officine meccaniche internazionali (e anche a quelle delle officine Fiat a soli quaranta chilometri di distanza). Poi, c’erano i laboratori di Ricerca e Sviluppo che studiavano prodotti geniali che avevano oltre il 50% di quota di mercato mondiale, come la Tetractys. E ancora, c’erano gli uffici tecnici dove venivano sviluppate le soluzioni più evolute di macchine utensili e stampi. Infine, c’erano gli uffici amministrativi, assai efficienti per quel tempo. Sulla sinistra ideale di via Jervis vi era poi una linea senza fine che legava fra loro consociate, filiali, concessionari distribuiti in tutto il mondo, con un cuore nascosto nella campagna toscana che batteva a Villa Natalia (Firenze) dove aveva sede la scuola commerciale. A destra di via Jervis, vi era non una alternativa ma un complemento integrato a tanta razionalità produttiva: i servizi sociali, i servizi sanitari e l’infermeria, la biblioteca e i servizi culturali, i servizi sportivi, il centro di sociologia, il centro di psicologia e gli altri servizi che davano “anima” all’impresa.

I servizi sociali si occupavano, oltre che dell’assistenza ai lavoratori e alle loro famiglie, degli asili nido e della scuola dell’infanzia, delle mense, dei trasporti collettivi, delle case per le famiglie dei dipendenti, delle colonie di vacanza marine e montane per i bambini, anch’esse collocate nei luoghi più belli d’Italia, dotate di strutture architettoniche di pregio e di un modello pedagogico e sociale laico, centrato sui piccoli ospiti.

Nell’impresa era prevista una forte responsabilità sui risultati; la verifica continua della leadership; massima attenzione alla qualità dei prodotti, dei processi produttivi, dei servizi, della comunicazione; strutture a matrice di durata e composizione variabile, guidate parallelamente e congiuntamente da responsabili gerarchici e funzionalmente da project manager; staff del personale al servizio dei diversi settori aziendali ma rispondenti alla direzione centrale del personale; relazioni sindacali aziendali per l’intera impresa, come per il rinnovo dei contratti collettivi di secondo livello, e decentrate in ogni stabilimento per le specifiche questioni relative alle produzioni di ciascuno di essi, i cambiamenti organizzativi, l’introduzione di nuovi prodotti o nuove tecnologie, l’organizzazione del lavoro.

Una impresa con una struttura organizzativa forte e condivisa, capace di riorganizzarsi per la riconversione professionale, con interventi formativi anche di lunga durata, di due anni nel caso del passaggio dalla meccanica all’elettronica. Il modello dell’“impresa integrale” è dunque quello di un’impresa che persegue contestualmente obiettivi economici e obiettivi sociali; pianifica e intraprende un processo, una strategia, azioni concrete, per realizzare gli obiettivi, dando conto dei risultati, mettendo in pratica i valori dichiarati. Importa dal contesto socio-economico valori, norme e regole sociali e vi esporta a sua volta valori, conoscenze, cooperazione. Questa reciprocità avviene attraverso prodotti, servizi, progetti, soprattutto attraverso le persone, cresciute e socializzate nella e con l’impresa: manager, tecnici, operai, clienti e fornitori. Ciò che determina l’essere un’impresa integrale non sono solo le qualità morali individuali, i valori e il carisma dell’imprenditore e del gruppo dirigente, ma le reali pratiche operative e di management condivise e partecipate dal corpo sociale dell’impresa (Butera, 2020).

Della complessa storia della Olivetti e delle sue diverse “fasi” si occupa, in questo volume, Galileo Dallolio, egli stesso per molti anni dirigente di questa impresa.

2. Comunità (e territorio)

“L’industrializzazione è un processo sociale globale. Non si ferma ai cancelli della fabbrica; coinvolge la comunità nel suo insieme. Bisogna umanizzarlo”. (Ferrarotti 2016). Il concetto di Comunità in Adriano Olivetti assume profili diversi, tutti presenti nel suo pensiero e nella sua azione sociale, politica, imprenditoriale, come anche in campo architettonico, urbanistico, del design. La «comunità concreta» è un «nuovo fondamento atto a ricomporre l’unità dell’uomo» (Ferrarotti 1960). È la «nuova misura», il punto di suprema convergenza, in cui si ritrovano, e riacquistano, insieme con la reciproca garanzia, la propria funzione e il proprio significato la persona e lo Stato, l’efficienza amministrativa e la tensione ideologico-politica, il passato storico e l’ambiente socio-fisico,” in una parola la dimensione giusta fra il municipalismo e la metropoli. Ferrarotti definisce il progetto di Adriano industria sociale autonoma.

“E’ qui (a Ivrea) che l’idea di industria sociale autonoma ebbe il suo primo test, fu provata sul banco dell’esperienza quotidiana.” “Tutta la cultura politica moderna tende a svalutare per principio i valori comunitari mentre attribuisce alla storia poteri organizzativi automatici, impersonali e necessitanti, intrinsecamente razionali, per cui l’importante è lasciare via libera allo sviluppo, anche se questo si riduce a mera espansione” (Ferrarotti 2016). L’industria sociale è fondata su una nuova concezione della proprietà, né privata né pubblica, bensì basata su una quadruplice legittimità: un quarto al Comune in cui la fabbrica risiede; un quarto ai dipendenti; un quarto al Politecnico più vicino che contribuisce con la ricerca scientifica e tecnologica; un quarto ai vecchi proprietari. (Ferrarotti 2016). Insomma una industria comunitaria.

