– Ovvero lo scandalo della memoria olivettiana –

TORINO, 19 MAGGIO 2017

di G.C.GIOVANNI MAGGIO

Adriano Olivetti è scomparso nel febbraio del 1960

Processi di finanziarizzazione, di tagli alla ricerca ed alla innovazione ed una feroce ed inesorabile speculazione hanno distrutto la società Olivetti e ne hanno decretato la scomparsa nel mese di marzo del 2003.

E pure lo studio, la celebrazione, l’esercizio della memoria, le riflessioni sulla figura di Adriano, sulla Olivetti come modello di impresa, continuano a produrre continuamente tesi di laurea, articoli, libri , film, convegni come questo di oggi.

A produrli, a stimolarli, preme un fortissimo sotterraneo giacimento culturale, ancora inesplorato, che con il suo patrimonio di idee fa emergere e sviluppare ricerche su temi olivettiani, la storia dei successi dell’impresa, della funzione di sollecitazione culturale che ha avuto in Italia e nel mondo fino al suo declino e la sua scomparsa, il tutto in un processo continuo di elaborazione di verità e di storia, che va oltre la coltivazione della mitologia olivettiana di una minoranza colta ed un pò snob, fino a diventare storia italiana come dice Saibene nel suo recente libro, L’Italia di Adriano Olivetti .

Si tratta di un grosso processo di elaborazione della memoria e soprattutto della cultura d’impresa della Olivetti.

Da questo profondo giacimento culturale che rappresenta un grande patrimonio non solo per la memoria degli olivettiani, ma d’interesse pubblico per la elaborazione della storia industriale del Paese, emerge a mio avviso un libro fondamentale che io proverò a presentarvi nei pochi minuti che mi sono consentiti dalla pianificazione di questa giornata.

Si tratta di “ Uomini e lavoro alla Olivetti” di Franco Novara, Renato Rozzi e Roberta Garruccio, edito da Bruno Mondadori nel 2005, con una postfazione di Giulio Sapelli dal titolo che ne definisce il sapore di scorrettezza politica, di anticonformismo : Lo scandalo della memoria olivettiana.

Alla uscita del libro apparve un coraggioso elzeviro di Massimo Mucchetti su Corriere della Sera del 18 aprile 2006 col titolo “Olivettiani fedeli ed infedeli, la memoria di Adriano”. Credo che in questa operazione di rilettura sarà utile ricordarne almeno un pezzo.

“ La Olivetti è ormai ridotta a un marchio virtuale: cancellata dalla Borsa, chiuse o vendute le fabbriche, disperse le maestranze. Eppure, gli olivettiani esistono ancora. E formano una comunità eccentrica rispetto ai conformismi confindustriali, portatrice di un’ eresia contrastata dalla cultura Fiat del Novecento e infine sconfitta dall’ avvento del capitalismo finanziario prima che dalla concorrenza del Far East. Sconfitta, ma non cancellata perché, nel mentre, si è fatta ricordo condiviso. Uomini e lavoro alla Olivetti, raccolta delle testimonianze di 25 dirigenti curata da Francesco Novara, Renato Rozzi e Roberta Garruccio per Bruno Mondatori (pagine 640, 32), è il segno di una resistenza che diventa termine di paragone tra l’ umanità dell’ impresa quale la sentiva Adriano Olivetti e la responsabilità sociale quale la «vendono» oggi le grandi imprese in brochure. I 25 mentori di Ivrea costruiscono, secondo la postfazione di Giulio Sapelli, lo scandalo di una memoria che, non contrattando silenzi, denuda i falsi olivettiani, osservanti infedeli. Chi siano costoro Sapelli non lo dice, ma si capisce che si tratta dei dirigenti passati con Carlo De Benedetti: con quell’Ingegnere che, nel fuoco del risanamento, degradava a «palle, piaceri aggiuntivi» i punti fermi dell’ olivettismo. ……….