Nelle parole di Olivetti: «La nostra Comunità dovrà essere concreta, visibile, tangibile, una Comunità né troppo grande né troppo piccola, territorialmente definita, dotata di vasti poteri, che dia a tutte le attività del territorio quell’indispensabile coordinamento, quell’efficienza, quel rispetto della personalità umana, della cultura e dell’arte che la civiltà dell’uomo ha realizzato nei suoi luoghi migliori. Una comunità troppo piccola è incapace di permettere uno sviluppo sufficiente dell’uomo e della comunità stessa; all’opposto, le grandi metropoli nelle forme concentrate e monopolistiche atomizzano l’uomo e lo depersonalizzano: fra le due si trova l’optimum». Olivetti 1945). L’Olivetti politico ritiene che solo la Comunità com’egli la intende sia anche luogo di democrazia. L’impresa è interessata alla Comunità nella quale è inserita e al suo benessere, poiché non si dà benessere dei lavoratori se non vi è benessere collettivo nel territorio in cui essi operano, hanno famiglia, fanno studiare i loro figli, godono di servizi sanitari, sociali, culturali. L’impresa industriale è interessata anche a un equilibrio economico, alla giustizia sociale, a ridurre le disuguaglianze. Aiutando lo sviluppo di altri settori economici, come l’agricoltura e le imprese culturali. Secondo la concezione di Olivetti il fine dell’impresa è ‘irriducibile’ al puro profitto.

L’impresa nasce per allargare responsabilmente il suo sguardo sul mondo e si sviluppa per poter ridistribuire una consistente parte dei profitti facendoli ritornare alla comunità circostante. Non solo attraverso l’aumento dei salari, ma promuovendo in tutti i suoi aspetti, sia materiali che spirituali, lo sviluppo delle persone. Per Adriano la fabbrica esiste innanzitutto per creare e diffondere, al proprio interno e nella realtà circostante, una sempre maggiore qualità di vita, negli aspetti scientifici, etici, estetici, economici.

Con questi principi la comunità canavesana è cresciuta industrialmente senza perdere la sua anima contadina, come afferma Ferrarotti, perché l’idea di Adriano era di non fare di Ivrea una Company-town, l’industria dovendo svilupparsi insieme a tutta la comunità circostante. Ferrarotti lo ripete anche nella commemorazione di Adriano che, in qualità di parlamentare, fu chiamato a tenere poco dopo la sua morte, il 5 aprile 1960, alla Camera: “la genialità imprenditoriale e il profondo radicato senso di missione sociale convergevano. Per Adriano Olivetti l’attività imprenditoriale non si è mai posta come fine a se stessa.

Nominato direttore generale della Società nel 1933, proseguì nell’intento di raggiungere un equilibrio armonico tra città e campagna, fra industria e comunità.”

“Comunità” ha significato anche il partito politico (Movimento di Comunità) fondato nel 1947 da Adriano, che aveva constatato la crisi della rappresentanza politica e col quale si presenterà nel 1958 alle elezioni in Parlamento.

Ha significato la nascita di molti Centri comunitari, soprattutto nel Canavese e in alcune zone del Mezzogiorno. Essi avevano scopi culturali e politici. Il Movimento di Comunità era stato preceduto dalla nascita della rivista “Comunità” nel marzo 1946. Rivista e Movimento hanno la loro fonte programmatica e ideologica nell’ “Ordine politico della Comunità”, la cui prima edizione apparve nel settembre 1945. L’opera costituiva il punto di arrivo di una sistematica riflessione avviata nella seconda metà del 1942 e condotta a termine da Adriano durante l’esilio in Svizzera.

La realizzazione del programma del Movimento, che ha come obiettivo la Comunità come cellula dell’organizzazione politico-amministrativa, passa quindi attraverso la realizzazione dei Centri Comunitari. (Olivetti 1945). Pianificazione e interventi globali fanno parte della visione di Adriano, tanto se si tratta di industria quanto se si tratta di comunità e di urbanistica. Termini che con la sua scomparsa sembrano scomparire dai vocabolari della politica e dell’industria (Bolognesi, 2009). Adriano inizia la realizzazione del suo ideale di Comunità nella terra del Canavese che, con la sua fabbrica al centro, è il suo punto di riferimento, il suo modello di ispirazione, sia per la dimensione, sia per le sue caratteristiche peculiari di tipo agricolo-industriale. Scrive infatti Adriano a proposito della dimensione delle Comunità: “la loro popolazione potrà oscillare tra i settantacinquemila e i centocinquantamila abitanti”, che è la dimensione del Canavese.” Aggiunge “bisogna cominciare dal piccolo e dal basso. Non diversamente da come sarà lo Stato delle Comunità, organizzato partendo dai Comuni, dai Centri Comunitari.

I Centri Comunitari (cellule democratiche), la cultura organizzata e le forze del lavoro creano insieme le Comunità, che daranno luogo allo Stato (Olivetti 1945). L’istituzione dei primi Centri Comunitari o della “Comunità” nel Canavese sono, nelle intenzioni di Adriano, un iniziale passo verso tale ordine. I Centri diventano non solo un luogo d’incontro aperto a tutte le persone del luogo e indipendente, ma anche uno spazio per l’espressione libera delle loro idee e per l’organizzazione delle attività, per la formazione culturale e politica. È un centro culturale, con biblioteche, sale di discussione, di informazione e di ricreazione. È anche un centro sociale, con consulenti ed esperti di ogni disciplina per ogni necessità, dalla sanità all’assistenza. (Ochetto 2010).

Adriano Olivetti era innanzitutto un operatore sociale, ossia un uomo politico nel senso pieno, che sul terreno dell’organizzazione aveva trovato il campo nel quale sperimentare un pensiero complesso ma coerente in ogni sua parte, tale da abbracciare organicamente il piano della comunità territoriale, con i suoi problemi urbanistici ed amministrativi, il problema delle funzioni fondamentali di una convivenza democratica, coordinata al centro e articolata alla base, il problema della ristrutturazione dello Stato ereditato dalla tradizione liberale e affetto da una crisi cronica di fronte alle nuove crescenti esigenze della società moderna.

Era ingegnere e uomo di cultura che non poteva limitarsi a scrivere e tenere discorsi per esprimere il rifiuto morale dello status quo (Ferrarotti 2016). Questo spiega il suo impegno pratico e teorico, ma anche la teoria era volta a realizzare concretamente le riforme istituzionale che dovevano articolarsi partendo dalle autonomie locali (le comunità concrete) sino al federalismo sopranazionale (Olivetti 1945).

Adriano vedeva le comunità anche come soluzione nuova, “nuova via” per riformare e riedificare il Paese: “urge definire la democrazia in modo assai più vasto e più consono agli interessi dei più”. Aggiunge l’aggettivo concreta perché nella comunità concreta coincidono l’unità economica, amministrativa e politica. Vede così il “superamento dell’individuo liberale e dello Stato collettivista” (Ochetto 2010).

Egli capì che il futuro per lo sviluppo economico e sociale italiano non poteva prescindere dalla rinascita del Mezzogiorno. Industria e comunità dovevano marciare insieme per questo fine. Si impegnò, a questo fine, nel piano di ricostruzione della vita degli abitanti dei Sassi di Matera, nel progetto pilota per l’Abruzzo e nella realizzazione di una fabbrica Olivetti a Pozzuoli (Piccinini, 2020).

Nel dibattito sui divari regionali in Italia e in particolare sulla “questione l’meridionale” solo vent’anni dopo la morte di Adriano si è fatta strada l’affermazione della stretta correlazione fra fattori culturali e sociali e crescita economica, sui quali l’imprenditore eporediese si era fortemente impegnato in tutto il corso della sua vita, riassumibili nei concetti di qualità della vita e di sviluppo umano. Anche gran parte degli economisti si sono convinti che i soli indicatori monetari siano inadeguati per la costruzione di un indice di sviluppo umano e di misurazione dei divari regionali (Felice, 2007).

3. Persona (e lavoro)

La persona è al centro. Il concetto di “persona” è lo snodo centrale del progetto di imprenditoria civile di Adriano. Il pensiero di Adriano si rifà a Jacques Maritain, Emmanuel Mounier, Denis de Rougemont, Antoine de Saint-Exupéry, per difendere il concetto di “persona” in opposizione a quello di “individuo”. “La Persona nasce da una vocazione, dalla consapevolezza cioè del compito che ogni uomo ha nella società terrena, e che come tale essa si traduce in un arricchimento dei valori morali dell’individuo. In virtù di ciò, la Persona ha profondo il senso, e quindi il rispetto, sostanzialmente e intimamente cristiani, della dignità altrui, sente profondamente i legami che l’uniscono alla Comunità cui appartiene, ha vivissima la coscienza di un dovere sociale; essa in sostanza possiede un principio interiore spirituale che crea e sostiene la sua vocazione indirizzandola verso un fine superiore”. (Olivetti 1970).

Vi era in Olivetti una grande cura e rispetto delle persone: reclutate per le loro potenzialità, avviate su percorsi in cui le opportunità offerte dall’azienda si intrecciavano con l’incoraggiamento a sviluppare le proprie competenze, esperienze, cultura e intelligenza, il proprio “workplace within”, ossia quel mondo interno di esperienza, cultura e intelligenza, patrimonio di ogni singola persona.

L’attrattività della Olivetti per i giovani era altissima. Il sistema di gestione del personale era basato sulla valorizzazione delle persone, mai definite con l’ossimoro “capitale umano”. Le assunzioni avvenivano sulla base della creatività e curiosità, non su ristrette competenze tecniche; alto era il livello tecnologico e della ricerca; al momento dell’assunzione non si chiedeva, né si cercava di capire, a quale credo religioso si appartenesse, o quali fossero le idee politiche, si scartavano le personalità autoritarie e le persone che non avessero altri interessi fuori dalle competenze tecniche.

Nel 1954 venne creato all’interno della fabbrica di Ivrea il Servizio Ricerche sociologiche e Studi sull’Organizzazione con l’impiego di psicologi e sociologi nello sviluppo delle politiche aziendali, lo sviluppo scientifico della riduzione della fatica del lavoro, la maggiore valorizzazione professionale di una attività sempre meno frammentata e la realizzazione dell’integrazione della formazione tecnica e culturale con un lavoro basato sulle competenze e a sua volta produttivo di conoscenze. Il principale obiettivo di questo Servizio era il superamento del taylorismo. Qui nacque, grazie al sociologo Luciano Gallino e allo psicologo Francesco Novara, la sociologia del lavoro e la psicologia del lavoro applicate nell’industria vivente.