Per i 25, insomma, De Benedetti non fu mai olivettiano…

Una definizione del libro esatta nella stringatezza della scheda editoriale : “ la più ampia ricerca oggi esistente sulla storia della Olivetti. Un’ azienda che ebbe un ruolo di innovazione internazionale nella storia dello sviluppo dell’industria italiana dell’intero Novecento. E che ebbe una propria e non estrinseca connotazione di eccellenza nella formazione di quadri manageriali e tecnici e nella diffusione di una sua cultura …. Il libro ravvisa il finale “olivetticidio” nelle opposte scelte di obiettivi e di stile di guida impresse alla società dal nuovo proprietario Carlo De Benedetti. “

Il libro è costituito dalla narrazione a più voci della parabola che descrive le vicende della Olivetti, nelle sue trasformazioni di prodotti, di mercati, di strategie e strutture, ma anche negli avvicendamenti di proprietà e controllo, stile di direzione e di relazioni industriali, di cultura aziendale. Una raccolta, per aree organizzative diverse, di 25 interviste tra cui quella di Giancarlo Ferlito che è qui accanto a me e quella del sottoscritto, che non può nascondere l’orgoglio di essere stato individuato da Franco Novara tra i 25 dirigenti olivettiani fedeli, come li definisce Mucchetti.

Le interviste spaziano dalla produzione alla ricerca, al settore commerciale, al personale. Si parla di uomini, si parla di lavoro, del senso che questi uomini hanno potuto trovare nel lavoro ed è per questo che il focus delle interviste si concentra sulla politica del personale che ha caratterizzato la grande stagione, e la grande eccezione, della Olivetti: una politica del “personale” che puntava alla gestione e allo sviluppo delle persone più che a preoccuparsi delle tecnicalità e degli specialismi .

L’attenzione alle persone è una nota ricorrente in tutte le interviste e rappresenta la conferma che questo interesse umano e civile costituisca un’impronta distintiva dell’Olivetti.

I responsabili del personale dipendevano gerarchicamente dai capi delle unità in cui operavano, ad esempio dei direttori di stabilimento, ma funzionalmente facevano capo alla direzione del personale, il che assicurava omogeneità di comportamenti nei riguardi dei dipendenti.

In ogni articolazione aziendale, viene spiegato in molti interventi, il responsabile del personale era tenuto a conoscere individualmente tutti i dipendenti, la storia lavorativa di ciascuno era documentata e tenuta in evidenza per spostamenti congruenti con l’esperienza della persona, interventi formativi, promozioni, evidenze.

Il dipendente trovava sempre aperta la porta del responsabile del personale per parlare di problemi ,interessi ed aspirazioni attinenti alla situazione lavorativa ed alle sue condizioni personali.

Molte interviste sottolineano come pilastro del successo della olivetti la politica di selezione, soprattutto dei quadri, laureati assunti per terne, ed individuati per qualità omogenee ai valori della cultura adrianea , più che per qualità tecnicamente qualificanti.

Molti ricordano la singolarità della formazione continua, l’ eccezione della politica sindacale, ma sopratutto la politica meritocratica molto accentuata, la mancanza di privilegi .

La qualità e la singolarità della formazione commerciale emerge da uno spezzone dell’intervista a Nicola Colangelo, capo di diverse consociate estere e poi di quell’italiana.

“Ho partecipato a molte delle manifestazioni che si sono tenute negli ultimi tempi per ricordare Adriano Olivetti nel centenario della sua nascita: si è parlato sempre di quanto la Olivetti ha fatto sul piano dell’architettura, dell’organizzazione del lavoro, della cultura , dell’arte, della sociologia eccetera; si è parlato lungamente di tutti gli artisti, scrittori, poeti che sono passati all’Olivetti, ma non si è mai parlato della sua formidabile organizzazione commerciale. Se uno si limitasse a leggere certi resoconti credo che sarebbe legittimato a concludere che l’Olivetti era fatta da architetti, ingegneri, letterati, poeti e non riuscirebbe a capire chi possa avere venduto i suoi prodotti.”

“In effetti, ci fu un padre dello sviluppo del settore commerciale, cui si deve l’importanza che esso ha avuto nella storia della Olivetti. Questo padre si chiamava Ugo Galassi, mitico personaggio, che per quel che ne so io non parlava nemmeno l’inglese…”…………..

“La Olivetti ha avuto una forza commerciale di grandissimo rilievo: ha avuto una delle maggiori scuole esistite in Italia per la formazione manageriale, in particolare per quella di tipo commerciale o di marketing.”

Assumere secondo Adriano non significava limitarsi a comprare a tempo indeterminato la prestazione di una competenza professionale. L’esito degli studi ed eventuali precedenti lavorativi attestavano solo la sua possibilità di riuscire.

Si respingeva la propensione al conformismo ed all’aziendalismo acritico, si cercavano persone di spirito libero, di giudizio autonomo aperte a interessi sociali e culturali .