Gli ingegneri dei processi produttivi furono coinvolti e parteciparono a queste ricerche e applicazioni sul campo. In contemporanea, venne creato anche un Centro studi delle Comunità diretto dal sociologo Franco Ferrarotti. Le ricerche sociali suscitarono interesse e vennero utilizzate a livello internazionale. Nel 1948 venne costituito il Consiglio di gestione, primo e a lungo unico in Italia organismo paritetico con poteri consultivi sulla destinazione dei finanziamenti per i servizi sociali e l’assistenza. Nel 1956 venne ridotto l’orario di lavoro da 48 a 45 ore settimanali, a parità di salario, in anticipo sui contratti nazionali di lavoro, con i sabati liberi e tre settimane di ferie estive; i salari dei lavoratori erano tra i più alti in assoluto e a essi si aggiungevano i benefici collettivi, come l’assistenza sociale e i servizi sanitari per i lavoratori; un premio basato sul 60% degli utili annuali si aggiunse al salario; i prestiti per l’acquisto della casa, i contributi ai lavoratori per i mezzi di trasporto pubblici nei tragitti casa-fabbrica o, se assenti, il trasporto gratuito con servizi aziendali; le mense, gli asili nido e la scuola dell’infanzia; un servizio gratuito di riparazione di moto e biciclette; le colonie estive; l’organizzazione di campeggi estivi per i giovani; le ferie collettive in luglio, mentre in tutte le altre aziende erano fissate in agosto, al fine di far godere le vacanze in luoghi meno affollati.

Lo sviluppo industriale doveva essere compatibile col rispetto delle tradizioni contadine: gli operai che avevano anche attività in campagna, usufruivano di permessi per coltivare i campi, e vendemmiare.

Molto utili e interessanti i documentari cinematografici reperibili presso l’Associazione Archivio Storico Olivetti come Una fabbrica e il suo ambiente, regia di Michele Gandin, soggetto e sceneggiatura di Libero Bigiaretti, voce Arnoldo Foà, prodotto dalla Meridiana cinematografica nel 1957 https://www.youtube.com/watch?v=51HgmCyagJQ e Sud come Nord, un documentario sullo stabilimento di Pozzuoli, regia di Nelo Risi, prodotto da Romor Film nel 1957 https://www.youtube.com/watch?v=E4u6Rhq_GFs

Conta il collettivo e contano le singole persone. Prendiamone una per tutte, Natale Capellaro, il genio della meccanica che da semplice operaio diventò Direttore Generale Tecnico della Olivetti.

Nato nel 1902 a Ivrea da una famiglia povera arriva alla licenza elementare, a tredici anni va a fare l’apprendista alla Olivetti, come sognava, assegnato al montaggio della M1, il primo modello di macchina per scrivere. Guadagnava sette lire e cinquanta alla settimana. Dopo solo due mesi, viene notato e riceve un aumento del salario per merito piuttosto importante.

Cosa era successo? È una vicenda citata spesso. In fabbrica si accorsero della sparizione di alcune componenti meccaniche. Fermato all’uscita della fabbrica, con alcuni pezzi, viene proposto il suo licenziamento, ma Burzio, primo collaboratore di Camillo Olivetti, che conosce molto bene quel giovane serio, va a casa sua e scopre che il ragazzo, con i pezzi di scarto di una tastiera, sta costruendo un prototipo di “finta tastiera” per far esercitare le aspiranti dattilografe senza dover utilizzare prodotti finiti. Quel prototipo verrà trasformato in un attrezzo definitivo e consegnato alle linee di montaggio.

La fortuna non monta la testa del giovane apprendista, che continua a seguire disciplinatamente gli ordini, cercando di comprendere tutto il sistema produttivo: se ne impadronisce, ne intravvede le possibilità di miglioramento.

Da allora, siamo nel 1919, inizia una carriera che lo porta ai livelli più alti della Società. “Dicono che nel cervello ha anche i pezzi più piccoli delle calcolatrici più complicate , dicono che sarebbe lungo e noioso fare un elenco di tutte le cose che ha inventato con il suo paziente lavoro……Gli ingegneri, di solito ottime persone, a volte, nei giorni di malumore, sembravano un poco seccati che quel lungo magro operaio, quel tipo senza diplomi né lauree, sapesse a memoria ogni cosa e scoprisse imperfezioni, difetti e una quantità di altre cose, in progetti difficili appena schizzati sopra un foglio di carta…… sentiva ad orecchio se in una macchina qualcosa non funzionasse. Così la Direzione gli affidò l’Ufficio Progetti delle macchine da calcolo.

Dopo aver progettato la sua prima calcolatrice elettrica, la Elettrosumma, creò la Divisumma e la Tetraktys, tutte molto apprezzate in Italia e all’estero. Capellaro prende le molle, i pulsanti, le viti, li rigira, li osserva come fossero fiori, conchiglie, forme perfette della natura. Se qualcosa in quei pezzi non andasse, dice Capellaro, se molle, viti, pulsanti fossero più corti o più luoghi di un millimetro, lui proverebbe dentro qualcosa che non sa dire, come un disagio, una insofferenza, un disturbo….Un letterato che lo conosce bene sostiene che Capellaro abbia intuito che vi sono nella meccanica come nell’arte infiniti modi di esprimersi, di raccontare, ma che forse nella meccanica, più che nell’arte, una sola è la forma che più si avvicina alla perfezione ideale” (Baini, 1959).

All’inizio della Seconda Guerra Mondiale Adriano Olivetti è costretto all’esilio per il proprio antifascismo, ma ha già costituito un gruppo di progetto incaricato di disegnare macchine da calcolo scriventi. Di questo gruppo fa parte Natale Capellaro, come meccanico riparatore e manutentore delle macchine in uso nell’ufficio progetti. L’obiettivo di Adriano Olivetti in questo momento è rompere il monopolio di costruttori famosi, soprattutto americani, come Monroe, Friden, Marchant. Alla fine del conflitto, Adriano ritorna a Ivrea e scopre che il geniale Capellaro ha già messo a punto un prototipo di macchina calcolatrice scrivente, la MC 14, dalla quale prenderà corpo la calcolatrice scrivente Divisumma 24 che ebbe uno straordinario successo, contribuendo in modo significativo alla espansione mondiale dell’Olivetti negli anni Cinquanta.

Nel 1960 Natale Capellaro è nominato Direttore Generale Tecnico; contribuirà anche all’innovazione delle macchine per scrivere. Nel 1962 l’Ateneo di Bari gli conferirà la Laurea Honoris Causa “per il suo genio inventivo”. Il grande successo delle macchine da calcolo progettate da Capellaro assicurava alla Olivetti la maggior parte dei propri profitti. Tuttavia, quando nel 1964, dopo la cessione della Divisione Elettronica, il piccolo gruppo rimasto a occuparsi di elettronica alla Olivetti, guidato da Pier Giorgio Perotto, produsse la Programma 101, una calcolatrice elettronica programmabile, da molti considerata il primo “personal computer”, Perotto volle subito mostrare il prototipo a Capellaro che, con umiltà, dichiarò che “l’era del calcolo meccanico era finita”.

Per quasi cinquant’anni Capellaro aveva lavorato nella Olivetti meccanica e poi elettromeccanica; il suo genio risiedeva nella meccanica, eppure fu tra i primi, insieme a Roberto Olivetti, figlio di Adriano, a riconoscere che i prodotti meccanici non avevano più un futuro, senza peraltro convincere chi, all’interno e all’esterno della Olivetti, premeva perché si continuasse a produrli perché garantivano ancora buoni margini di guadagno.

Adriano non negò mai la penosità del lavoro di fabbrica, avendola provata da ragazzo. Si adopera per superarla promuovendo la cultura e la formazione a tutti i livelli organizzativi, con particolare attenzione alle scienze sociali, la psicologia e la sociologia del lavoro in primis, che in Italia vedono la nascita e lo sviluppo, anche operativo, proprio nella Olivetti e grazie alle quali si arriverà a produrre con il metodo delle “isole di montaggio”. Su questo importante capitolo della storia della Olivetti si veda, in questo stesso volume, l’originale saggio di Michele La Rosa e Giorgio Gosetti La sociologia del lavoro italiana e l’esperienza olivettiana, che ripercorre i contributi dei tanti sociologi del lavoro che si sono occupati, in Olivetti, di qualità del lavoro come componente essenziale della qualità della vita.

Non è certo casuale che anche alla letteratura industriale italiana abbiano dato un fondamentale contributo scrittori come Paolo Volponi, direttore in Olivetti dei Servizi Sociali e poi delle Risorse Umane (Direzione dallo stesso ribattezzata DRA – Direzione per le Relazioni Aziendali) e Ottiero Ottieri, chiamato per le assunzioni del personale alla nascente Olivetti di Pozzuoli.

4. Cultura (Education, Life Long Learning)

La Olivetti presentava annualmente la propria organizzazione alle migliori università invitando i laureandi a candidarsi. Per i ruoli nell’ambito della gestione delle risorse umane (selezione, formazione, sviluppo, relazioni sindacali, servizi culturali e sociali) si assumevano un pari numero di laureati in materie scientifiche, in materie umanistiche e in materie economiche. Si cercava una “terna”: un ingegnere, un economista, un umanista.

Veniva presentata come un’impresa con capacità di apprendere, di cambiare, di innovare, di diffondere le conoscenze. Quando i giapponesi cominciarono a produrre le calcolatrici elettroniche a 1/100 del costo delle calcolatrici meccaniche che avevano fatto la fortuna dell’Olivetti, essa fu capace di ripensare radicalmente la sua Ricerca e Sviluppo, la sua produzione, la sua struttura commerciale in soli tre anni, in uno dei più leggendari processi di change management dell’industria italiana. La formazione del personale della Olivetti, strumento per la crescita culturale e professionale, fu indispensabile allo sviluppo dell’impresa. Quando Camillo, laureato con Galileo Ferraris al Politecnico di Torino, socialista e ispirato a valori spirituali, fonda la Olivetti, si dedica personalmente alla formazione del personale.

La crescita dell’azienda, i cambiamenti tecnologici e organizzativi, la ricerca, sarebbero stati impensabili senza il sostegno di programmi ambiziosi di formazione e la creazione di strutture educative.

Nel 1935 viene istituito il Centro Formazione Meccanici con un corso triennale: diciotto ore settimanali dedicate alla cultura economica, artistica, politica, sindacale; ventiquattro all’istruzione tecnica e tre all’attività sportiva. Segue un corso biennale di qualificazione specialistica. Gli allievi più motivati proseguono all’Istituto Tecnico Industriale Olivetti (scuola parificata creata nel 1943) e i migliori diplomati vengono preparati per la maturità classica o scientifica e l’accesso al Politecnico.

Adriano Olivetti creò nel 1952 l’IPSOA (Istituto di perfezionamento in scienze dell’organizzazione aziendale) con sede a Torino, la prima scuola di management europea che si valse di prestigiosi docenti provenienti dalle business schools americane, come parte integrante del corpo docente. Vi si insegnava in inglese e veniva utilizzato il metodo dei casi, applicato nelle università statunitensi. Gli allievi svolgevano periodi di formazione presso grandi imprese e studiavano materie economiche e aziendali, sociologia industriale e del lavoro, marketing, teoria dell’organizzazione. Si trattò di un esperimento molto innovativo, in contrasto col carattere conservatore dell’establishment universitario italiano, dove dominavano le lezioni ex cathedra e dove la formazione economica era di tipo prevalentemente teorico.