La struttura delle interviste fa raccontare la vita di lavoro di ognuno di noi,

i vari ruoli di responsabilità, la crescita professionale ed umana, la partecipazione alla comunità d’intenti, la condivisione dei valori.

Ne esce un quadro della cultura d’impresa , che ha resistito ben oltre la scomparsa di Adriano, oltre la cessione della elettronica alla General Electric, oltre le dimissioni di Paolo Volponi, ultimo capo del personale adrianeo, fino al declino della impresa ed alla sua scomparsa.

Con consapevolezza critica . ma sempre civile ed accorata, le interviste degli ultimi resistenti, tra cui Truant , Ferlito, Garziera, raccomdano il progressivo smantellamento organizzativo, ad iniziare con lo smembramento della Ricerca e sviluppo, la costituzione delle divisioni , centri indipendenti che frantumano l’unitarietà dell’azienda, i capi del personale a gestire “ eccedenze strutturali” come racconta Ferlito, la estromissione progressiva di centinaia di dirigenti, con conseguenti vuoti di capacità professionalità,la politica dell’acquistare invece di progettare e produrre, l’arrivo di meteci molti ex IBM, con l’arroganza di curriculum multiformi, il succedersi di svariati direttori del personale specializzati nel taglio di teste.

Emerge la consapevolezza diffusa che la distruzione dell’Olivetti sia stata pianificata “con metodo , come se si fosse data esecuzione ad un piano ben congegnato per la distruzione dei valori sui quali l’Olivetti è stata fondata” come dichiara Piol in un volume su Roberto Olivetti e che una nota del libro riprende a pagina 61.

In molte interviste si dichiara come l’esaurimento della parabola adrianea si raggiunge con l’arrivo dell ingegnere.

Il manager olivettiano cessa di essere portatore di eccellenza socio tecnica al servizio dei portatori d’interesse.

Sono trasformati dai sistemi di incentivazione in una speciale categoria di share holder, fenomeno che molti dei testimoni interpretano come un vero e proprio tradimento del management, un tradimento che appare tale soprattutto nei confronti dell’ideale di responsabilità e di motivazione etica che era stato dell’Olivetti di Adriano.

Nelle interviste di molti dirigenti , almeno quelli che resistono fino alla fine degli anni ottanta, due fil rouge costanti,

l’orgoglio per avere partecipato ad una grande importante avventura , con la consapevolezza di avere contribuito alla costruzione di un edificio di verità e bellezza, nato per durare ed il senso di tradimento per avere subito l’oltraggio dell’invasione di mercenari distruttori di un grande patrimonio di ricchezza economica e spirituale.

Il contrasto tra i valori adrianei e quelli del nuovo padrone genera in molti una torsione insopportabile ed insostenibile.Corruzione culturale, la chiama Ferlito nella sua intervista.

Un processo di exculturation che addirittura diventa un corso per dirigenti presso il centro di formazione in Inghilterra.

Nessuno degli intervistati è ancora dipendente al momento della fine dell’Olivetti e quindi la narrazione si arresta sulla soglia della fine.

Sul Day After mi è facile evocare l’autore principale del libro, Franco Novara, grande psicologo e maestro di vita, scomparso nel 2009,

leggendo una parte della sua pagina iniziale appunto intitolata The day after.

…………………………

Vorrei terminare con un augurio ed una speranza.

Il libro propone una grande mole e ricchezza di materiali per costituire approfondimenti sulla storia della Olivetti di Adriano. Una storia che non si basi solo su bilanci, materiali d’archivio, memorialistica di parte. Una storia che tenga conto della memoria degli uomini che hanno lavorato nell’impresa e che hanno fatto l’ impresa.

Una storia che tenga conto della mappa, difficile a definirsi, della cultura d’impresa della Olivetti, che , prima dell’eccellenza nella scrittura o del calcolo, o dei personal computer ha costituito, per anni e prima che arrivassero le definizioni di Porter, la vera competenza distintiva ed il più grande vantaggio competitivo della Olivetti.

Una storia che serva al paese.

Il perchè lo spiega Pasquale Pistorio, grande manager internazionale ed olivettiano per affinità elettive, in una citazione in francese riportata all’inizio del libro, che provo a tradurre:

“La buona riuscita, il risultato finale non si ottengono con le grandi strategie,con i finanziamenti. Si ottengono con le persone.

E’ solamente identificandosi con i propri collaboratori, riconoscendo in loro il ruolo di veri protagonisti, gli artigiani del proprio destino, che l’impresa può assicurarsi il proprio successo.”

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