Il CISV – Centro Istruzione e Specializzazione Vendite (1954-1979), collocato in un parco rinascimentale fiorentino, è “la prima scuola italiana di educazione commerciale di impronta tecnico-umanistica” (Toschi, 2018). La scuola manageriale Olivetti di Burolo dei primi anni ’70, ove si tenevano i corsi di economia, storia, politica per i neolaureati, era stata preceduta, nel 1969, da quella internazionale di Haslemere (UK), nelle verdi colline del Surrey, per integrare diverse culture e favorire la crescita di un management con valori condivisi, così come, ancor prima, a Francoforte all’interno della nuova sede Olivetti di Francoforte disegnata da Egon Eiermann e a Tarrytown, New York, con un grande residence di quattro piani (architetti Richard Meier & Partners), tra l’Hudson River e un viale di alberi secolari.

Un approfondimento di cultura come parola chiave olivettiana è reperibile ne Il modello Olivetti il ruolo strategico della cultura, del Life Long Learning, della ricerca e dell’innovazione di Antonio Cocozza in questo volume.

5. Design

Anche il design, come per ogni aspetto della Olivetti, fa parte di un contesto più ampio, quello dello “Stile Olivetti”, ovvero estetica, comunicazione visiva, immagine, presentazione dell’impresa. Dunque non solo il design dei prodotti, seppure elemento fondamentale che deve costituire la prova per il cliente della presenza di un prodotto eccezionale: funzionale, bello, facile e piacevole da utilizzare, che dà prestigio a chi lo possiede e lo utilizza. Il magnifico volume di Caterina Cristina Fiorentino, Congegni sapienti. Stile Olivetti: il pensiero che realizza, redatto con la collaborazione dell’Associazione Archivio Storico di Ivrea, premiato dal MIBACT Ministero dei Beni e delle Attività Culturali come pubblicazione di alto valore culturale, è un riferimento indispensabile per chi voglia approfondire questo tema. “Il pensiero che realizza” e “congegni sapienti” sintetizzano cosa c’è dietro i prodotti Olivetti o meglio dietro la Olivetti.

“Congegni sapienti” fa parte del linguaggio poetico di Franco Fortini, alla Olivetti dal 1946 al 1950. “I visitatori se ne vanno, in fabbrica rimangono gli olivettiani e, insieme a loro, i prodotti, ovvero i congegni sapienti che sono tali perché protagonisti del rapporto privilegiato tra l’uomo e il suo lavoro; perché sono nati in un luogo sociale per eccellenza, e moderno; luogo di nascita del mondo contemporaneo; perché sono espressione della storia di questa impresa, come della storia della cultura italiana del Novecento”. (Fortini 1958). “La Olivetti è stata ed è anche questo: il luogo dove è possibile attribuire alla scelta di un colore per una copertina, di un aggettivo per uno slogan, di un profilato per uno stand o di una linea per la carrozzeria d’una macchina un’importanza non troppo diversa da quella che si dà alla scelta di una soluzione meccanica, di un acciaio, di un procedimento di fusione. (Fortini 1958). Nei testi di presentazione della mostra itinerante del 1961 “Stile Olivetti. Storia e forma di una industria italiana” inaugurata a Zurigo e poi trasferita a Francoforte e a Monaco, si legge che il suo obiettivo è di “visualizzare in tutti i suoi aspetti, quello che viene ormai generalmente definito in Italia e fuori lo Stile Olivetti, cioè quella suggestiva immagine della nostra Società – frutto dell’opera concorde di decine di persone, tecnici, grafici. Designers, architetti, sociologi, uomini di cultura- che si è sviluppata e chiarita soprattutto negli ultimi decenni, di pari passo con l’assunzione di una dimensione mondiale.”

Stile Olivetti è tradotto come Olivetti-Geist (spirito Olivetti) nell’articolo del 22 marzo 1957 del settimanale svizzero Die Welt Woche intitolato Der Olivetti Stil (lo stile Olivetti) che si conclude con l’affermazione che ciò che più conta nella creazione di uno stile è lo spirito che lo anima ed è pertanto “lo spirito Olivetti che ha creato quasi per magia e dal nulla, in una località prealpina dell’Italia, un’industria di fama mondiale con l’ambizione di fare dell’ultimo operaio un collaboratore, nel miglior senso della parola.” (Fiorentino, 2016).

Fiorentino scrive che alla Olivetti ogni innovazione entra in rapporto dialettico con il passato e con le idee che orientano i processi creativi. Citando Leonardo Sinisgalli, direttore della pubblicità negli anni Trenta e Quaranta, ispiratore di molte campagne pubblicitarie, aggiunge che questo procedimento “diventa un incantevole modo di connettere piani del pensiero e della riflessione, attraverso poesia e scienza, ma senza dimenticare la manualità e l’esperienza della cultura materiale o del fare artigianale, come la necessitò di operare integrando diversi ambiti al fine di definire un’estetica comune per linguaggi differenti.” Vengono chiamati i migliori designer per realizzare oggetti perfetti.

Non solo quelli di larga diffusione come le macchine per scrivere e le calcolatrici, ma anche i primi grandi computer che occupavano lo spazio di un salone. Ogni prodotto doveva essere anche un’opera d’arte. Pubblicizzati da poeti e scrittori. Solo la Olivetti ha potuto vantare prodotti disegnati da Marcello Nizzoli, Mario Bellini, Ettore Sottsass e tanti altri, alcuni dei quali, come Nizzoli, disegnarono anche oggetti che venivano regalati ai clienti, come il tagliacarte in resina melamminica (1960) e manifesti pubblicitari, per esempio quello per la Lexicon 80 (1950) o quello per la Diaspron 82 (1959).

Olivetti ha puntato sui migliori talenti, diversi dei quali erano in quegli anni ancora poco conosciuti, lo diventeranno dopo. Erano scelti così come Camillo aveva scelto di persona i suoi primi collaboratori e come venivano scelti i dirigenti, i tecnici, gli operai.

6. Architettura

Adriano Olivetti era un ingegnere chimico. Divenne un industriale. Ha però lasciato un segno sulla architettura industriale, dei negozi e delle abitazioni. Fu un committente capace e competente, con proprie idee che spesso costituirono l’ispirazione degli architetti, i più giovani e che si riveleranno nel tempo i migliori. Il principio, che diventava un metodo di lavoro, era come rendere la vita migliore ai lavoratori, a chi operava nei negozi e anche ai clienti attraverso i prodotti e gli arredi per gli uffici, alle famiglie dei lavoratori che abitavano nelle case Olivetti.

A chi gli contestò, nel 1953, il progetto della fabbrica di Arco Felice (Pozzuoli) che non seguiva i criteri razionali dell’architettura industriale per gli spazi dedicati alla produzione, utilizzandone molto di più, e creando ambienti luminosi con viste panoramiche sul mare, chiamando un grande architetto (Luigi Cosenza), un architetto del paesaggio (Pietro Porcinai) e per i colori un architetto, designer e pittore come Marcello Nizzoli, rispose che a lavorare sarebbero arrivati marinai, pescatori, contadini, ai quali non voleva far mancare gli spazi a cui erano abituati e la vista del loro habitat.

Anche qui fa costruire abitazioni per le famiglie dei lavoratori, asili nido e scuole dell’infanzia, la biblioteca. Gli architetti di Adriano erano Figini, Pollini, Gabetti, Isola, Eduardo Vittoria, Ignazio Gardella, Luigi Cosenza, Marco Zanuso, Annibale Fiocchi e tanti altri nomi noti non solo alla storia dell’architettura. E grazie a loro oggi le architetture industriali di Ivrea sono promosse dall’Unesco come patrimonio dell’Umanità. E i negozi, così come le show-room, erano allestite da Carlo Scarpa, BBPR, Franco Albini e Franca Helg, Ignazio Gardella, Gian Antonio Bernasconi.

7. Urbanistica

L’urbanistica, pare abbia affermato Adriano, seppure non ve ne sia traccia scritta, è l’unica disciplina che può rendere felici le persone e le comunità. Dall’urbanistica dipendono l’equilibrio del territorio, la salubrità dell’ambiente, i percorsi sicuri per i bambini, gli anziani, le persone con disabilità, gli sportivi, i ciclisti; i flussi delle persone e delle merci, i trasporti pubblici dalle abitazioni ai luoghi di lavoro, i servizi pubblici e privati, i luoghi di culto e di divertimento, i bacini urbani organici. Alla Olivetti vi era un ufficio che si occupava di Manpower planning: pianificare le assunzioni significava anche evitare squilibri nel territorio, preferendo evitare flussi di immigrati, come era avvenuto a Torino anche a costo di farli vivere in casermone nelle periferie prive di servizi, privilegiando invece nuovi investimenti in altre aree come avvenne a Pozzuoli.

Per Adriano Olivetti l’Urbanistica è la disciplina che “sposa la creatività con la programmazione” e che definisce il quadro di riferimento per realizzare belle architetture e piacevoli spazi pubblici. Un’idea della gestione del territorio, che nasce da una filiera in cui il Piano costruisce un’idea della città e che attraverso il progetto trova una sua forma.

La crescita della Olivetti stimolò gli interessi di Adriano per la pianificazione urbanistica, a partire dalla progettazione del Piano regolatore della Valle d’Aosta (a quell’epoca Ivrea faceva parte della provincia di Aosta), presentato nel 1937 con una mostra a Roma nel Palazzo Wedekind in piazza Colonna ed edito nel 1943 dalle Nuove Edizioni Ivrea, la prima casa editrice fondata da Olivetti.

Il “Piano”, iniziato nel 1934 sotto la direzione di Adriano Olivetti, è opera dei giovani architetti Figini, Pollini, Banfi, Peressutti, Rogers, Belgioioso, Bottoni, che diventeranno maestri dell’architettura italiana del ‘900 e fondatori della cosiddetta “Scuola di Milano”; Pietro Bottoni nel 1930 era stato uno dei fondatori del Movimento italiano per l’architettura razionale (MIAR); Banfi, Belgioioso, Peressutti e Rogers formarono lo studio BBPR. Questo lavoro collettivo è di probabile derivazione rooseveltiana, considerato l’interesse di Adriano per una moderna integrazione tra città, campagna e comunità montana.

Nel 1938 Olivetti aderì all’Istituto Nazionale di Urbanistica, promosse la sua rifondazione su basi democratiche e repubblicane divenendo membro del Consiglio direttivo nel 1948 e Presidente dal 1950, votato al III Congresso dell’Istituto, mantenendo questo ruolo per dieci anni, sino alla morte. Salito al vertice dell’Istituto Nazionale di Urbanistica con l’appoggio di giovani e brillanti architetti tra i quali spiccava Ludovico Quaroni, sviluppò un discorso originale e innovativo sul primato politico dell’urbanistica e della pianificazione, che gli valse riconoscimenti anche sul piano internazionale. La rivista Urbanistica, fondata nel 1932 come bollettino dalla sezione piemontese dell’Istituto Nazionale di Urbanistica, l’anno successivo divenne un bollettino nazionale dell’Istituto, uscendo con cadenza bimestrale. Nel 1949, con la ripresa delle attività dell’INU, Adriano la fece rinascere, finanziandola personalmente, come rivista ufficiale dello stesso, con cadenza trimestrale, ed acquisì un alto prestigio internazionale. Fu diretta dallo stesso Adriano, al quale succedettero grandi nomi della cultura architettonica come Giovanni Astengo e Marco Romano.

Il forte coinvolgimento di Adriano si spiega con la sua convinzione che l’urbanistica fosse “la base formale di ogni rinnovamento”; la disciplina finalizzata a evitare l’espansione disorganica della città in assenza di un “vero piano derivante da una visione generale della vita” (Olivetti, 1949).

Durante la seconda guerra mondiale, l’attività di Olivetti si intensificò sia sul fronte politico e delle riforme, sia sul piano del suo ruolo di editore, scrittore e uomo di cultura. Per tradurre le idee comunitarie in realizzazioni concrete, Olivetti nel 1955 fondò l’IRUR – Istituto per il rinnovamento urbano e rurale del Canavese – con l’obiettivo di combattere la disoccupazione nell’area canavesana promuovendo nuove attività industriali e agricole.

Queste attività si intrecciarono profondamente con quelle legate alla pianificazione urbanistica a cui Olivetti si era dedicato fin dagli anni Trenta. Nel 1949 fece rinascere, finanziandola personalmente, la rivista Urbanistica.

Nel 1956 divenne membro onorario dell’American Institute of Planners e vicepresidente dell’International Federation for Housing and Town Planning.

Nel 1959 fu nominato vice-presidente dell’Istituto UNRRA – Casas (United Nations Relief and Rehabilitation Administration – Comitato Amministrativo Soccorso Ai Senzatetto), per la ricostruzione di case a favore dei senzatetto.), istituito nel 1947 in Italia nell’ambito del piano Marshall per la ricostruzione postbellica e del quale Adriano faceva parte come componente della Giunta sin dalla fondazione.

Il suo ruolo fu rilevante nell’esperimento della ricostruzione di aree particolarmente depresse come quelle dei Sassi di Matera (La Martella), ispirato a Norris Town, la cittadina creata in America dal New Deal rooseveltiano e destinato ad accogliere 300 famiglie contadine.

Olivetti cercò d’intrecciare la ricostruzione materiale degli edifici con la crescita morale e culturale delle popolazioni, valendosi di collaboratori di grande spessore intellettuale e morale come il filosofo di origine tedesca Friedrich Friedmann, il poeta e sindacalista Rocco Scotellaro e l’ispiratrice del primo Centro di Educazione per Assistenti Sociali (CEPAS) Angela Zucconi, nonché del supporto di ricercatori americani che svolgevano in quegli anni ricerche sul Meridione d’Italia, col sostegno della Fondazione Rockefeller.

Nel 2002 l’INU Istituto Nazionale di Urbanistica ha pubblicato “Urbanistica dossier” dedicato ad Adriano Olivetti. Dalle 56 pagine che lo compongono si trae un’immagine di Adriano urbanista distinta da quelle di imprenditore, architetto, politico riformatore, filosofo, innovatore, editore. Il dossier è articolato in tre sezioni: riletture critiche di urbanisti che dirigono l’INU; documenti e testi, attività di Adriano nell’INU; testimonianze. Emergono le specificità dell’urbanistica di quel periodo e chiarisce il nesso tra questa ed il pensiero olivettiano, le motivazioni che portarono Adriano presiedere l’INU e sostenere la necessità di riconoscere istituzionalmente l’importanza e la funzionalità dell’urbanistica il progresso e l’organizzazione dell’Italia del dopoguerra, i legami tra questa attività ed i processi previsti da Adriano per realizzare uno Stato federale a base comunitaria e regionale.

Per un approfondimento dell’influenza esercitata da Adriano (e che potrebbe ancora esercitare oggi) sugli orientamenti dell’INU nel decennio della sua presidenza e sulle stesse politiche urbanistiche italiane si legga il saggio di Carlo Monti (Olivetti e l’urbanistica: un modello utopico, ma anche una bussola da ritrovare) in questo volume.

Le parole chiave di questo scritto si integrano l’una con l’altra, riferendosi a una “impresa integrale”. Leggendole in ordine inverso il senso non cambia. Come scrive l’arch. Stefano Boeri: l’idea di comunità e del rapporto delle persone con le strutture pubbliche e private influenzò pesantemente sia le scelte industriali sia quelle squisitamente architettoniche e urbanistiche dell’azienda produttrice della mitica “Lettera 22”. Se il luogo in cui si lavora deve essere qualcosa di bello, e deve essere qualcosa di bello ciò per cui si lavora, è facile capire come la scelta di costruire stabilimenti con vetro e altri materiali trasparenti – anche per sale riunioni e uffici dei dirigenti – fosse coerente con una visione innovativa dell’architettura paragonabile a quella di introdurre lo statuto dei lavoratori con oltre un decennio d’anticipo rispetto al resto d’Italia. L’urbanistica diventa così strumento per l’organizzazione dello Stato mentre il design, il culto per l’oggetto in sé, si inserisce naturalmente nella progettazione delle macchine” (Pasquini, 2019).

Le parole di Altiero Spinelli alla morte di Adriano nel 1960 ben concludono la storia di una vita: “Poco tempo fa è morto Adriano Olivetti. È un uomo che ammiro molto perché aveva la completezza, persino nella mistura di saggezza e pazzia, dei grandi del Rinascimento” (Renzi, 2008).

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